venerdì 6 marzo 2015

Il silenzio degli esuli istriani, 1945-2004

È assai ricorrente il tema del silenzio dei profughi giuliano dalmati. Ciò è dato dalla mancata comunicazione ai discendenti sui fatti storici dell’esodo dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia. Pure Massimo Gobessi, giornalista Rai di Trieste, condivide tale opinione; lo scrivente è stato da lui intervistato per una trasmissione radio del 10 febbraio 2014.
Il Duomo di Dignano d'Istria

Tale autocensura - il silenzio sui fatti dell'esodo giuliano dalmata - in qualche caso è durata fino al 2004, data dell'istituzione del Giorno del Ricordo.
“Noi istriani abbiamo un grande aetto per il nostro territorio – ha detto una intervistata, Anna Maria L., con parenti a Dignano d’Istria e a Pola, dove ha trascorso varie settimane estive negli anni ‘60 – ma ne parliamo poco, c’è tanta dignità e silenzio, preferiamo il duro lavoro e stare zitti”.
Sugli istriani gentili e riservati, c’è la testimonianza pure di Ivana Varutti, che ha vissuto per anni accanto al Centro di Smistamento Profughi di Via Pradamano a Udine.
Roberto De Bernardis, esule da Pola, ha riferito su un quotidiano di Trento dell’assoluto silenzio mantenuto da sua madre dopo l’esodo, avvenuto nel 1952. “Poi guardò solo avanti – ha scritto – non sarebbe più tornata, non ne avrebbe più parlato: un silenzio durato sino alla sua morte, nel 1999”.
Certi esuli hanno rielaborato il dolore dell’esilio in tremenda solitudine. Proprio un amico e conoscente di esuli di Fiume, il signor Renato Bianco, di Silea, provincia di Treviso, mi ha confermato il disagio provato dai profughi nel raccontare la propria storia, la propria fuga dalla città del Golfo del Quarnero, in questo caso. Si trattava della famiglia di Decio Tuchtan, esule proprio da Fiume: “Spesso mi accennava alle sue vicissitudini di profugo ha detto Renato Bianco – quasi con un senso di vergogna”. 

1.  No se gà de contar cosse brute ai pici
È stata la signora Elvira Dudech, di Zara a ripetermi varie volte che: «No se gà de contar cosse brute ai pici». Quindi l’autocensura era motivata dal non far star male le giovani generazioni. Tuttavia i «cuccioli dell’esodo istriano», secondo una indovinata dizione di Roberto Zacchigna, hanno sofferto per altri motivi. Molti discendenti, dopo il Novecento, sono alla ricerca della memoria familiare e del paese d’origine.
«Sono stata al Campo Profughi di Lucca – mi ha scritto Annamaria, classe 1943 – ricordo le lunghe file per ottenere un pasto, i gabinetti in comune, piccole camerate, noi eravamo in cinque, e quando passavano davanti al Campo le signore di Lucca coi loro bambini dicevano: Se non stai buono ti porto lì dentro. Come se fossimo stati delle bestie. Anche se da bambina a scuola mi chiamavano ‘profugaccia’, sono fiera di essere italiana e di aver lottato per esserlo. Ricordo poco per fortuna». Ecco un esempio in cui il ricordare porta alla mente immagini negative di vita vissuta nel Campo Profughi, perciò si preferisce l’oblio e il silenzio dei profughi. 
Campo Profughi di Lucca (piazza del Collegio), 1949. Il cortile del campo. Fotografia Istoreto, Torino

