domenica 9 novembre 2014

Quella vecchia zia di Pola. Un racconto sull’Istria e sull’esodo a Firenze

Se ne sta in un cimitero di Firenze, la zia Tina. È una zia acquisita, per me, ma ne ho sentito parlare così tante volte che mi sembra ormai una parente stretta. Mi sono piaciute molte parti della sua vita, perché era una creativa con l’ago e col filo.
Cartolina di Pola viaggiata l’8 settembre 1910. Nella parte centrale, nel riquadro, si apre uno scomparto, per una serie di piccoli panorami a fisarmonica. Fotografo Guido Costalunga 1909.

“E la jera tanto bona, che quando me son sposada, la me gà regalà la camera matrimonial, comprada de un antiquario de Fiume e che dopo i ne gà confiscado i titini quando se scampa per l’esodo – mi ha raccontato Miranda Brussich, una sua nipote diretta – Eh!  Son vignuda via de Fiume a Nadal del 1946 e i titini i era entradi fin al fiume Eneo, mi gavevo una valigia picola. A Pola i xe stadi mandadi via i slavi dai inglesi. A Tersatto, in alto, i era i slavi con un canon e i bombardava Fiume. Mio marito ‘l era a Castelnuovo d’Istria nel maggio 1945. Parto in coriera, organizada per portar via i profughi...”
Clementina Zanetti, detta “Tina” era nata a Pola, sotto l’Austria, il 10 aprile 1891 e morì esule a Firenze il 30 agosto 1993. Faceva la sarta. Si è sempre sentita italiana.
Tina Zanetti il 26 settembre 1927. Atelier B. Zoubek, Susak – Delta (Regno dei Serbi, Croati e Sloveni ).  La sede dello stabilimento fotografico Zoubek era a Susak, di là del ponte, che faceva da confine col Regno d'Italia, dal centro di  Fiume che, dal 1924, apparteneva al Regno d'Italia; evidentemente si tratta di un fotografo ambulante, oppure la zia Tina si recò di là del ponte, nel Regno dei Serbi, Croati e Sloveni per la fotografia in studio.

“Sua mama jera Maria Antonia Zanetti nata Fabro, la mia nona – ha aggiunto Miranda Brussich – la  jera originaria de Dignan, con una casa in piazza Italia nei anni Trenta”.
Le vicende vissute dall’istriana zia Tina sono state veramente complesse. Intanto ho sempre sentito dire che era nata sotto la Defonta, per intendere la decaduta monarchia austro ungarica. Poi, nel 1914, assieme ad una parte della famiglia Zanetti Fabro, viene internata da Pola, in Istria, fino a Wagna, in Austria. “Le xe stade internade a Wagna – continuava la testimonianza – nel 1914, mia nona Maria Antonia Zanetti, nata Fabro, con le sue fie, la zia Maria (1900-1998) e la zia Clementina, cjamada “Tina”, la nona parlava de Wagna del campo de barache… a Pola le resta zia Giuseppina, cjamada “Pina” (1887-1953), con mia mama Elisa (1893-1972), perché le lavorava al Montur Magazin (in tedesco: Deposito uniformi) e i faceva divise militari, le jera precetade per lavorar per i militari de la Defonta”.

Certificato di cittadinanza italiana di Zorzin Giacomina, del Comune di Pola, datato il 10 luglio 1946, poi esule a Bolzano.
 (Collezione Sergio Satti, Udine).

Molti italiani di Pola vengono internati a Wagna nel 1914, come “è successo a mio papà e alla famiglia, tanto che lui la prima comunion la gà fata a Viena nel 1916 e dopo el gà imparà a parlar tedesco – ha detto Sergio Satti – mentre il nonno Satti lavorava all’arsenale e mia mamma, che iera Furlani de cognome, e mia nona e mia zia se stade internade vicino a Zagabria, così lori le gà imparà a parlar slavo”.
Altri intervistati hanno ricordato il Barackenlager di Wagna, come Maria Millia, di Rovigno: “Mia mama, Anna Sciolis, e mia sorella xe stade internae a Wagna col caro bestiame. Me ricordo che, dopo l’esodo, andavo a cusirghe nelle famiglie a Udine nel 1948, come alla famiglia Brisighelli”.

Cassetta portaoggetti fabbricata da Giuseppe Vittorio Privileggi nel Campo di internamento di Mittergraben nel 1917; 
si noti la dicitura "nell'esilio" a intarsio, stile Sezession.
(Collezione privata, Udine)

La signora Marisa Roman di Parenzo ricorda che i suoi nonni Giuseppe Vittorio Privileggi (che fu tra i fondatori del Club canottieri parentini Adriaco, il 20 settembre 1885) e Maria Clarici furono internati a Wagna e a Mittergraben, in Austria; qui trovarono il nonno di Uto Ughi, e la famiglia Bracco, della celebre industria farmaceutica con innovativi laboratori di ricerca.

Campo di internamento di Wagna (Austria) - Inizio 1915.
In posa un gruppo di istriani "scomodi" che il governo austriaco
 aveva inviato in Austria allo scoppio della prima guerra mondiale. L'uomo calvo con barba e baffi (ha in mano un macinino) è un Marzari, capostipite della famiglia che ancora oggi ha una oreficeria a Trieste in via Roma.special thanks to   http://www.istrianet.org/istria/history/1800-present/camps/ww1-wagna.htm

Le brave sarte istriane sono state ricordate da altri intervistati, come Caterina Pagnucco, di Castelnuovo del Friuli, vicino a Pordenone, che dal 1951 visse a Udine in via delle Fornaci, accanto al Centro Smistamento Profughi più grande d’Italia.
C’è un altro testimone che mi ha raccontato degli italiani internati dall’Austria allo scoppio della Grande Guerra. “Mi che son nato a San Lorenzo Isontin, gò fato el ginnasio a Viena – ha detto Egidio Toros – e avevo per insegnante el papà de Alida Valli e se jera a Viena internadi nel 1917 e 1918, assieme ad altri giuliani, triestini, tuti italiani”. Pure la stampa dell’esodo istriano ha ricordato il periodo degli internamenti a Wagna. In particolare su «L’Arena di Pola» del 1947 si legge che: “Esiste il Canto dei Profughi dell’Istria, internati nella Stiria, a Wagna, in Austria, nel 1915”.
Come si è forse inteso la storia, ad un certo punto, si amplia dalla zia Tina alle quattro sorelle Zanetti – Giuseppina, Clementina, Elisa e Maria – che, con la loro madre avevano un’avviata sartoria in quel di Pola, nella prima metà del Novecento.
Maria Zanetti nel 1916 internata a Wagna, Austria.

