giovedì 29 dicembre 2016

Da Besozzo giovani parrocchiani alla foiba di Basovizza

Dalla provincia di Varese, in Lombardia, hanno fatto una visita pellegrinaggio con Padre Giuseppe Andreoli il 28 dicembre 2016. 
Riceviamo e volentieri pubblichiamo una cronaca della visita dei ragazzi della parrocchia di Besozzo, in provincia di Varese, al Sacrario Nazionale di Basovizza, in provincia di Trieste. Dal 1 settembre 2013 don Giuseppe Andreoli è stato nominato Vicario della Comunità Pastorale “San Nicone Besozzi”, in Besozzo (Varese).
La cronaca della visita pellegrinaggio a Basovizza contiene alcuni commenti personali di Carlo Cesare Montani – esule da Fiume – riguardo al Trattato di pace del 1947 fra Italia e le potenze alleate vincitrici nella Seconda guerra mondiale, oltre alla data del 10 febbraio, definita per legge come Giorno del Ricordo. Per pura combinazione il signor Carlo Montani si trovava con familiari ed amici al Sacrario di Basovizza ed hanno assistito e partecipato alla «commovente preghiera ed una benedizione in onore di tutti i caduti». Poi, ai piedi della stele è stato posato un piccolo albero di Natale.
Il titolo dell’articolo e il testo seguente sono stati stilati dallo stesso Autore, che ringraziamo per la diffusione e pubblicazione. (elio varutti)
Parrocchiani di Besozzo, in provincia di Varese, in pellegrinaggio al Sacrario Nazionale di Basovizza, in provincia di Trieste.

ARIA NUOVA PER IL CONFINE ORIENTALE
Illusioni labili e speranze emergenti ad un settantennio dal Diktat

Il 10 febbraio 2017 ricorrono settant’anni dalla firma del trattato di pace che sottrasse iniquamente all’Italia tutta la Dalmazia e gran parte della Venezia Giulia, ed il 30 marzo si compiono 13 anni dalla promulgazione della Legge istitutiva del Ricordo (individuato proprio nel 10 febbraio di ogni anno) approvata dal Parlamento italiano con voto quasi unanime, per cancellare la vergogna di un lungo ostracismo e di un colpevole oblio, volutamente programmati dalle vecchie forze politiche in ossequio al dialogo con la Repubblica federativa jugoslava, e dopo la sua dissoluzione, a quello con le nuove realtà statuali di Slovenia e Croazia.

Sono due anniversari importanti e convergenti: da una parte, per la necessità di onorare la storia nella sua essenza manzoniana di “guerra contro il tempo” avente lo scopo di conoscere le origini per comprendere come si possa costruire un avvenire migliore; e dall’altra, per il bisogno altrettanto ineludibile di ottimizzare ed attualizzare il Ricordo, che strada facendo ha assunto il carattere sempre più palese di una mera ritualità ripetitiva.

Occorre una presa di coscienza critica e matura circa le prospettive avvenire di un popolo che, a suo tempo, fu oggetto di un vero e proprio genocidio, ben dimostrato dai 350 mila Esuli e dalle 20 mila Vittime innocenti, o meglio, colpevoli dell’imperdonabile “delitto di italianità”. Un popolo che ha dovuto confrontarsi con la legge di natura, nel senso che la prima generazione dell’Esodo è quasi scomparsa, e che quelle successive sono state pesantemente condizionate dalle dispersioni di una diaspora in parte inevitabile, ma in parte non meno consistente, pianificata da Governi di varia estrazione politica.
Cippo di Basovizza, sopra la foiba, o pozzo minerario che dir si voglia

Da questo punto di vista, il nuovo millennio coincide con una svolta storica. Da un lato, persistono le lamentazioni di quanti sono costretti a constatare la crisi in cui si dibattono le Organizzazioni e la stessa stampa giuliana e dalmata in Esilio, attribuendone la responsabilità prioritaria al disimpegno della “Casta” senza tenere conto che gli anni migliori erano stati quelli in cui il supporto finanziario delle Istituzioni era di là da venire, quasi a sottolineare la priorità del problema, non solo generazionale, della formazione etica e politica e del conseguente apporto volitivo. Da un altro lato, invece, si cominciano ad intravvedere commendevoli spunti innovativi, ad iniziativa di una base più ampia, lontana anni luce dalle illusioni - per non dire peggio - dei vecchi padroni del vapore.

