domenica 13 marzo 2016

Scappare dall’Istria via pel mondo, 1943

I racconti dell’esodo giuliano dalmata sono spesso carichi di problemi familiari e sociali se non, addirittura, di tragedie. Talvolta, invece, fanno venire in mente alle persone certi aspetti simpatici ed affettuosi dei propri avi. Ricordare fatti belli, un po’ ridicoli ed affettuosi, sprigiona ancor oggi una grande tensione riguardo ai valori familiari e della comunità di appartenenza. Mi sembra che sia questo il caso della seguente intervista.

Domanda: Che cosa ricorda dell’esodo giuliano dalmata vissuto dai suoi familiari?
Risposta: «Ricordo che c’erano alcuni parenti a Pola – dice Paola Barbanti – considerati dalla mia nonna materna Norma Visintin, venuta via da Zara nel 1943, con tanto affetto perché si erano conosciuti sin da bambini. Ad esempio ricordo la zia Ida Clagnan, nata a Pola nel 1904, di lei la nonna Norma diceva ‘semo come sorele’. Ida Clagnan lavorava alla Manifattura Tabacchi di Pola, aveva un fratello di nome Ruggero, nato nel 1909 a Pola, che era pretore nel tribunale istriano».
D.: Queste famiglie fuggono dall’Istria nel 1943 e fino dove arrivano?
R.: «So che i fratelli Ida e Ruggero Clagnan, assieme alla loro mamma Emma Visintin – replica la professoressa Barbanti, grazie ai ricordi di sua madre Zeni T. – con la moglie di Ruggero e i loro due figli, Bruno e Mariuccia, scappano da Pola fino a Rovigno e, con l’aiuto della famiglia Benussi, arrivano a Trieste. Lì stanno al Silos, uno dei Campi Profughi di Trieste, poi trascorrono un po’ di tempo, nel mese di ottobre, a Romans d’Isonzo, in provincia di Gorizia, presso parenti. Poi Ida Clagnan va al Campo Profughi di Firenze, alla Vecchia Manifattura Tabacchi e, infine, abita nel Villaggio degli esuli di Peretola, vicino a Firenze, fino a quando muore negli anni ’80 del Novecento. Oggi non ci sono suoi discendenti».
Ida Clagnan e Norma Visintin nel 1979

D.: Chi erano gli altri parenti o amici di Pola? Sono fuggiti anche essi dall’Istria per gli stessi motivi dei Visintin e Tomasin?
R.: «Sì ovvio, i motivi sono sempre quelli: la guerra e le uccisioni di italiani d’Istria da parte dei partigiani di Tito – spiega la Barbanti – Intanto dico che la famiglia di Ruggero Clagnan, dopo di Romans si sposta a Vicenza e con quel parentado non abbiamo avuto più contatti. Mia madre, Zeni T., dopo il 1945, va al Collegio delle Orsoline di Gorizia per studiare e vedeva i genitori una volta ogni 15 giorni, perciò molte vicende dell’esodo non le ha mai sapute in modo diretto e continuo. Poi ricordo che la famiglia Bruno Gruppi, per l’esodo fugge da Rovigno, per giungere a Romans d’Isonzo e poi si stabilisce a Monfalcone, in provincia di Gorizia».
D.: L’esodo porta tutte queste famiglie a Trieste, Romans d’Isonzo, Firenze, Vicenza, Monfalcone. E i Visintin Tomasin dove arrivano? Per caso, qualcuno se ne va all’estero?
R.: «Siamo dispersi in giro per il mondo – è l’amara considerazione – Antea Visintin, sorella di mia nonna Norma è a Trieste, si sposa con Luigi Vecchiet, professore del Liceo Petrarca. So che Vilfrido Visintin, fratello di mia nonna andò in Australia. Invece Fosca e Armanda, sorelle di Norma Visintin, vanno a Parigi, ma con i discendenti non abbiamo più contatti».
D.: Avrà sicuramente altri ricordi della nonna Norma? Qualche modo di dire? Qualche lettera o un monile?
R.:  «Ricordo che la nonna Norma mi diceva – risponde la Barbanti – ‘Alo, alo movite, che il sol magna le ore!’, oppure in riferimento al bucato delle maglie di lana: ‘Ogni lavada xe una frugada’. Mi viene in mente che Ida Clagnan, Emma Visintin e la mia nonna Norma stavano a Romans d’Isonzo fino al 1945 e si aiutavano tanto nei lavori di sartoria, oppure di ricamo, una competenza diffusa tra le donne istriane di un tempo. Poi ricordo che mia nonna aveva gli orecchini moretti fabbricati a Fiume. Me li sono fatti regalare pochi anni prima che lei mancasse».
Gli orecchini moretti di Fiume di nonna Norma Visintin, esule da Zara, dopo il 1943