Ludovico Zanini ha scritto, nel 1961, sulle vicende delle famiglie Zanetti, da Ravascletto, in provincia di Udine, cramârs (venditori ambulanti) attivi ad Augusta e in Germania nel Seicento e Settecento. Zanetti è un cognome della Carnia, perciò chiedo come mai ci sono dei Zanetti pure in Istria? “Nono Giovanni Zanetti el jera de Aquileia – replica la Brussich – el se gà trasferido a Pola per lavorar a l’arsenal, el deve esser morto nel 1903 o 1904, perché se ricordava del suo funeral la zia Maria, che la jera picia; la piangeva e per farla star bona i ghe gà comprado una pupeta (bambola)”.
L’ambulantato è tipico dei rapporti mercantili del passato. Il mestiere di sarto viene esercitato anche nell’abitazione del cliente, che fornisce, quindi, vitto e alloggio. Ciò succede alle sarte Zanetti, che vanno a cucire a casa della famiglia tal dei tali. Nei secoli trascorsi accadeva così anche ai sarti della Carnia, che si annotavano i loro impegni di lavoro in un libro contabile, come ad esempio Leonardo di Ronco nel 1748, nel Canale di San Pietro e, ai fratelli Pietro e Giacomo Antoniacomi, nel 1863, tra Forni di Sopra e Forni di Sotto nella Val Tagliamento, quando facevano “la giornata a cosire (cucire)”. Leonardo di Ronco nelle locande locali consumava “bocali vin” e pagava con “giornate a cucire”. (Vedi: Giornale D, ms, Archivio di Stato di Udine - ASUd, Archivio Gortani, Parte I, Documenti, b 19). Ho consultato pure: Giornale dei fratelli Antoniacomi, sarti e negozianti di panni, 1855-1881, ms, Archivio del Circolo Fornese di Cultura, Forni di Sopra (UD).

Josef Glaser, k.u.k. Fest. Art. Reg N. 4, Pola (4° Reggimento di artiglieria di Pola), amico e compagno d’armi dell’architetto Carlo Leopoldo Conighi (Trieste 1884 – Udine 1972). 
H. Soor Fotograf, Pola Via Giulia, 2. 

Le sarte Zanetti di Pola, negli anni 1920-1930 e anche a Fiume (1924-1945), cucivano a domicilio per la clientela benestante, ricevendo oltre al compenso in denaro pure il vitto. Pina era specializzata in cappellini, copriletto, pizzi e ricami. Maria si dedicava al vestiario comune, come le altre sorelle. Dopo la seconda guerra mondiale che ne fu della sartoria Zanetti? “Dopo de l’esodo – spiega la Brussich – le sorelle Zanetti le jera a Firenze, perché zia Maria la jera entrada a lavorar a la Manifattura Tabacchi de Pola e lì jera i inglesi nel 1946 e la xe stada trasferida a Firenze, ma dopo loro le lavorava de sarte con la loro mama, che la more verso el 1948 a 85 anni. Me ricordo del Campo profughi de Firenze, un vecio fabricado vodo e adibido ai profughi; jera i divisori coi cartoni e le sorelle Zanetti le xe stade così per qualche anno. I aveva messo profughi italiani de l’Istria perfin ne le Cappelle Medicee, perché no jera posto. Nei primi anni Cinquanta jera tanti profughi a Firenze, mi li gò visti, perché da Forlì, dove con mio marito e i fioi jerimo esuli da Fiume, andavo a trovar le mie zie Zanetti ”. 
Si precisa che il Campo Profughi Istriani e Dalmati a Firenze era presso la ex Manifattura Tabacchi, compresa tra la via Guelfa, via Panicale e via Taddea, nell'area dell'antico Monastero di Sant’Orsola. Il Campo Profughi operò dal 1945 al 1968, quando alla fine accoglieva anche sfrattati o senza tetto. Maria Zanetti lavorava alla Nuova Manifattura Tabacchi di Firenze, situata in via delle Cascine, 33-35, a pochi passi da piazza Puccini. Inaugurata nel 1940, la struttura ha un’attribuzione critica, ma diversi critici concordano sia di Pierluigi Nervi.


Firenze aprile 2016 - Via Guelfa, l'ingresso all'ex Centro Raccolta Profughi istriani e dalmati attivo dal 1945 al 1968. Nella foto sotto un altro scorcio del grande complesso della ex Manifattura Tabacchi e, prima ancora, Monastero di Sant'Orsola. 
Fotografie di Elio Varutti