Chi si fosse trovato a visitare il Sacrario Nazionale di Basovizza in un qualsiasi pomeriggio invernale come quello del 28 dicembre, avrebbe potuto aprire il cuore alla speranza nel vedere il composto pellegrinaggio giovanile della Parrocchia di Besozzo (Varese), guidata per l’occasione da Padre Giuseppe Andreoli: un nome che vale la pena di menzionare a futura memoria, se non altro per le attenzioni suscitate in una cinquantina di ragazzi, non soltanto studenti, nei confronti di una tremenda sciagura nazionale come quella dell’Esodo e delle Foibe, troppo spesso dimenticata, o nella migliore delle ipotesi, oggetto di qualche riferimento transeunte, assimilabile a quello dell’acqua sui tetti.

Le immagini di compostezza e di deferente ossequio sono visibili nelle fotografie, ma non dicono ancora tutto. Bisogna sapere, infatti, che al termine del pellegrinaggio tutti i presenti, compresi altri visitatori casuali, si sono uniti in preghiera ed hanno ricevuto la Benedizione, in un’ideale comunanza con le Vittime della grande tragedia storica dei massacri indiscriminati e delle fughe per la vita. Attenzione, rispetto e desiderio di apprendere sono stati condivisi in modo ineccepibile, che deve essere sottolineato con favore, al pari dell’accortezza con cui la regia del pellegrinaggio aveva predisposto la sosta al Sacrario.

Non si è trattato di un episodio unico, anche se di spessore molto particolare per la contestualità dell’esperienza di fede. Infatti, già nella scorsa primavera, un gruppo di analoghe dimensioni, scelto fra i migliori studenti degli Istituti superiori bresciani pervenuti alla maturità, aveva compiuto una visita analoga, con la guida della stampa locale e con un’opportuna esegesi storica, certamente competitiva con quella che, nella media, viene offerta dalle strutture scolastiche, troppo spesso carenti di specifica preparazione, tanto più che parecchi libri di testo propongono interpretazioni riduttive di Esodo e Foibe, se non anche autentici falsi storici, come quello secondo cui nel 1947 la Venezia Giulia e la Dalmazia sarebbero state “restituite” alla Jugoslavia, che invece non vi aveva potuto esercitare la propria sovranità per una ragione molto semplice: la propria inesistenza fino all’indomani della Grande Guerra.
I giovani di Besozzo davanti alla stele di Basovizza

Nell’ambito delle Organizzazioni giuliane, istriane e dalmate, qualcuno ha sollevato dubbi sulle celebrazioni avvenire del Ricordo, alla luce del disimpegno finanziario del Governo nei confronti della stampa dell’Esilio (pur appiattita su posizioni politicamente corrette), come se esistesse un rapporto sinallagmatico fra erogazioni e manifestazioni, senza il quale resterebbero soltanto l’impotenza, ed a seguire, il “de profundis”. Si tratta di un ragionamento che chiarisce al di là di ogni dubbio la logica che presiede ad una certa tipologia di Ricordo, e che sottolinea la necessità di esorcizzarla a favore di una memoria condivisa dai non addetti ai lavori, ed in primo luogo dai giovani: ciò, nel quadro di un arduo ma indilazionabile recupero dei valori “non negoziabili” di civiltà e di giustizia per cui troppi Martiri diedero la vita e che ripropongono, anche ai giorni nostri, lo stesso imperativo categorico.

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Servizio giornalistico e fotografico di Carlo Cesare Montani, ove non indicato diversamente.
Networking e premessa di Elio Varutti.
Una significativa immagine di Turismo FVG