lunedì 30 gennaio 2017

Esodo da Fiume al Campo Profughi di Laterina, 1950

«La storia del mio esodo fiumano inizia il 29 novembre 1950 – racconta Ireneo Giorgini, nato a Fiume nel 1937 – cinque anni dopo la fine della guerra. Mio padre, Alessandro Juricich, optò per la cittadinanza italiana, ma la richiesta fu respinta una prima volta con la motivazione: lingua d’uso croata.
Campo Profughi di Laterina, provincia di Arezzo

Il ricorso venne respinto una seconda volta con la motivazione: lingua d’uso non italiana. Forse perché allora il nostro cognome era Juricich, di chiara appartenenza ai territori giuliano-istriano-dalmati. Dal 1930 in avanti i tanti cognomi furono trasformati in lingua italiana d’ufficio. Due fratelli di mio padre divennero Giorgini, perché dipendenti di aziende importanti. Mio padre rinunciò perché non fu obbligato».
La testimonianza di Ireneo Giorgini è già apparsa nel web, in una versione giornalistica, sul sito di Valdarnopost del 9 febbraio 2015, col titolo: “La nostra vita nel campo profughi di Laterina. La testimonianza di due esuli”, di Glenda Venturini. Siccome è un’esperienza significativa e ben raccontata, ci permettiamo di riprenderla e di fare qualche approfondimento.
Ma, signor Ireneo Giorgini, siete riusciti a venir via? «Finalmente, al terzo ricorso fu concesso il visto per andare via – risponde - Partimmo da Fiume il papà Alessandro, la mamma Norma Milotich e il nonno materno con le nostre masserizie, raccolte in dieci cassoni e le valigie. Il nonno era Antonio Milotich, nato a Fiume nel 1868, fu il primo pensionato del silurificio di Fiume, viveva alle Casette, ossia le case popolari dei dipendenti del silurificio. 
La prima tappa dell’esodo fu il Centro Raccolta Profughi (CRP) di Trieste Opicina. Ricordo le strutture semicircolari tipo hangar, con le camerate separate per uomini e per le donne».


Ireneo Giorgini, tra la mamma Norma Milotich e il babbo Alessandro Juricich, poi Giorgini

Come le sembrò questa parte dell’Italia? «Scendemmo a Trieste e mi colpì un fatto – ha detto Ireneo Giorgini – una salumeria aveva in vetrina una mortadella gigantesca, mai vista una così prima. Poi mi feci comprare la Gazzetta dello Sport e la Settimana Enigmistica».
Siete passati per Udine? «Dopo fummo trasferiti a Udine – continua – al Centro Smistamento Profughi e qualche giorno più tardi arrivò la destinazione: Laterina, provincia di Arezzo. Dove? In Toscana! Benché avessi frequentato a Fiume le scuole italiane e studiato la geografia, conoscevo la Toscana, che per me si limitava a Firenze, Pisa e Livorno».
A Laterina cosa succede? «Arrivammo a Laterina la mattina del 5 dicembre 1950 – risponde – la corriera della stazione ferroviaria ci lasciò dopo 5 km di strada bianca, davanti a una stradina. Ci chiedevamo: dove andiamo? Scendemmo e in lontananza vedemmo delle costruzioni basse del Centro Raccolta Profughi. Ci avvicinammo con le nostre valigie e una persona ci rivolse la parola: “Da dove venì?” – ovviamente in dialetto. “'Da Fiume”. E quello: “Andé a presentarve in ufficio”. E da lì è iniziata la nostra carriera di ospiti del CRP di Laterina. In Italia erano presenti 106 strutture di quel tipo. Location, si direbbe oggi!»
Come era la vita al CRP di Laterina? «La nuova vita iniziò lì. – ha detto Ireneo Giorgini –  Lascio immaginare i miei genitori all’epoca quarantenni a vedersi assegnare un posto alla “baracca 12”, in comunità con un’altra famiglia. Il personale del CRP ci aiutò a portare dal magazzino le brande, i pagliericci e la paglia per preparare i giacigli, mentre il nonno fu immediatamente ricoverato in infermeria: aveva 82 anni. Morì a Torino nel 1956».