Come Miranda Brussich ha ricordato i cartoni del Campo Profughi fiorentino di Via Guelfa, anche Myriam Andreatini-Sfilli, nel suo Flash di una giovinezza vissuta tra i cartoni, Alcione, 2000, sin dal titolo del libro accenna ai cartoni che fungevano da parete divisoria nel Centro Raccolta Profughi di Via Guelfa a Firenze, nel vecchio Monastero di Sant’Orsola.
Sulla foggia dei capelli per signora esiste una cultura e una varietà assai articolata, tra Ottocento e Novecento. Pola e Fiume non erano molto diverse da ciò che succedeva a Trieste. Le signore e le signorine delle famiglie agiate nella Trieste di fine Ottocento avevano il loro bel daffare tra la passeggiata al Corso, sul “Liston”, prima del pranzo, il pomeriggio a Sant’Andrea e la sera al Teatro Grande. Questa serie di appuntamenti mondani e culturali comportava il cambio d’abito per due o tre volte al giorno. Cambiando il vestito, è ovvio che veniva cambiato pure il cappellino. C’erano i famosi cappellini di Vienna, naturalmente quelli di Firenze erano più ricchi dell’italico fascino. 
Torniamo alle sarte Zanetti. Non si contavano le specializzazioni di mestiere. Oltre alla sarta, c’era la modista, la ricamatrice e la stoccatrice. Molte erano le donne che filavano, tessevano, ma all’occorrenza cucivano, rammendavano. C’era una serie di giornali, oltre alle stampe artistiche, che diffondevano il gusto per l’abito raffinato ed il bel copricapo femminile.
A Milano, dal 1848, esce «La Ricamatrice», che reca per sottotitolo: “Giornale di cose utili ed istruttive per le famiglie”. Caterina Percoto pubblica in questa testata alcuni dei suoi racconti con sottofondo patriottico. Tale periodico mensile contiene spiegazioni sui lavori ad uncinetto e con altri strumenti, oltre ad indicazioni sui negozi dove trovare le ultime novità di moda da Venezia, Parigi, Berlino e Francoforte. C'erano altri giornali, come «Le Ore casalinghe», oppure «Il Corriere delle Dame».
L’autorità austriaca concede la Patente istitutiva del Portofranco a Trieste e a Fiume il 18 marzo 1719. Da quella data gli scambi mercantili aumentano in quantità e qualità. Per questo motivo Trieste e Fiume tra Ottocento e i primi del Novecento sono al centro di grandi interessi mercantili. I prodotti della moda femminile circolavano senza restrizione. Si consideri poi che Firenze, capitale del Granducato di Toscana, prima del suo assorbimento nel Regno di Sardegna, nel 1859, aveva un rapporto doganale speciale coi porti dell’Austria. Ugo Cova ha dimostrato che il movimento delle navi e delle merci austriache nei porti toscani era più consistente di quello toscano nei porti austriaci dell’Alto Adriatico. Infine c’era una vera e propria unione doganale con l’Austria dei Ducati di Parma e Piacenza, di Modena e Reggio (Ho consultato: Ugo Cova, Commercio e navigazione a Trieste e nella Monarchia asburgica da Maria Teresa al 1915, Udine, Del Bianco, 1992, pp. 10 e 181). 

Carlo Leopoldo Conighi, giugno 1916, in divisa da artigliere austriaco, Pola.

Su «L’Arena di Pola» del 1948 si legge che nel Campo Profughi di Firenze è stata festeggiata la ricorrenza di San Nicolò, per far contenti i bambini. Qualche altra notizia sul Campo Profughi di Firenze mi è giunta dalla signora Marisa Roman, nata a Parenzo nel 1929. "Una mia amica nata a Trieste, che era Chiara Battigelli in Baldasseroni - ha detto Marisa Roman - mi ha parlato del Campo Profughi di Firenze". Come mai? "La Battigelli conosceva troppo bene Firenze - racconta la Roman - e, saputo che i profughi istriani e dalmati erano stati accolti nei locali della Manifattura Tabacchi, andò a cercare notizie tra piazza Indipendenza e piazza San Lorenzo, trovando solo il figlio del custode di quel luogo". Quando fu fatta tale ricerca? "Erano gli anni 1990-1995 - è la risposta della Roman - e in Italia c'erano molti profughi dal Kossovo, perché c'erano le guerre balcaniche, allora la domanda al figlio del custode fu del tipo 'Ci sono stati dei profughi qui alla Manifattura di Firenze?' e la risposta fu negativa". La Battigelli non si arrese, e gli parlò degli italiani dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia, negli anni 1946-1956. "Allora il figlio del custode disse: 'Ah, gli istriani, ma quelli non erano profughi, erano brave persone, erano educati e hanno lasciato tutto pulito". Mai una risposta così poteva essere più soddisfacente per il mondo degli esuli.
Ritorno alla zia Tina, dopo questa parentesi sul Campo Profughi di Firenze. Zia Tina si sposò nel 1923 con Michele Dokmanovich, detto “Miko”, rappresentante di una fabbrica di aceto a Fiume. “Lui el gaveva un negozio de comestibili – ha aggiunto la Brussich – el sarà morto nel 1937, el jera serbo ortodosso, dunque de religion ortodossa. Mi gò fato le prime tre classi elementari a Pola, in piaza de la Madona, con la maestra Eugenia De Caneva, dopo nel 1929, l’anno del fredo, gò fato la quarta a Fiume, con la maestra Elisabetta Lazarus, de la famiglia che gaveva cantieri navali a Sussak, dopo a le scuole comerciali jera ragazze ebree che ne la ora de religion le andava via, come la Lilli Hand, o la Vigevano, oppur la Sinigalia; eh, Fiume jera una città aperta, più de Pola. A Fiume, mi e mio fratel Guerrino jerimo ospiti de zia Tina e de zio Miko e fasevimo le scuole lì. Me ricordo dei zoghi che se faceva; se doveva saltar su le caselle disegnade col gesso in tera e no se doveva toccar la riga o se pagava pegno, dopo se diceva ‘zoghemo a manete?’se cjapava dei piccoli sassi  e se butava in alto, per cjapar quei altri”.