D.: C’è qualche altro ricordo dell’esodo a Romans d’Isonzo?
R.: «Zeni ci raccontava dell’aereo Pippo, che era degli inglesi – aggiunge l’intervistata – e a Romans mitragliava la sera nelle case che avevano lasciato qualche luce, nonostante l’oscuramento imposto dai nazi-fascisti. Il rombo di Pippo le faceva venire mal di pancia e non riusciva neanche a mangiare quel poco che c’era, come ad esempio polenta e latte, oppure un uovo… che simpatica la zia Ida, mangiava un uovo tutto intero, ‘perché così sento qualcossa sotto dei denti’, diceva in dialetto».
D.: Avete mai sentito parlare dei massacri nelle foibe?
R.: «Mi ricordo che zia Tea, ossia Antea Visintin, zia di mia madre – conclude Paola Barbanti – che stava a Trieste, ci portava da ragazzi, negli anni ’60, a vedere la foiba di Monrupino e ci spiegava la fine che avevano fatto fare i titini agli italiani d’Istria, diceva ‘un colpo al primo prigioniero e giù tutta la fila, legadi fra de loro, nella foiba. Era davvero terribile. Avevamo tanta paura».
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Una versione dell’articolo soprastante è stata pubblicata nel web su info.fvg.it col titolo “Sacappare dall’Istria, andare nel mondo, 1943”.


1. Dignità istriana

Ho raccolto oltre 236 interviste, testimonianze e notizie personali sull’esodo giuliano dalmata fino alla primavera del 2016, in Friuli Venezia Giulia, nel Lazio, in Toscana, in Emilia Romagna, in Trentino Alto Adige e in Veneto. Mi sono sempre chiesto se tale esperienza mi abbia dato qualcosa dal punto di vista umano. Direi di sì. Penso di aver colto nelle interviste agli esuli italiani dell’Istria un grande senso di dignità, che si riverbera pure nei loro discendenti.
La riservatezza e la dignità talvolta fanno tenere le bocche cucite. Gli intervistati non raccontano. O raccontano poco, autocensurandosi. Hanno paura di non essere creduti. Si parla del silenzio dei profughi e dello scarso ascolto dei discendenti, ma il clima generale durante la guerra fredda non consentiva loro di raccontare liberamente ciò che era accaduto. Molte nonne e zie dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia mi hanno detto: «No se gà de contar cosse brute ai pici». Penso a Elvira Dudech, per esempio. Così era chiuso l’argomento. La tragedia era tutta individuale. Eppure anche quello è un pezzo di storia d’Italia. Oppure le vecchie dicevano di dimenticare le cose tristi.
A questo punto mi permetto di citare un brano scritto da Anna Maria Fiorentin, ripreso dal suo libro Nel Carnaro un’isola. Racconti, del 1997. C’è la conferma, anche in letteratura di ciò che dicevano le vecchie istriane ai giovani dell’esodo giuliano dalmata. Questa parte del racconto è ambientata nel 1948-1949 con tutta probabilità nel Centro Raccolta Profughi di Migliarino Pisano, in provincia di Pisa, dopo la fuga dall’Isola di Veglia avvenuta nel 1943, in seguito al ribalton.
«Ritrovai in quel campo – scrive la Fiorentin – parte della gente di Veglia, spogliata dell’antico orgoglio, ma decisa a vivere.
 – A ottant’anni ho lasciato tutto alle spalle – disse una donna piccola e smunta, senza ombra di rimpianto negli occhi piccoli e freddi.
– Non piangere picola, siediti, impara a dimenticare. Devi distruggere tutti i ricordi – ».