Rifugiati al Campo Profughi di Laterina, provincia di Arezzo

Dove mangiavate? «I muratori del CRP ci costruirono, in mezza giornata, un fornello a legna tutto in cemento. – ha detto Ireneo Giorgini – L'acqua si prendeva alla fontana comune. I servizi igienici erano in fondo al campo. Teniamo presente che queste baracche furono costruite in tempo di guerra, come campo di concentramento per i militari alleati e poi per i militari tedeschi. I primi profughi nel 1945 trovarono ancora il filo spinato che lo cintava. Io, quattordicenne, mi adattai subito. A gennaio ripresi la scuola in Arezzo, insieme ad altri ragazzi e ragazze: Avviamento Professionale, Liceo, Istituto Tecnico Industriale, Ragioneria. Questo per quattro anni. Alcune di queste amicizie le coltivo ancora a Torino con ex ragazzi e ragazze residenti in Toscana».
Come era la giornata tipo al Campo Profughi? «La vita era ben organizzata: mattino scuola! – ha detto Ireneo Giorgini –  Il primo anno, nel 1951, si andava ad Arezzo in treno, poi la corriera fino alla stazione andata e ritorno, servizio pagato dall’Assistenza Post Bellica, libri scolastici compresi. Peccato che a volte gli orari ferroviari non erano coordinati con la corriera per cui si doveva aspettare quello della sera: quattro ore o 5 km a piedi».
E allora come facevate? «Si facevano in allegria quei chilometri tagliando per i prati, i boschi e gli argini dell’Arno. – ha detto Ireneo Giorgini –  Pranzo alle 15.00. E poi a “zogar la bala”, quando c’era il pallone, il più delle volte scalzi su un campo di terra. Lascio immaginare cosa succedeva quando l’alluce incontrava una pietra. Allora di corsa in infermeria a farsi medicare. La signora Virginia, l’infermiera del campo ci rimproverava: “Sempre ‘sta bala. Meté le scarpe!”. “E con cosa andemo a scola: discalzi?” – era la mia risposta».


Ireneo Giorgini, con la mamma Norma Milotich e il babbo Alessandro Juricich, poi Giorgini tra le baracche del Centro Raccolta Profughi di Laterina

C’è qualche altro ricordo? «Il tempo libero per gli adulti era impiegato ad operarsi per rendere più confortevole il soggiorno. Imbiancatura delle camerate, piccoli giardinetti, chi si inventava un orticello chi allevava qualche gallina, chi andava a fare un po’ di spesa nelle fattorie vicine. Noi giovani che si faceva? Giocare per le campagne a fare i bagni in estate nell’Arno, ascoltare la radio, il campionato di calcio, il Giro d'Italia, giocare a scacchi (tanto) e studiare. Poi mi viene in mente che mia mamma, in baracca, canticchiava nelle faccende domestiche e mio papà le domandò: Che ti canti? E lei rispose: Cos ti vol che pianzo?».
Cerano dei passatempi? «Poi c’è stata la scoperta della TV. – ha detto Ireneo Giorgini – In paese un negozio di elettrodomestici, siamo nel 1953, aveva in vetrina il primo televisore. La domenica pomeriggio ci si accalcava davanti alla vetrina, allungando il collo, per vedere la partita mentre la domenica sera, al salone ACLI, si andava a vedere la “Domenica Sportiva. C’era anche il cinema con la proiezione serale. Lì mio padre durante la proiezione di “Te per due”, con Doris Day, mi sorprese con una sigaretta e mi mollò una sberla, per cui tutto il cinema si girò».
Quando vi siete trasferiti a Torino? «Nel 1954 venne il sospirato trasferimento a Torino Casermette di Borgo San Paolo. – ha detto Ireneo Giorgini – Ci trasferimmo in cinque perché nel frattempo nacque mio fratello Roberto. E qui inizia un’altra storia».
Chi racconta è Ireneo Giorgini. Avete inteso che nel 1945 si chiamava Juricich?


Campo Profughi di Laterina, provincia di Arezzo, interno di famiglia

«Arrivati a Torino i due fratelli di mio padre insistettero affinché cambiasse anche lui il cognome per ragioni di coerenza. – ha aggiunto Ireneo Giorgini –  Mio padre acconsentì. Così a Torino ho frequentato la terza ragioneria con il cognome Juricich, mentre in quarta ero: Giorgini. Ma ancora oggi dopo 60 anni i miei ex compagni di scuola mi salutano così: Ciao Juricich».
«Nel 1969 mi sono sposato con una ragazza torinese: Carla – ha concluso Ireneo Giorgini – In viaggio di nozze siamo passati a Laterina. Poi ancora nel 1987 ci siamo ritornati con nostra figlia Emanuela, allora quindicenne. Oggi a Torino sono impegnato con l’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), fasemo la festa de San Nicolò e de San Vito, con un pranzo per oltre 120 persone, gavemo tre chitare e se canta la Mula de Parenzo e tanti altri canti della nostra tradizione».
Campo Profughi di Laterina, provincia di Arezzo, la famiglia Juricich-Giorgini tra la neve