Il silenzio dei profughi, dopo il 1946

Ascoltiamo altre fonti orali. In diverse famiglie friulane c’è una vecchia zia di Pola, me l’hanno confidato vari intervistati. La signora Rosalba Meneghini Capoluongo è figlia di Maria Millia, esule di Rovigno. “Mia madre parlava poco, aveva paura – ha detto – invece dopo il Giorno del Ricordo, c’è la voglia di capire da parte dei discendenti. I profughi raccontano cosa è successo dopo il 1946 e si ascoltano cose mai sentite fino ad ora”.
È assai ricorrente il tema del silenzio dei profughi, ossia la mancata comunicazione ai discendenti sui fatti storici dell’esodo dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia. Pure Massimo Gobessi, giornalista RAI di Trieste, condivide tale opinione; lo scrivente è stato da lui intervistato per una trasmissione radio del 10 febbraio 2014, sul Giorno del Ricordo.
Gianpaolo Polesini, giornalista del «Messaggero Veneto» mi ha riferito: “Da bambino non mi parlavano per non dover dire cose tristi, quando il papà voleva raccontarmi dell’esodo, io non avevo tempo”. 
“Noi istriani abbiamo un grande affetto per il nostro territorio – ha detto una intervistata, Anna Maria L., con parenti a Dignano d’Istria e a Pola, dove ha trascorso varie settimane estive negli anni ‘60 – ma ne parliamo poco, c’è tanta dignità e silenzio, preferiamo il duro lavoro e stare zitti”. Sugli istriani gentili e riservati, c’è la testimonianza pure di Ivana Varutti, che ha vissuto per anni accanto al Centro di Smistamento Profughi di Via Pradamano.
Roberto De Bernardis, esule da Pola (vedi: Roberto De Bernardis, Quel triste addio alle colline dell’Istria, «L’Adige» 18 febbraio 2008), ha riferito su un quotidiano di Trento dell’assoluto silenzio mantenuto da sua madre dopo l’esodo, avvenuto nel 1952. “Poi guardò solo avanti – ha scritto – non sarebbe più tornata, non ne avrebbe più parlato: un silenzio durato sino alla sua morte, nel 1999”. Certi esuli hanno rielaborato il dolore dell’esilio in tremenda solitudine.
Proprio un amico e conoscente di esuli di Fiume, il signor Renato Bianco, di Silea, provincia di Treviso, mi ha confermato il disagio provato dai profughi nel raccontare la propria storia, la propria fuga dalla città del Golfo del Quarnero, in questo caso. Si trattava della famiglia di Decio Tuchtan, esule proprio da Fiume: “Spesso mi accennava alle sue vicissitudini di profugo – ha  detto Renato Bianco – quasi con un senso di vergogna”. Per un approfondimento, in questo blog, vedi: Il silenzio degli esuli istriani, 1945-2004.

Fiume, 16 marzo 1924 - Il re Vittorio Emanuele III parla dal Palazzo del Governo Marittimo (costruito dall'Impresa Carlo Conighi nel 1884). La città è unificata al Regno d'Italia. 
Foto Francesco Slocovich, Fiume

Destini incrociati delle famiglie di Pola e di Fiume. L’ingegnere Carlo Alessandro Conighi

Nel 1942 la fonte principale di questo racconto, Miranda Brussich, si sposa a Fiume con Carlo Enrico Conighi (Fiume 1914 – Ferrara 1995), discendente dei Conighi, che “gà costruido tanto a Fiume e Abbazia”.
Suo nonno Carlo Alessandro Conighi (Trieste 1853 – Udine 1950) compie gli studi al liceo di Trieste, a Graz e a Monaco, presso la Regia Scuola Bavarese Politecnica, diplomandosi ingegnere nel 1875, come è scritto sul «Messaggero Veneto», del 17 agosto 1950. Costui, in effetti, lavora dapprima a Trieste, poi è già a Fiume nel 1880, quando lavora assieme a Nikolaki de Nikolaides alla casa Turca, completata nel 1906. Nel 1883 si trova per lavoro a Fiume e, assieme ad Icilio Bacci, fonda il “Circolo letterario”, che cura la creazione di varie biblioteche popolari. Deve essere per questo motivo che, ancor oggi, alcuni siti web della Croazia citano l’ingegnere Carlo Conighi come un “filantropo”.

Fiume, D'Annunzio all'alza bandiera italiana, 
accanto all'ingegnere Carlo Alessandro Conighi, 
presidente della Camera di Commercio e Industria, 12.09.1919

Nel 1884, avendo vinto l’appalto per costruire il Palazzo del Governo Marittimo a Fiume, su progetto dell’architetto ungherese Alajoš Hauszmann, l’ingegnere Carlo Conighi si trasferisce nella città del Carnaro, dove rimane fino al 1946, quando fu costretto all’esodo dalla pulizia etnica iugoslava. Agli inizi degli anni ottanta dell'Ottocento l’ingegnere Carlo Alessandro Conighi sposa Elisa Ambonetti, che gli dà cinque figli: Maria Regina (Trieste 1881-Udine 1955), Carlo Leopoldo (Trieste 1884-Udine 1972), Silvia (Fiume 1888-1892), Giorgio Alessandro (Fiume 1892-Trento 1977) e Cesare Augusto (Fiume 1895-Roma 1957).
Alla sua azienda - che aveva la seguente intestazione: “Carlo ing. Conighi, Impresa di costruzioni, Fiume – Abbazia” - si deve la costruzione, avvenuta nel 1890, del palazzo della Società Filarmonico-Drammatica, su progetto dell’architetto Giacomo Zammattìo (Trieste 1855-1927), come si legge su «La Vedetta d’Italia» del 26 febbraio 1933.


L’articolista de «La Vedetta d’Italia» gli attribuisce molte altre costruzioni come la prefettura, il tempio israelitico, il gruppo di case operaie alla Torretta, il palazzo della Banca d’Italia, la casa Smaich, la casa Rauschel al Corso, le scuole di Via XXX Ottobre e quelle statali alla Torretta. Alla sua genialità sono dovute le più sfarzose ville della riviera degli anni trenta, come la villa Rosalia, la villa Adria, la villa Nettuno, le ville barone Ransonnett, Smith, Harey, Frappart, Portheim, Janet, Italia, oltre all’Hotel Bellevue e al Sanatorio Szegoe. La sinagoga, di “aspetto orientaleggiante”, opera del 1902, fu fatta saltare in aria nel 1944, in un attentato antisemita.
Nel 1915, essendo presidente della Camera di Commercio e Industria di Fiume, l’ingegnere Conighi è costretto a dimettersi e viene inviato nel campo di internamento di Kiskunhalas, nella landa ungherese. Liberato il 1° agosto 1918, fa ritorno a Fiume e, a fianco di Antonio Grossich, lotta per l’annessione all’Italia. Dopo la marcia di Ronchi (12 settembre 1919), è uno dei consiglieri di D’Annunzio. Ha pure l’incarico della vice presidenza del Consiglio nazionale, dopo la marcia di Ronchi e la Reggenza del Carnaro.