Maria Millia Meneghini raccontava poco del suo esodo da Rovigno. «Aveva paura – ha detto la figlia, Rosalba Meneghini Capoluongo, divenuta conferenziere del Club UNESCO di Udine nelle cerimonia del Giorno del Ricordo – non era trattata bene, si pensi che i miei nonni Anna Sciolis, morta nel 1983 e Domenico Millia, detto Mimi, fabbro a Rovigno, morto nel 1981, furono per una notte al Centro di Smistamento Profughi di Via Pradamano a Udine nel 1947 o 1949 e poi li portarono nella cripta del Tempio Ossario a dormir per terra sul marmo».
La città accoglieva gli esuli istriani nei campi profughi, al Villaggio Metallico, nei collegi dei religiosi e, se necessario, sui pavimenti marmorei del Tempio Ossario, che custodisce 25 mila resti di caduti della Grande Guerra. Furono oltre 100 mila ad espatriare verso Udine dal dopoguerra sino agli ani ’60. Poi furono indirizzati negli oltre 109 (secondo padre Rocchi) o 140 Centri di Raccolta Profughi sparsi per l’Italia (secondo Rumici).
Poi c’è la faccenda di considerare gli esuli italiani tutti fascisti. «C’è una certa ritrosia a parlare degli anni 1947-1950 – ha detto l’ingegnere Luigi Paolini, di Canfanaro d’Istria – perché eravamo considerati fascisti, questa era come una patente di vergogna, se penso che in questi anni a Rovigno c’è il 50 per cento di italiani».
Udine - Il Tempio Ossario e il Monumento alla Resistenza, fotografia del 1968-1969

Ricorda poco anche la signora A.B. di Laurana, vicino Fiume. «Mio padre era Italo Angioli – ha raccontato – lavorava nella Forestale e mia madre era Elena Zadkovic, da Laurana. Visto ciò che accadeva in Istria nel 1943 (uccisioni nelle foibe) nei primi mesi del 1944 mio padre fece domanda di trasferimento e fu mandato a San Vito al Tagliamento. Io ero bambina e il trasloco fu fatto col camion. Non si passò dal Campo Profughi. I miei parenti Zadkovic dopo il Campo Profughi emigrarono a Melbourne, in Australia, nel 1955. Una mia amica, Grazia Maria Giassi è venuta via da Fiume con la famiglia, perché il padre era stato imprigionato e poi sparì. Anche loro passarono al Campo Profughi».
Molti esuli si rifiutavano di parlare della guerra e dell’esodo coi propri familiari. «Mio padre fece la campagna di Russia e poi l’esodo da Fiume – ha riferito il professore Daniele D’Arrigo, di Udine – non voleva parlare di esodo e di guerra, ricordo che le nonne e le vecchie zie di Fiume dicevano: no sta parlar de cosse brutte come l’esodo, le foibe, la guerra alla donna incinta sennò el nassi mal el picio. Noi abbiamo abitato nelle case per gli esuli di Via Fruch a Udine».


Gli studi più recenti degli storici si occupano dell’esodo giuliano dalmata nel quadro delle migrazioni europee tra metà dell’Ottocento e del Novecento, come conseguenza dei conflitti militari nei confronti della popolazione civile. Ad esempio in un volume del 2012, su 502 pagine, alle vicende del confine adriatico orientale italiano sono dedicate 4 pagine e mezza. Vedi: Antonio Ferrara, Niccolò Pianciola, L’età delle migrazioni forzate. Esodi e deportazioni in Europa 1853-1953, Bologna, Il Mulino, 2012, pp. 356-361.
Udine - Le case per gli esuli istriani di Via Fruch n. 55, inaugurate nel 1956; c'è chi le chiama il Secondo Villaggio Giuliano. Fotografia di Elio Varutti, 2015

PRESENTAZIONI LIBRI SUI PROFUGHI E TEMI SIMILI 2004-2016
Le conferenze di presentazione dei seguenti volumi o saggi della tematica correlata sono avvenute dal 4 maggio 2004 per mia cura:
- Elio Varutti, Il Campo Profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo 1945-2007, ANVGD, Comitato Provinciale di Udine, 2007. (esaurito dal 2013). Per questa ricerca ho raccolto 103 testimonianze sull’esodo giuliano dalmata.
- Elio Varutti, Cara maestra, le scrivo dal Campo Profughi. Bambini di Zara e dell’Istria scolari a Udine. 1948-1963, “Sot la Nape”, Udine, LX, n. 4, otubar-dicembar 2008, pp. 73-86. Per tale saggio ho sentito altre 7 fonti orali sull’esodo istriano dalmata.
- Roberto Bruno, Elisabetta Marioni, Giancarlo Martina, Elio Varutti, “Ospiti di gente varia. Cosacchi, esuli giuliano dalmati e il Centro di Smistamento Profughi di Udine 1943-1960”, Istituto Stringher, Udine, 2015. Dal 2008 al 2015 ho effettuato altre 108 interviste.