Manifattura Tabacchi di Firenze, qui furono trasferite varie "tabacchine" della Manifattura Tabacchi di Pola. Alloggiavano alla ex Manifattura Tabacchi di Via Guelfa. Lì c'era il Campo Profughi Istriani e Dalmati a Firenze, nell'abitato compreso tra la via Guelfa, via Panicale e via Taddea, nell'area dell'antico Monastero di Sant’Orsola. Il Campo Profughi operò dal 1945 al 1968, quando alla fine accoglieva anche sfrattati o senza tetto. Anche Maria Zanetti, di Pola, lavorava alla Nuova Manifattura Tabacchi di Firenze, situata in via delle Cascine, 33-35, a pochi passi da piazza Puccini. Inaugurata nel 1940, la struttura ha un’attribuzione critica, ma diversi autori concordano sia di Pierluigi Nervi. Essa si è mantenuta nella sua interezza, secondo Italia Nostra.

Firenze aprile 2016 - Via Guelfa, foto sotto, l'ingresso all'ex Centro Raccolta Profughi istriani e dalmati attivo dal 1945 al 1968. Nella foto sopra un altro scorcio del grande complesso della ex Manifattura Tabacchi e, prima ancora, Monastero di Sant'Orsola, in fase di ristrutturazione. 
Fotografie di Elio Varutti

2. Una famiglia, sette infoibati
Passiamo a sentire qualche fonte orale. «Noi istriani parliamo poco – mi ha detto Anna Maria L., nata a Tolmezzo nel 1963 da genitori di Pola – lavoriamo duro e in silenzio, abbiamo la nostra dignità e un forte affetto per il territorio».
Da questa testimonianza sono venuto a sapere che in famiglia ci sono stati ben sette infoibati. «I partigiani titini, dopo il 1943 – ha riferito Anna Maria L., secondo i racconti dei suoi familiari – sopra  Dignano d’Istria hanno preso tre zii di mia mamma, uno era farmacista, un medico e un notaio, poi li hanno portati in una piazza e tutti hanno visto, li hanno costretti a bere del gasolio e se cadevano a terra saltavano sulle loro pance, oppure avvicinavano loro una fiamma, infine li hanno condotti sull’altipiano, legati polso a polso e, con la pistola alla tempia, al primo dicevano di buttarsi giù nella foiba così cadevano tutti nella voragine, mi hanno detto che sono rimasti vivi nella cavità per giorni perché si sentivano i loro lamenti».
In altri momenti dell’intervista lessi alla signora Anna Maria L. istriana, il brano di padre Flaminio Rocchi, nel suo libro intitolato L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati, Roma, Difesa Adriatica, 1990. Rocchi descrive le vittime uccise nella foiba di Terli. I corpi furono recuperati dai pompieri il 1° novembre 1943. Le salme esumate furono 55, estratte a gruppi di tre-quattro legati assieme. Tra questi sequestrati e torturati c’è “Martino, di Martino Chiali, di anni 55, da Marzana”.
A quel punto della testimonianza la signora Anna Maria L. ha esclamato: «Ah, zio Martìn». Poi si è chiusa in se stessa.
Il Centro Raccolta Profughi istriani, fiumani e dalmati di Migliarino Pisano, 1949