Grado, marzo 1918, osservatorio dell’artiglieria austriaca 
con Carlo Leopoldo Conighi, seduto al centro. 
Al cannocchiale il suo commilitone Josef Glaser.

Nel 1914 i suoi tre figli maschi indossano divise militari opposte, provocando strazio e orgoglio in una famiglia di forti sentimenti italiani. L’architetto Carlo Leopoldo è artigliere austriaco, mentre i giovani Giorgio Alessandro e Cesare Augusto, fuggiti da Fiume in Italia, divengono volontario alpino il primo e nell’esercito, il secondo.
La regina Elena, reggente del Montenegro, il 6 giugno 1922 nomina l’ingegnere Carlo Conighi commendatore dell’Ordine del Principe Danilo I, istituito per l’indipendenza del Montenegro (Collezione Conighi, Udine). Successivamente all’annessione italiana di Fiume, datata 27 gennaio 1924, egli ricopre varie cariche amministrative e politiche: vice sindaco, vice presidente della Provincia del Carnaro, presidente della Cassa Distrettuale Ammalati e, per qualche tempo, è commissario prefettizio alle Corporazioni Industria e Commercio, come scrive «Difesa Adriatica» del 12 agosto 1950.
Nella sua Fiume l’ingegnere Conighi è pure presidente del Club Alpino Fiumano, del Circolo letterario, della Società Dante Alighieri, della Lega nazionale, del Circolo patriottico e della Società dei concerti. Dopo il 1924 viene nominato Grande ufficiale della Corona d’Italia, motu proprio del re.
Nel 1928 l’ingegner Conighi, assieme al socio ebreo Grünwald, progetta a Fiume la raffineria di benzina e i depositi di petrolio, ma l’azienda di famiglia non si riprende dal tracollo economico causato dalla Grande guerra.

Un osservatorio austriaco in una cartolina del Museo di Caporetto (Slovenia), che si ringrazia per la riproduzione /  Hvala lepa za muzej za razširjanje Kobarida


Carlo Leopoldo Conighi, l’architetto
Il primogenito maschio, Carlo Leopoldo Conighi (Trieste 1884–Udine 1972), architetto – è esponente col padre ed altri costruttori della Sezession a Fiume. Nella Grande Guerra è artigliere austriaco, ma poi è legionario dannunziano a Fiume. Negli anni successivi all’esodo giuliano dalmata è dirigente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD) di Udine, verso il 1948 e fino agli anni sessanta del Novecento.
Nel 1910 sposa Amalia Rassmann che gli dà tre figli: Carlo Ferruccio (Fiume 1912–Roma 1998), Carlo Enrico Edoardo (Fiume 1914– Ferrara 1995) e Helga Maria (Fiume 1923–Udine 2000).
Nel 1959-1960 è direttore dei lavori del cantiere per il Monumento a D’Annunzio di Monfalcone, in provincia di Gorizia, su progetto dell’architetto Vincenzo Fasolo, di Roma.
Udine, Cimitero - Tomba della "famiglia Conighi esule da Fiume". Foto di D&C

Il legionario Giorgio Conighi
Giorgio Alessandro Conighi (Fiume 07.06.1892 – Trento 04.01.1977) è volontario negli alpini nella Grande Guerra e legionario fiumano. Laureatosi in ingegneria civile diviene comandante del Corpo Pompieri di Fiume e dei Vigili del Fuoco di Trieste e Trento.
Costui, fin da ragazzo, assieme ai fratelli, partecipa attivamente al circolo politico irredentistico “La Giovine Fiume”, che si ispirava a Mazzini. A diciotto anni Giorgio Conighi, assieme ad altri nove fiumani, è processato per alto tradimento dalla Corte d’assise di Graz; la data del processo è 10 dicembre 1910, come scrive Enrico Burich in un articolo, del 1961, su «Fiume. Rivista di studi fiumani».
Giorgio Conighi, terzo in piedi da destra, assieme agli alpini suoi commilitoni nel 1915 a Udine. Per sfuggire alla forca austriaca adottò lo pseudonimo di "Giorgio Dilenardo".

Volontario negli alpini nella Prima guerra mondiale, deve cambiare nome in “Giorgio Dilenardo”, per sfuggire alla forca austriaca. Si legge sul «Giornale di Udine» del 14 novembre 1915 che il “soldato volontario negli alpini Giorgio Conighi, nato a Fiume (Ungheria)” ha ricevuto un encomio solenne. Nel 1918 riceve la medaglia di bronzo e la croce di guerra.
Nel 1919 è legionario a Fiume, con i fratelli Carlo Leopoldo Conighi e Cesare Augusto Conighi, mentre il padre, l’ingegnere Carlo Alessandro Conighi, è uno dei consiglieri di Gabriele D’Annunzio nella Reggenza del Carnaro.
Nel maggio del 1945, a Trieste, i titini presero a cannonate la sua abitazione, perché si era rifiutato di esporre la bandiera rossa nella caserma dei pompieri, dove lavorava. Poco dopo viene arrestato dagli iugoslavi e recluso nel carcere del Coroneo. Liberato dopo trenta giorni di prigionia, è costretto all’esodo, abbandonando la terra natia.
Nel dopoguerra è comandante dei Vigili del Fuoco di Trieste e di Trento. Viene incaricato nel mese di aprile del 1959, dell’amministrazione del Comitato esecutivo per il monumento a D’Annunzio a Ronchi. Tale opera, su progetto dell’architetto Vincenzo Fasolo, è realizzata in realtà sul territorio del Comune di Monfalcone sotto la direzione dei lavori dell’architetto Carlo Leopoldo Conighi e viene inaugurata il 30 ottobre 1960. Detto monumento è oggetto di aspre polemiche anche dopo il Duemila.