Nel 2016 (30.06) ho raccolto altre 41 testimonianze, per un totale complessivo di 259 testimonianze o ricordi sull’esodo giuliano dalmata.
Presentazioni libro e comunicazioni tema del libro: regioni coinvolte: Friuli Venezia Giulia, Veneto. Province coinvolte: Udine, Pordenone, Trieste, Venezia.
Comuni coinvolti: Udine, Codroipo, Pordenone, Trieste, Martignacco, Venezia, Moimacco, Cividale del Friuli, Pasian di Prato,  Povoletto, Palmanova, Trieste, Trivignano Udinese, Bibione, San Michele al Tagliamento (VE), Concordia Sagittaria (VE), Cervignano del Friuli, Portogruaro (VE).
Scuole coinvolte: Scuola media I grado “E. Fermi”, Udine. Isis “B. Stringher”, Udine. Iti “A. Malignani”, Udine. Università della Terza Età (UTE), Udine. Istituto “C. Percoto”, Udine. Scuola Media I grado, Povoletto. Istituti “Mattei – Einaudi”, Palmanova.        Liceo scientifico “N. Copernico”, Udine.     Scuola media I grado “P. Valussi”, Udine. Scuola media I grado “Uccellis”, Udine. Università della Terza Età (UTE), Cervignano del Friuli. Istituto Statale d’Istruzione Superiore della Bassa Friulana, Cervignano del Friuli (UD). Scuola media I grado di Martignacco, Udine. Liceo classico “J. Stellini”, Udine.
Istituzioni e Associazioni coinvolte: Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Udine. Società Filologica Friulana (SFF), Udine. Ufficio Scolastico Regionale, Trieste. Biblioteca Civica “V. Joppi”, Udine. Biblioteca Comunale di Codroipo (UD). Biblioteca Comunale di Cividale del Friuli. Museo Etnografico del Friuli, Udine. Rotary Club Udine Nord. Clauiano Mosaics & More, Clauiano di Trivignano Udinese (UD). Lions di Lignano Sabbiadoro (UD), Bibione – San Michele al Tagliamento (VE) e Concordia Sagittaria (VE). Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione, Trieste. Casa circondariale via Spalato, Udine. Associazione Toscani in Friuli Venezia Giulia, Udine. Club UNESCO, Udine. Associazione Insieme con noi, Udine. Genitori in onda, Udine. Associazione Gli Stelliniani, Udine.


Centro smistamento profughi di Udine, 1957. Archivio privato Alma Mussap. Dal sito Internet dell’Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza e della società contemporanea di Torino (Istoreto). Il Centro di Smistamento Profughi di Udine, da cui passarono circa 100 mila profughi istriani, fiumani e dalmati, è citato anche nei documenti dell’Archivio di Stato di Udine (Fondo Prefettura di Udine, Appendice, busta 125). A sinistra la scuola che ha edito il volume nel 2015.


Fonti orali per il presente articolo
Le testimonianze sono state raccolte a Udine con penna, taccuino e macchina fotografica da Elio Varutti, se non altrimenti indicato. Si ringraziano e si ricordano tutti coloro che, intervistati, hanno accettato di raccontare la propria esperienza, anche se tragica e disorientante.
- Annamaria, classe 1943, messaggio in un mio blog del 13 maggio 2008.
- A.B., Laurana, intervista del 5 marzo 2015.
- Renato Bianco, 1951, Silea, provincia di Treviso, e-mail del 10 febbraio 2014.
- Daniele D’Arrigo, 1951, Udine, int. del 10 dicembre 2014.
- Elvira Dudech (Zara 1930 – Udine 2008), int. del 28 gennaio 2004.
- Anna Maria L., istriana, 1963, Tolmezzo (UD), int. del 15 dicembre 2010

- Luciana Luciani, 1936, Pola, int. del 15 dicembre 2014.
- Rosalba Meneghini Capoluongo, 1951, Udine, int. del 3 dicembre 2011.
- Maria Millia Meneghini (Rovigno 1920 – Udine 2009), int. del 11 maggio 2004.
- Luigi Paolini, Canfanaro d’Istria, int. del giorno 11 giugno 2013.
- Ivana Varutti, 1946, San Vito di Fagagna (UD), int. del 6 settembre 2011.

