domenica 10 settembre 2017

Verità scomode e tragedie nascoste al confine orientale, conferenza a Cividale

C’erano i nervi a fior di pelle per la conferenza di Mauro Tonino, Luca Urizio e Roberto Novelli a Cividale del Friuli il 9 settembre 2017. L’incontro, che ha tenute inchiodate alla sedia o in piedi oltre 100 persone al Caffè San Marco, aveva per titolo “Verità scomode e tragedie nascoste sul confine orientale 1943-1945”. Assai interessante pure il sottotitolo, che diceva: “Scavi archivistici, considerazioni storiche e responsabilità dei vari soggetti in campo”.
Roberto Novelli, al microfono nella sala del Caffè San Marco di Cividale apre la conferenza "Verità scomode e tragedie nascoste al confine orientale"

Ha aperto la serata Roberto Novelli, consigliere regionale di Forza Italia e promotore dell’iniziativa assieme alla Lega Nazionale di Gorizia, per sottolineare come l’incontro pubblico avesse un tema di richiamo forte. È stato proprio Stefano Balloch, sindaco di Cividale, ad accennare alle «verità scomode che verranno trattate questa sera, perché lo stato non ha voluto dire ai propri cittadini tutto quanto avrebbe dovuto dire». Gli ha fatto eco Rodolfo Ziberna, sindaco di Gorizia per ricordare come l’argomento del confine orientale «fosse brandito nel passato come lotta politica dalle opposte fazioni politiche italiane, mentre oggi chiediamo solo di sapere dove sono sepolte le persone scomparse nel 1945 nei giorni di terrore titino a Gorizia e in altri luoghi. Come si fa a negare ai discendenti degli scomparsi il posto dove portare un fiore del proprio parente ucciso?»
Tra il pubblico che affollava la sala di Largo Boiani 7, si sono notati Manuela Di Centa, già deputata di Forza Italia, Guglielmo Pelizzo, vice presidente della Banca di Cividale, Maria Grazia Ziberna, presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Gorizia, Francesco Romanut, sindaco di Drenchia, Eliana Fabello, sindaco di Grimacco e Roberto Trentin, sindaco di Premariacco. Elio Varutti, vice presidente dell’ANVGD di Udine, rappresentava Bruna  Zuccolin presidente del sodalizio degli esuli giuliano dalmati del capoluogo friulano.
Ha poi avuto la parola lo scrittore Mauro Tonino, autore di Rossa terra, un romanzo storico sulla vicenda di un infoibato in Istria, edito nel 2013 dall’editore L’Orto della Cultura, di Pasian di Prato. L’infoibato si chiama Cattunar, di Villanova di Verteneglio.
In prima fila: Stefano Balloch, sindaco di Cividale, Rodolfo Ziberna, sindaco di Gorizia e Guglielmo Pelizzo, vice presidente della Banca di Cividale

Mauro Tonino ha descritto la situazione «complessa tra il 1943 e il 1945 dell’Italia Orientale, dove molti individui e istituzioni hanno avuto un ruolo determinante, come Tito, che voleva annettersi i territori fino a Monfalcone, Benecia inclusa, poi c’erano gli inglesi, i partigiani garibaldini e osovani, senza dimenticare l’importanza che ebbe la Chiesa, con tutti i preti della Osoppo, come don Aldo Moretti, don Redento Bello e don Ascanio De Luca». Lo scrittore ha spiegato la grande preoccupazione di mons. Antonio Santin, vescovo di Trieste e Capodistria, dopo l’8 settembre 1943, quando i titini occupano l’Istria e cominciano a uccidere nelle foibe le prime centinaia di italiani, civili e donne incluse, per la pulizia etnica. «D’altro canto gli inglesi nutrivano un forte sospetto, la loro preoccupazione era che a fine conflitto si creasse una situazione simile alla Grecia, cioè un contesto di guerra civile tra le varie fazioni». 
Pubblico in sala e, prima a sinistra, Manuela Di Centa

Si aggiunga il ruolo di mons. Giuseppe Nogara, arcivescovo di Udine, e il suo carteggio con Montini, dove si evidenzia la preoccupazione della possibile avanzata titina sul Friuli.
Nella sua relazione Mauro Tonino ha letto vari stralci di documenti, come i Diari di Galeazzo Ciano, oppure le interpretazioni storiche di Claudio Pavone, scomparso di recente. Naturalmente si è parlato dell’eccidio di Porzus e dell’intenzione di mettere sotto il comando del IX Corpus titino le formazioni partigiane italiane delle brigate Garibaldi Osoppo«Con il comando partigiano unico, di fatto si sarebbero legittimate le rivendicazioni di Tito sulle nostre terre - ha concluso Tonino».
Poi ha parlato Roberto Trentin, sindaco di Premariacco. «In seguito ai recenti ritrovamenti di documenti sulle sparizioni e uccisioni di persone varie da parte dei partigiani filo-titini nelle nostre zone, abbiamo cercato negli archivi del Comune se era rimasto qualche atto, fu così che abbiamo trovato un faldone intitolato ANPI gioie e dolori, con i nomi delle persone eliminate dai partigiani rossi negli ultimi tempi della guerra. Ad esempio c’è un Rino Piani ucciso a 14 anni, beh sapete che è capitato proprio a me, anni fa, mentre aravo col trattore, di vedere Catina Piana, la madre di questo sventurato che veniva a gridare e a chiamare il figlio vicino al campo dove sapeva che fosse sparito».