Estate 1920 - I comandanti dei reparti dei legionari fiumani Giorgio Conighi, a sinistra, Nino Host Venturi e Giuseppe Sovera.  Fotografia Archivio privato di Gabriele Sovera, Genova, pubblicata in: Mimmo Franzinelli, Paolo Cavassini, Fiume. L’ultima impresa di D’Annunzio, Milano, Mondadori, 2009, pag. 57 basso (che si ringrazia per la diffusione).



Una ricerca scolastica sugli itinerari della memoria, 2014

Nell’ambito delle attività del Laboratorio di Storia, all’Istituto Statale d’Istruzione Superiore “Bonaldo Stringher” di Udine, nell’anno scolastico 2014-2015, è stato attivato il progetto «Il Secolo breve in Friuli Venezia Giulia», cofinanziato dalla Fondazione CRUP, di cui sono il referente.
Ho chiesto ai miei studenti di questa scuola turistico alberghiera se, nell’allestimento di itinerari turistici della memoria, pareva loro opportuno ricordare anche i luoghi dei conflitti e delle violenze del Novecento, come la questione dell’esodo giuliano dalmata e delle foibe. Ecco una breve selezione delle loro risposte.


Eleonora Traore, Chiara Camatta e Elisa Dal Bello hanno detto che nei tour è importante menzionare i luoghi dei conflitti e delle violenze, come la Risiera di San Sabba o la Foiba di Basovizza “per capire che le guerre causano immani sofferenze e possono indurre gli essere umani a dare il peggio di sé: tutti senza distinzioni”. Andrea Casasola ha ricordato che il turista affronta così “emozioni e sensazioni, ma soprattutto mantiene vivo il ricordo del passato”. Per Agnese Gervasi è rilevante questo segmento turistico poiché i visitatori “si sentiranno più vicini ai parenti perduti”.
Col turismo della memoria, albergatori e ristoratori – secondo Christian Ciacchi, Nicolò Salvemini e Giada Todesco – possono contribuire a far conoscere cultura e tradizioni enogastronomiche del territorio. Altri studenti come Alessandro Dimatteo, Mattia Fant e Sabrina Turoldo, si sono spinti più in là, proponendo agli operatori economici di offrire delle riduzioni di prezzo sui menu e sui soggiorni, per le comitive con quei fini di turismo – pellegrinaggio. Nel 1956 è stato tale Pietro Sfilligoi, trascinato da un certo pathos, a scrivere che: “L’unico conforto che rimane agli esuli è che almeno Trieste si sia salvata, che quella che ogni giuliano ha considerato, dopo la propria, la più cara città, non abbia subito l’affronto supremo e, forte della sua italianità, signoreggi specchiando, sì nel suo magnifico golfo dal quale l’esule che va a Trieste come a un pellegrinaggio vede scendere sempre più evanescente, giù giù fino a Pola, la terra condannata, la terra tradita” (corsivo nostro).  
Ci sono altri studenti dell’Istituto “Stringher”, come Mattia Pravisani e Giovanni Zamparini, che propongono di ricercare i menu dell’epoca e addirittura di apportare alcune modifiche ai ristoranti di Trieste e di Gorizia, ricreando le atmosfere degli anni Quaranta e Cinquanta. Altri, come Matteo Burello, dicono di ricercare delle compagnie teatrali in grado di allestire degli spettacoli su quegli anni e quegli eventi, da proporre in collaborazione agli operatori economici del turismo.

------------------

Fiume 1943. Fotografo F. Slocovich, Fiume.

Fonti orali

Le interviste (int.) sono state condotte a Udine con penna e taccuino da Elio Varutti, se non altrimenti specificato. Si ringraziano e si ricordano i seguenti signori per le testimonianze concesse.
1) Renato Bianco, Silea, provincia di Treviso (1951), e-mail del 10 febbraio 2014.
2) Miranda Brussich vedova Conighi (Pola 11 agosto 1919 – Ferrara 26 dicembre 2013), int. del 28 dicembre 2008 a Ferrara.
3) Anna Maria L. istriana, Tolmezzo, provincia di Udine (1963), int. del 15 dicembre 2010.
4) Rosalba Meneghini in Capoluongo, Udine (1951), int. del 3 dicembre 2011.
5) Maria Millia, vedova Meneghini (Rovigno 1920 – Udine 2009) intervista del giorno 11 maggio 2004 e 10 febbraio 2008.
6) Caterina Pagnucco vedova Sguerzi, Castelnuovo - vicino Pordenone (1925), int. del 3 gennaio 2004.
7) Gianpaolo Polesini, Udine (1957), con genitori dell’Isola di S. Nicolò, presso Parenzo, int. del giorno 11 dicembre 2013.
8) Marisa Roman, Parenzo (1929), int. del 23 dicembre 2014.
9) Sergio Satti, Pola (1934), int. del 13 novembre 2014.
10) Egidio Toros (San Lorenzo Isontino 1904 – Udine 2005), int. del 29 ottobre 2001.
11) Ivana Varutti, San Vito di Fagagna, provincia di Udine (1946), int. del 6 settembre 2011.