Il caso volle che proprio tra i miei primi intervistati, per il libro che ho pubblicato nel 2007 sul Campo Profughi di Udine, ci fosse una parente di Anna Maria L., che acconsentì alla pubblicazione per esteso di nome e cognome, ma non mi rivelò nulla circa il numero di uccisioni nella foiba subìto dalla sua famiglia. La fonte orale era Maria Chialich vedova Pustetto, nata a Dignano d’Istria nel 1919 e morta a Udine il 2 settembre 2010. Fu per autocensura? Fu per il silenzio degli esuli? Non lo saprò mai.
Maria Chialich vedova Pustetto mi raccontò di essere venuta in questa parte d’Italia nel 1957, passando per il Campo Profughi di Via Pradamano a Udine. «C’era anche mio zio Giuseppe Gonan – mi raccontò Maria Chialich – poi lui con la famiglia è andato a Imperia. Sono stati cacciati via nel 1953 dai titini».
Ogni tanto l’intervistata intercalava le risposte in dialetto istriano: «I Gonan se gà fermadi in campo poco tempo, pochi giorni, perché dopo i xe andadi da parenti. Iera tanta gente in campo, quando son andada da zio Giuseppe lui iera in ciesa de campo. Iera profuga anche mia sorela Caterina Chialich».
Maria Chialich, come ho scritto, è mancata ai vivi nel 2010. Nell’elogio funebre a lei dedicato l’ingegnere Silvio Cattalini, presidente dell’ANVGD di Udine, disse, tra l’altro: «Era di famiglia molto facoltosa, grande proprietaria terriera, che produceva molto; dalla coltivazione del frumento, alla produzione e vendita di pane, paste e alimentari, dalla coltivazione dell’ulivo alla produzione e vendita dell’olio e, infine, al nolo di cavalli allo stato. I Chialich non stettero mai con le mani in mano, ebbero molto denaro, ma non furono mai avidi, tanto che preferirono aiutare i paesani con sacchi di farina qua e là piuttosto che fare la borsa nera. Però, tanta generosità non fu certo premiata dai titini, tra i quali molti beneficiati, i quali, una volta impossessatisi del paese, non esitarono a sterminare gran parte della famiglia: sette persone infoibate, tutti familiari stretti. La povera Maria fuggì in Carnia, assieme alle sorelle, una delle quali vedova di un infoibato e madre di un bambino di soli due mesi, fu impossibilitata di allattarlo per aver perduto il latte a causa di una intera giornata di tortura nelle prigioni di Albona. Il sindaco di Paluzza, conosciute le condizioni di indigenza dei profughi Chialich e in osservanza alle disposizioni in vigore, la convocò per offrirle un sussidio, ma lei, ligia ai principi di altruismo e di solidarietà trasmessi dai genitori, rispose: La ringrazio signor sindaco, ma io non voglio sfruttare la mia bella Italia! Maria Chialich preferì guadagnarsi da vivere ricamando giorno e notte, con grave compromissione alla vista».

3. La tortura del tronco a Albona
Anna Chialich “Aniza” è la vedova di un infoibato. Sorella di Maria e di Caterina citate poco sopra. Dopo che i titini imprigionarono il marito di Anna Chialich, ella andò a chiedere notizie in varie caserme e comandi partigiani. Ad Albona i miliziani la fecero entrare, chiusero il cancello e la obbligarono a delle terribili torture. Le parole che seguono sono di Savina Fabiani, segretaria dell’ANVGD di Udine. «Mi raccontava Maria Chialich che sua sorella Anna – riferisce la signora Fabiani – ad Albona fu torturata dai titini, perché chiedeva notizie del marito da loro stessi fatto prigioniero. Fu torturata su un tronco tagliato a cuneo. Fu legata e costretta a stare in piedi su tale oggetto appuntito per un giorno intero. Madre di un bimbo di soli due mesi, in seguito al supplizio del tronco a cuneo perse il latte e non poté più allattare il piccolo».