Il sindaco ha aggiunto che pochi hanno il coraggio di raccontare con dichiarazioni ufficiali ed esposti alle autorità, perché hanno paura delle ritorsioni, come hanno scritto i carabinieri nel concludere che la fossa di Rosazzo non è rintracciabile. Nel faldone suddetto, ha concluso Trentin «abbiamo trovato i nomi e i cognomi degli scomparsi e uccisi, fatti passare poi come morti per motivi bellici, si tratta di almeno 22 casi, tra i quali donne e un minore, il figlio di Catina Piana, appunto. Poi ricordo una frase di mio padre, quando si parlava della guerra, lui diceva: Pôre dai partisans, mai dai todescs! [Paura dei partigiani, mai dei tedeschi!]».
Luca Urizio, presidente della Lega nazionale di Gorizia, confermando le dichiarazioni del sindaco di Premariacco, ha parlato di «omertà, mistificazione e malafede su fatti accaduti e di cui abbiamo qui alcune documentazioni. Gli anziani intervistati raccontano eccome, ma poi se si tratta di firmare degli atti, molti si ritirano per timore di ripercussioni negative per quanto riguarda la cosiddetta fossa di Corno di Rosazzo. Poi nel 2016 a Roma, alla Farnesina, ho trovato le liste dei 665 deportati e eliminati di Gorizia da parte titina. Stiamo verificando i nomi con i rientri nel dopoguerra, per consegnare al sindaco di Gorizia l’elenco ufficiale di queste vittime e per mettere gli assassini alla gogna». Sono state menzionate poi le atrocità dei filo-titini perpetrate a Resia, Travesio e Cormons.
Dietro al tavolo: Mauro Tonino, Roberto Novelli e Luca Urizio

Poi si è aperto il dibattito. Sono state rivolte varie domande sull’eccidio di Porzus. Poi Giovanni Guerrini, figlio di un infoibato istriano, ha raccontato dell’uccisione da parte dei partigiani di Orietta Coccolo a Stremiz, gettata in una fossa. Stessa fine per due marò, i resti dei quali sono stati portati a Gorizia.
L'entrata a Stremiz in una fotografia del 1997. Si ringrazia Checco R. per la diffusione dell'immagine

Si è fatta una piccola ricerca per questo blog. Stremiz, frazione di Faedis, è un borgo antico, menzionato per la prima volta nella storia nel 1294. Era assoggettato alla nobile famiglia dei Cucagna, a partire dal XIII secolo. Costituito da pochi edifici attorno ad una piccola piazza, ha una fontana del XIX secolo. Poi ci sono i resti di tre mulini e un ponte ad arco in pietra di origine romana, nei pressi delle sorgenti del Grivò. Nel 2015 Stremiz contava 32 abitanti.
Nel 1945, a guerra conclusa, qui vengono fucilati, dopo un sommario processo, i due marò citati sopra, alcuni militi della RSI e certe donne. Autori della fucilazione sono stati i partigiani rossi della Divisione Garibaldi Natisone. Fu detto che i morti ammazzati erano spie fasciste o camicie nere compromesse. Nel 1997 le autorità competenti effettuarono lo scavo. I corpi di sette vittime, tutti decapitati, sono stati riesumati dopo 52 anni, in base ad una testimonianza di una donna, che aveva assistito all'eccidio, come ha riportato il «Messaggero Veneto» del 16 febbraio 2016.
La fossa di Stremiz nel 1997 ormai ricoperta, dopo la riesumazione dei sette cadaveri fucilati nel 1945. Si ringrazia Checco R. per la diffusione dell'immagine

Per ritornare alla conferenza, bisogna dire che Urizio ha spiegato che non c’è una foiba di Manzano, come hanno titolato i giornali, quanto invece si tratterebbe di varie fosse comuni, scavate dagli stessi morti ammazzati, in quel triste periodo della guerra, prima di essere uccisi. «La nostra mission è verità e giustizia – ha concluso Urizio – bisogna usare le idee per fare luce e non come armi». 
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Redactional e networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti, in collaborazione con E. Varutti. Fotografie di E. Varutti e due fotografie, del 1997, di Checco R., che si rinrazia per la diffusione nel blog.
Mauro Tonino al microfono. Fotografia da Facebook
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Sitologia
- Rosanna Turcinovich Giuricin, “Confine orientale. Le verità sono sempre scomode”, «La Voce del Popolo», Quotidiano italiano dell’Istria e del Quarnero, 11 settembre 2017.

- “Sul Lapidario i nomi dei responsabili delle deportazioni”, «Il Piccolo», 13 settembre 2017.

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