L'interno di uno dei 140 Campo Profughi per gli italiani d'Istria, di Fiume e della Dalmazia, allestiti dal 1945 alla fine degli anni sessanta in Italia, con i letti a castello e vari altri disagi.  L'ultimo di questi posti di accoglienza chiuse i battenti a Trieste nel 1972


Fonti bibliografiche ragionate

Sulla deportazione del 1914 di profughi italiani in Austria in campi con baraccamenti vedi:
- Lepre Rita, Profughi nel Barackenlager di Pottendorf-Landegg. Il racconto degli abitanti di S. Lorenzo Isontino e di S. Martino del Carso, «Iniziativa Isontina», n. 103, dicembre 1994.
- Gorlato Achille, Il campo profughi istriani di Wagna 1914-1918, in : Delton Domenico, Del Ton Giuseppe et alii, Dignano e la sua gente, Trieste, Centro Culturale “Gian Rinaldo Carli”, 1975.
http://www.istrianet.org/istria/history/1800-present/camps/ww1-wagna.htm
Una ricerca recente, molto documentata, in lingua croata e tedesca, sul campo di internamento di Gmünd, vicino alla Repubblica Ceca, 1914-1918, è la seguente:
- Andrej Bader, Barackenlager Gmünd, Medulin, Općina Medulin, 2014.
Sul giornale «L’Arena di Pola» e sui giornali dell’esodo si possono trovare diverse conferme di quanto hanno riferito le fonti orali. Io ho consultato nelle biblioteche di Udine e di Gorizia diverse annate, per i miei studi sull’esodo giuliano dalmata. Nelle famiglie dove mi sono recato per le interviste, mi hanno mostrato diversi ritagli di giornali, come quelli da «L’Arena di Pola», appunto, perché molto diffuso tra gli esuli e i loro discendenti. Per questo racconto ho utilizzato specificamente:
- «L’Arena di Pola», n. 13, III, 6 dicembre 1947.
- «L’Arena di Pola», n. 5, IV, 15 aprile 1948.

Pur essendo un libretto divulgativo, è molto ben documentato il seguente testo sull’unico campo di concentramento nazista attivo in Italia
- Tristano Matta, Il lager di San Sabba dall’occupazione nazista al processo di Trieste, Trieste, Beit, 2012.

Ci sono varie testimonianze dell’esodo giuliano dalmata pubblicate sui quotidiani italiani, come la seguente:
- P. Sfilligoi, Un esule ricorda, «Messaggero Veneto», 24 maggio 1956, pag. 16.

Tra le più recenti pubblicazioni sull’esodo giuliano dalmata, che ormai ha una letteratura vasta e variegata, si vedano:
- Armando Delzotto, I miei ricordi di Dignano d’Istria (dalla nascita all’esodo), Edizioni del Sale, Udine, 2013 (per info: Libreria Friulibris, Via Piave, 27 - 33100 Udine UD. Telefono: 0432. 25819).
- Mario Maffi, 1957. Un alpino alla scoperta delle foibe, Udine, Gaspari, 2013.
- Guido Rumici, Mosaico dalmata. Storie di dalmati italiani, Gorizia, Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Comitato provinciale di Gorizia, 2011.
- Mauro Tonino, Rossa terra, Pasian di Prato (UD), Orto della Cultura, 2013.
- Francesco Tromba, Pola Cara, Istria terra nostra. Storia di uno di noi Esuli istriani (prima edizione: Gorizia, Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia, 2000), Trieste, Libero Comune di Pola in Esilio, 2013.
- Annalisa Vukusa, Sradicamenti, Fagagna (UD), Tipografia Graphis, 2001.

Tra gli ultimi contributi sull’Impresa di Fiume, il libro seguente riporta alcune immagini del capitano degli alpini Giorgio Conighi, comandante dei reparti volontari fiumani dal 1919.
- Mimmo Franzinelli, Paolo Cavassini, Fiume. L’ultima impresa di D’Annunzio, Milano, Mondadori, 2009.

Sulla saga familiare dei Conighi, vedi i seguenti riferimenti bibliografici e link in Internet:
      -    Enrico Burich, Momenti della polemica per Fiume prima della guerra 1915/18, in «Fiume. Rivista di studi fiumani», IX, n. 1-2, gennaio-giugno 1961, pag. 15.
      -    E. Varutti, Sembra la pace in avvicinamento… Diario dell’artigliere austriaco Carlo Conighi e le cartoline postali del bancario Dante Malusa internato a Tapiosüly da Fiume nel 1915-1918, in Erminio Polo, Alfio Anziutti, Giancarlo L. Martina, Chiara Fragiacomo, Elio Varutti, Un doul a mi strinzeva il cour. 1917: questo terribile mistero, Coordinamento dei Circoli Culturali della Carnia, San Daniele del Friuli (UD), 1997, pagg. 59-76.
      -    E. Varutti, Casi familiari di radicamento sociale del Risorgimento nel Friuli e nella Venezia Giulia, in I moti friulani del 1864. Un episodio del risorgimento europeo, Atti del convegno San Daniele del Friuli 29-30-31 ottobre 2004, Quaderni Guarneriani, 4, 2005,   pp. 131-156.
ISBN 88-901571-1-9
     -    E. Varutti, Il monumento a D’Annunzio, in Ferruccio Tassin (cur), Monfalcon, LXXXIII congresso, Monfalcon 24 settembre 2006, Udine, Societât Filologjiche Furlane, pp. 231-237.
ISBN 978-88-7636-071-8

Sullo studio di casi familiari è molto interessante vedere le seguenti biografie e articoli che sono riuscito a ricostruire con dati delle collezioni familiari:
- Carlo Alessandro Conighi
- Carlo Leopoldo Conighi
- Giorgio Alessandro Conighi
- Diario di Carlo Conighi, Fiume aprile-maggio 1945.

 
Una prima versione della storia delle sarte Zanetti di Pola, Fiume e Firenze si può leggere in:
- E. Varutti, Il cramâr Morocutti da Zenodis, l’imprenditore febbrile di Canal da Malborghetto ed altre storie di cramarìa, «Bollettino delle Civiche Istituzioni Culturali», Udine, n. 9, 2003-2004, 2005, pp. 111-162.