Istituto Stringher, Udine - Il giorno 3 dicembre 2011 è venuta a parlarci in classe per quanto riguarda il 10 febbraio, Giorno del ricordo, la signora Rosalba Meneghini, in Capoluongo, figlia di una esule da Rovigno…

4. L’esodo raccontato nelle scuole
Ho anche operato all’interno delle scuole, con i relativi permessi e con la collaborazione di presidi e insegnanti. È del 2005 la prima intervista strutturata ad una esule istriana effettuata all’Istituto “B. Stringher” di Udine, con l’ausilio della professoressa Elisabetta Marioni. Abbiamo raccolto il caso di una incredibile fuga in barca dall’Istria alla costa delle Marche. L’indagine è stata condotta dall’allieva Monica C.; era l’anno scolastico 2004-2005. L’intervistata è Narcisa D., nata a Lussingrande, provincia di Pola nel 1928, detta “Cisa”.
In seguito ci siamo resi conto di aver raccolto le preziose testimonianze dei discendenti di Monsignor Giulio Vidulich, nato a Lussinpiccolo nel 1927 e morto a Percoto, provincia di Udine, nel 2003. Egli fu una straordinaria figura di religioso molto vicino agli esuli.
Nel 2011 la signora Rosalba Meneghini, discendente di profughi istriani, ha iniziato a partecipare alle attività sul Giorno del Ricordo all’Istituto Stringher di Udine, raccontando della dignità e del riserbo dei suoi nonni di Rovigno e di sua madre. Ha sempre portato anche libri, fotografie, materiali vari e piccoli cimeli dell’esodo istriano da mostrare agli studenti e agli insegnanti. Ad esempio il nonno che era fabbro a Rovigno, nel dopo guerra a Udine costruì una paletta con la latta dei barattoli del formaggio olandese ricevuto come sussidio alimentare. Domenico Millia, detto “Mimi” morì a Udine nel 1981. Con la moglie Anna Sciolis fu accolto al Campo Profughi di Udine nel 1947, poi vissero nel quartiere di Udine sud.
Paletta per il pattume, fabbricata a Udine da Domenico Millia, fabbro di Rovigno. Collezione Rosalba Meneghini, Udine. Fotografia di Luca Meneguzzi, classe 5^ D Dolciaria, anno scolastico 2015-2016, coordinamento didattico professor Francesco Di Lorenzo, Istituto Stringher, Udine. Anna Maria Zilli, Dirigente scolastico

Al Centro di Smistamento Profughi di Udine passarono oltre cento mila istriani, fiumani e dalmati, come Lidia Illusigh e parenti, esuli da Pola col piroscafo Toscana.
Anche monsignore Stefani è una figura di alta dignità istriana secondo l’ingegnere Silvio Cattalini, presidente del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD). Monsignore Cornelio Stefani, Steffich, nato a Lussingrande nel 1924 e morto il 3 settembre 2015 a Pordenone, si dedicò moltissimo al suo borgo natio.

Bibliografia

-              Myriam Andreatini Sfilli, Flash di una giovinezza vissuta tra i cartoni, Trieste, Alcione, 2000.  Racconto nel Campo Profughi di Firenze, allestito alla ex Manifattura Tabacchi.
-       Silvio Cattalini, Elogio funebre di Maria Chialich vedova Pustetto, Chiesa di S. Giuseppe, Udine, 7 settembre 2010, dattiloscritto.
-                  Anna Maria Fiorentin, Nel Carnaro un’isola. Racconti, Pisa, Edizioni ETS,1997, pp. 41-42.
-                   Flaminio Rocchi, L’esodo dei 350 mila giuliani fiumani e dalmati, Roma, Difesa Adriatica, 1990, pp. 26 e 538.
-                   Elio Varutti, Il Campo Profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo, 1945-2007, Udine, Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Comitato Provinciale di Udine, 2007, pp. 394 (esaurito nel 2012).
-        Ospiti di gente varia. Cosacchi, esuli giuliano dalmati e il Centro di Smistamento Profughi di Udine 1943-1960”, Istituto Stringher, Udine, 2015, scritto da Roberto Bruno, Elisabetta Marioni, Giancarlo Martina e Elio Varutti.