 Cimeli militari della Seconda guerra mondiale e della guerra fredda. Elmetto italiano 1939-1945. Tascapane militare, periodo successivo al 1945, guerra fredda. Borraccia USA 1939-1954, forse appartenuta a un bacolo nero. “I bacoli neri, jera poliziotti vestidi de scuro, solo col manganel”. Fonte orale: signora Luciana Luciani, nata a Pola nel 1936, intervista di E. Varutti del 15 dicembre 2014, Udine. Si trattava di personale di polizia reclutato su scala locale (Trieste, Pola e l’Istria), oltre che nei paesi e colonie del Regno Unito, alle dipendenze degli alleati angloamericani, attivi a Pola, 1945-1947, e nel Territorio Libero di Trieste, 1945-1954. Gavetta di un alpino di Codroipo 1939-1945, con coperchio antecedente. È il contenitore in alluminio più grande. Gavetta del fante italiano G.G. di Percoto, 1939-1945. Il fante, con una punta metallica ha inciso il suo itinerario di guerra: “Perocotto, Udine, Ivrea, Bari, Durazzo, Scutari, Podgoriza, Nichsic, Slavnich, Lubiana, Carlovach, Finito”. Collezione privata Udine. Bustina partigiana, detta "titovka" di un appartenente al IX Corpus di Tito dell’Osvobodilna Fronta - Fronte di Liberazione della Jugoslavia, ucciso in un Campo di concentramento nazista. Nome del partigiano: Luigi Barbarino Mationawa, Resia 14.08.1914 – Flossenbürg, Kersbruch  11.03.1945. Collezione Gemma Valente, Bastajànawa, vedova Barbarino, Resia (Resia 1915-Udine 2008). Gruppo di studio sull’Ultimo Risorgimento, classe 4 ^ C Enogastronomia, anno scolastico 2014-2015. Coordinamento a cura dei professori Maria Carraria (Italiano e Storia), Elio Varutti (Diritto e Tecniche Amministrative della Struttura Ricettiva). Dirigente scolastico: Anna Maria Zilli. Istituto “B. Stringher”, Viale Monsignore Giuseppe Nogara, 33100 Udine, Italia.

Fonti edite
- Roberto Bruno, Elisabetta Marioni, Giancarlo Martina, Elio Varutti, Ospiti di gente varia. Cosacchi, esuli giuliano dalmati e il Centro di Smistamento Profughi di Udine 1943-1960, Istituto Stringher, Udine, 2015.
- Elena Commessatti, Villaggio Metallico e altre storie a Udine, città dell'accoglienza, «Messaggero Veneto», 30 gennaio 2011, pag. 4. Ora in: E. Comessatti, Udine Genius Loci, Udine, Forum, 2013, pp. 98-101.
- Roberto De Bernardis, Quel triste addio alle colline dell’Istria, «L’Adige» 18 febbraio 2008.
- Antonio Ferrara, Niccolò Pianciola, L’età delle migrazioni forzate. Esodi e deportazioni in Europa 1853-1953, Bologna, Il Mulino, 2012, pp. 356-361.
- Flaminio Rocchi, L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati, Roma, Associazione Nazionale Difesa Adriatica, 1990.
- Guido Rumici, Catalogo della mostra fotografica sul Giorno del Ricordo, Roma, ANVGD, 2009.
- Elio Varutti, Il Campo Profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo 1945-2007, ANVGD, Comitato Provinciale di Udine, 2007. (esaurito dal 2013).
- Elio Varutti, Cara maestra, le scrivo dal Campo Profughi. Bambini di Zara e dell’Istria scolari a Udine. 1948-1963, “Sot la Nape”, Udine, LX, n. 4, otubar-dicembar 2008, pp. 73-86.
- Annalisa Vukusa, Sradicamenti, Fagagna (UD), Tipografia Graphis, 2001.
- Michele Zacchigna, Piccolo elogio della non appartenenza. Una storia istriana, Trieste, Nonostante Edizioni, con una Postfazione di Paolo Cammarosano, 2013.