Sui campi profughi istriani e dalmati di Udine esiste una non ampia serie edita di articoli e di studi, con certi materiali aggiornati dallo scrivente e pubblicati nel web.
- Remo Leonarduzzi, La ex-Gil di via Pradamano, «Baldasseria 78», Udine, 1978, pp. 6-7.
- Mario Visintin, Accoglienza, «Baldasseria Festa Insieme 1996», Udine, 1996, pp. 30-31.
- Elio Varutti, Il Centro di Smistamento Profughi di Via Pradamano accolse oltre centomila persone dell’esodo dal 1947 al 1960, «Festa Insieme Baldasseria», Udine, 2004, pp. 18-20.
- E. Varutti, Il Campo Profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo, 1945-2007, Udine, Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Comitato Provinciale di Udine, 2007 (esaurito).
- E. Varutti, Cara maestra, le scrivo dal Campo Profughi. Bambini di Zara e dell’Istria scolari a Udine, 1948-1963, «Sot la Nape», 4, 2008, pp. 73-86.
- Franco Sguerzi – E. Varutti, La nostra parrocchia di San Pio X a Udine 1958-2008. Cinquanta anni di memorie condivise, Udine, Academie dal Friûl, 2008, pp. 71-72.
- Mario Blasoni, Quei centomila esuli in via Pradamano, «Messaggero Veneto», 4 febbraio 2008, ora in: M. Blasoni, Vite di friulani, Udine, Aviani & Aviani, 2009, pp. 213-216.
- Pupo Raoul, L’Ufficio per le zone di confine e la Venezia Giulia: filoni di ricerca, «Qualestoria», XXXVIII, 2, dicembre 2010, pp. 57-63.
- Elena Commessatti, Villaggio Metallico e altre storie a Udine, città dell'accoglienza, «Messaggero Veneto», 30 gennaio 2011, pag. 4. Anche nel web: http://www.stringher.it/ktml_uploads/files/VillaggioMetallico.pdf   ora in: E. Comessatti, Udine Genius Loci, Udine, Forum, 2013, pp. 98-101.
- E. Varutti, Rifugi antiaerei a Udine. Profughi istriani, preti e parrocchiani, «Festa Insieme Baldasseria» 2013, Udine.  Nel web  https://www.academia.edu/4618919/Rifugi_antiaer...-
- E. Varutti, La Cappella dei profughi istriani, «Festa Insieme Baldasseria», Udine, 2014, pp. 34-35.
- E. Varutti, Il Centro di Smistamento Profughi istriani di Udine, on line su blogspot.it dal 29 ottobre 2014.  http://eliovarutti.blogspot.it/2014/10/il-centro-di-smistamento-profughi.html
- R. Bruno, E. Marioni, G. Martina, E. Varutti, Ospiti di gente varia. Cosacchi esuli giuliano dalmati e il Centro di Smistamento Profughi di Udine 1943-1960, Udine, Istituto Statale d'Istruzione Superiore "B. Stringher", 2015.

Sulle vicende dell’emigrazione friulana esiste una vasta letteratura; in questo articolo ho utilizzato il lavoro seguente:
- L. Zanini, Per la storia della Carnia migrante, Udine, Doretti, 1961. 

Una rara copia de Il Lunedì, del 20 gennaio 1947, settimanale con redazioni a Gorizia, Trieste, Udine e Venezia. Si noti l'articolo intitolato "Come muore Pola". (Collezione Marisa Roman, Udine)

Referenze iconografiche e ringraziamenti
Le fotografie sono della Collezione Conighi di Udine, ove non altrimenti indicato. Si ringraziano la collezione privata e le altre fonti per la diffusione delle immagini. Per le informazioni, i dati, le ricerche e per la diffusione della cultura sull'esodo giuliano dalmata un ringraziamento particolare sia riservato a Anna Maria Zilli, Dirigente scolastico dell'Istituto Stringher di Udine e ai professori del Laboratorio di Storia del medesimo istituto, che ha per referente il prof. Giancarlo Martina. Ancora per la collaborazione sui temi dell'esodo giuliano dalmata desidero ringraziare le professsoresse Maria Senis, Giulia Peresani e Manuela Beltramini, della Scuola secondaria di 1° grado dell'Istituto "Uccellis" di Udine, nonchè le professoresse Paola Quargnolo, Maria Grazia Di Paola e Patrizia Giachin dell'Istituto "C. Percoto" di Udine, oltre alla professoressa Adriana Danielis e Guido Rumici dell'Istituto "Einaudi-Mattei" di Palmanova, provincia di Udine.

-----------------

Istituto Statale d’Istruzione Superiore “B. Stringher” Udine. Laboratorio di Storia, Progetto «Il Secolo breve in Friuli Venezia Giulia», sostenuto dalla Fondazione CRUP. Hanno collaborato alla elaborazione di questo prodotto gli allievi Elisa Dal Bello e Nicolò Salvemini, della classe 5 ^ D Dolciaria. Anno scolastico 2014-2015. Coordinamento didattico: professoressa Carla Maffeo (Italiano e Storia). Dirigente scolastico: Anna Maria Zilli. Networking: prof. Elio Varutti, Diritto e Tecniche Amministrative della Struttura Ricettiva; novembre 2014; con aggiornamenti successivi.

----------------

Sui dati dell'articolo presente è stata effettuata una presentazione in pubblico a Udine, con diapositive in Power point, a cura dell'Associazione dei Toscani in Friuli Venezia Giulia il giorno di venerdì 20 febbraio 2015, alle ore 18, presso la sala riunioni del Centro Servizi Volontariato, in viale Venezia n. 281, nelle vicinanze del Villaggio Giuliano. L'evento aveva il patrocinio del Club UNESCO di Udine e dell'Associazione Insufficienti Respiratori, sede di Udine. Al termine della relazione c'è stato un acceso dibattito. Ecco alcune immagini della serata. Qui sotto Angelo Rossi, con gli occhiali, in rappresentanza dell'Associazione dei Toscani in Friuli Venezia Giulia presenta il professor Elio Varutti.



Nell'ultima fotografia (di D&C) si notano, al centro, l'ingegnere Silvio Cattalini, presidente del Comitato di Udine dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), accanto a sua cugina, Annalisa Vukusa, scrittrice di racconti sull'esodo da Zara.
Per altri commenti sulla medesima iniziativa pubblica, clicca questa parola.