Sul verbo fuggire per i profughi di Fiume
Aldo Tardivelli, esule da Fiume a Genova, classe 1925, vuole essere preciso riguardo ai verbi da usare in riferimento all’esodo da Fiume. Il Comune di Laterina ha pubblicato un libro sul Campo Profughi. Il signor Tardivelli vuole criticare l’utilizzo del verbo “fuggire” nelle pagine dedicate alla nostra storia pure in tale pubblicazione. Ad esempio a pag. 9 si legge: “(…) il Campo di Laterina (fu) riattivato nel 1948 e destinato a Campo Profughi per accogliere gli italiani che fuggivano da Fiume, dalla Dalmazia… ecc.”.
Tardivelli contesta così: “Fuggivano: è un verbo caduto sulle nostre teste. Fummo vittime e, in un certo senso, lo siamo ancora oggi. Per il fatto di essere etichettati come fascisti. Oppure perché le nostre donne vennero definite “di malaffare” dalle malelingue, perché eravamo venuti via da quel paese comunista. Il paradiso di Tito!”
Ci sono altre contestazioni, ne scegliamo una che fa riferimento alla pag. 46 della pubblicazione citata: “…i profughi provenienti dalla Venezia Giulia dalla Dalmazia e dal Dodecanneso, ecc.”
Risposta di Tardivelli: “C’era una netta distinzione fra i profughi provenienti dalle varie località! La situazione del popolo degli esuli provenienti dalla Jugoslavia di Tito era che si doveva optare per ritornare ad essere italiano. Pochi sono quelli che riuscirono effettivamente a fuggire, perché non potevano ottenere l’opzione, oppure perché era stata loro respinta. Decine sono le vittime colpite alla schiena, dalle pattuglie della Milizia Popolare, nel tentativo di fuga (questa volta, sì: “fuga”) sulla linea di demarcazione”.
Laterina, provincia di Arezzo, profughi giuliano dalmati al bagno nell'Arno: "Una bela nodadina!"

Ecco l’ultima considerazione. “I nostri racconti coincidono con tutti quelli degli amici e compagni di sventura – scrive Aldo Tardivelli – le tribolazioni, e la vita nei Campi Profughi, il giornaliero vagare per le vie delle città in cerca di lavoro ed in certe zone d’Italia ci veniva rifiutato, perché erano quelli… Allora ci furono coloro che presero la dolorosa scelta di emigrare oltre oceano, che così ci hanno scritto. Sono i pensieri di alcuni amici australiani:
“La disperazione morale sempre più profonda portò alla logica più obiettiva: emigrare! In migliaia gli Esuli decisero di non accettare e rimanere in quell’Italia che avevano tanto amato. E così dovettero trasformarsi in «displaced persons», ossia “senza patria”, quindi “apolidi”, per essere accettati, lasciando alle spalle i ricordi, amici, parenti, città, cultura e l’Italia, pur sapendo che forse non l’avrebbero più rivista, partirono per il Canada, l’Australia, gli U.S.A”.
Profughi d'Istria, di Fiume e Dalmazia in un CRP. Collezione Aldo Tardivelli, esule da Fiume a Genova

Fonte orale e ringraziamenti
Ringrazio per la disponibilità dimostrata nella raccolta delle informazioni il signor Ireneo Giorgini, Fiume 1937, esule a Torino, da me intervistato al telefono il 30 gennaio 2017. Le fotografie del CRP di Laterina risalgono al 1953-1955 e fanno parte della Collezione Ireneo Giorgini di Torino, se non altrimenti precisato.
Per la collaborazione alla ricerca sono riconoscente a Claudio Ausilio, delegato provinciale dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) di Arezzo, perché mi ha messo gentilmente in contatto con i signori Giorgini e Tardivelli, preparando il momento dell’intervista.
I contenuti dell’articolo presente sono già apparsi nel web, in una versione giornalistica, sul sito di Valdarnopost del 9 febbraio 2015, col titolo: “La nostra vita nel campo profughi di Laterina. La testimonianza di due esuli”, di Glenda Venturini, che si ringrazia per la gentile concessione alla parziale riproduzione. 

Cenni bibliografici e del web
- Ivo Biagianti (a cura di), Al di là del filo spinato. Prigionieri di guerra e profughi a Laterina (1940-1960), Comune di Laterina, Stampa Centro editoriale toscano, pagg. 163 ; ill., s.d. [ma, 1999-2000?].
- Aldo Tardivelli, “Un filo spinato… non ancora rimosso”, testo videoscritto in formato Word, s.d., p. 1-7.
Sulla confusione dei cognomi, generata da parte slava, si può leggere l’intervista a Flavio Serli di Umago.  Vedi:  Esodo da Umago nel 1961. Cognome straziato (2016), in questo stesso blog.



Fotografia da Internet