Fonti orali
Ringrazio sentitamente la professoressa Paola Barbanti, per le informazioni raccolte con dovizia e grande interesse sui propri familiari, per renderle pubbliche, nello spirito del Giorno del Ricordo. Le immagini qui riprodotte su Rovigno fanno parte della Collezione Paola Barbanti di Cervignano del Friuli. Fotografie di Elio Varutti.
Ringrazio e ricordo con piacere le persone sotto elencate per la loro cortese disponibilità a riferire fatti dell’esodo giuliano dalmata. Le interviste sono state condotte a Udine da E. Varutti, con taccuino e penna, se non altrimenti indicato.

- Paola Barbanti, Cervignano del Friuli, provincia di Udine (1960), intervista del 3, 4 e 7 marzo 2016, a cura di E. Varutti.
 Silvio Cattalini, Zara 1927, intervista del 10.02.2016.
- Maria Chialich vedova Pustetto, nata a Dignano d’Istria il 31 ottobre 1919 e morta a Udine il 2 settembre 2010, int. del 27.01.2004.
- Narcisa D., nata a Lussingrande, provincia di Pola nel 1928, “Cisa”, int. del 01.06.2005 di Monica C., a cura di Elisabetta Marioni.
Sergio D’Ecclesiis, Pasian di Prato (UD), int. del 17 dicembre 2011 a cura di Massimiliano Rosso sulla vicenda di Lidia Illusigh, esule da Pola (1927–2006), Martignacco, provincia di Udine, con la collaborazione della professoressa Maria Pacelli. 
- Elvira Dudech, Zara 1930 – Udine 2008, int. del 28.01.2004.
-  Savina Fabiani, Ravenna 1933, ha vissuto in provincia di Gorizia, int. del 08.01.2011.
 Anna Maria L., Tolmezzo 1963, int. del 15.12.2010 e del 10.01.2011.
- Rosalba Meneghini Capoluongo, Udine 1951, int. del 10.02.2016.
 Maria Millia vedova Meneghini, Rovigno 1920 – Udine 2009, int. del 11.05.2004.
Zeni T., Romans d’Isonzo, provincia di Gorizia (1936), int. del 4 marzo 2016, con la collaborazione di Paola Barbanti, a cura di E. Varutti.

Sitologia e cenni bibliografici
Da alcune ricerche nel web emerge che alcuni Clagnan, nel 2006, sono presenti in Brasile, ma sono discendenti dell’emigrazione da Staranzano, provincia di Gorizia, avvenuta nel 1894.

Vedi: l’Archivio Multimediale della Memoria dell’Emigrazione Regionale (AMMER), Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia.

Poi, come accade in tutte le guerre civili, c'è un tale Giuseppe Clagnan, da Ronchi dei Legionari, partigiano titino ricoverato, dopo il 1943, all'ospedale di "Bolnica Pavla", presso Idria, come ha scritto: Federico VincentiPartigiani friulani e giuliani all'estero, Udine, ANPI, 2005, pag. 170, nota 16.

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Questo articolo rientra nelle attività del Centro di ricerca, documentazione e produzione culturale sull’esodo giuliano dalmata, per raccogliere, testi, documenti, interviste e fotografie di quei particolari momenti storici. Il Centro di ricerca è sorto all’interno del Laboratorio di storia dell’Istituto Stringher di Udine, di cui è referente il professor Giancarlo Martina.  È parte del progetto, sostenuto dalla Fondazione Crup, “Storie di donne del ‘900”, che  ha ottenuto, tra gli altri, il patrocinio di: Provincia di Udine, Comune di Udine, Club UNESCO di Udine, Società Filologica Friulana, ANED, ANVGD di Udine.