venerdì 22 settembre 2017

Fiorella Capolicchio, di Pola. Dai Campi profughi campani alla Svezia

La signora Fiorella Capolicchio, classe 1941, tra settembre 2015 e dicembre 2016, ha raccontato la vicenda del suo esodo istriano nel profilo Google intestato al suo nome. Il suo certificato di cittadinanza italiana rilasciato dal Comune di Pola “per uso esodo” è del 30 dicembre 1946. 
Nel febbraio 1947 ha inizio il valzer dentro e fuori dai Centri Raccolta Profughi (CPR). Tra le varie tappe del suo peregrinare si ricordano i CRP di Bergamo (Gandino) e della Campania (Bagnoli, Capua, Carinaro, S. Antonio di Pontecagnano). Lei studia e si fa una professione, dato che ricopre il ruolo di aiuto infermiera all’ambulatorio del CRP di Carinaro, provincia di Caserta. Entra da bambina in un Campo Profughi, con la famiglia. Vi rimane fino al 1962 quando, raggiunta la maggiore età, decide autonomamente di andarsene dall’Italia, partendo da Napoli. In Svezia giunge con passaporto turistico italiano nel 1963, poi lavora lì fino alla meritata pensione. Oggi vive a Göteborg.
---
Ringrazio per la diffusione delle fotografie e dei testi, selezionati dallo scrivente, ove non specificato diversamente, la signora Fiorella Capolicchio, nata a Pola il 31 marzo 1941, pensionata, che vive in Göteborg (Svezia). 
I titoli dei paragrafi sono a cura di E. Varutti. Ecco il racconto di Fiorella Capolicchio, contattata, via social media, il 19 e 20 settembre 2017, dall'Autore. 

La didascalia, in sovrimpressione, è della signora Fiorella Capolicchio, prima a destra. Collezione Fiorella Capolicchio di Pola, ora a Göteborg (Svezia)


Partire da Pola, 1947
«Dovevamo partire e basta! Disse mia madre con l’ultimo nato in braccio e poi aggiunse;Metti scarpe e calze e asciuga quelle lacrime che non abbiamo tempo per la tristezza, il carro aspetta e la nave è in porto, la nostra via è segnata Si, ma quelle parole a me bambina non dicevano molto. Quello che più di tutto mi aveva fatto preoccupare erano, le scarpe e le calze. Proprio così, aveva detto la mamma. Bisognava obbedire e non perdersi in piagnistei.Anche se il fratellino più piccolo stava al caldo in braccio alla mamma ed io invece seduta per terra dovevo fare tutto da sola. Le sedie e i letti erano ammucchiati in mezzo alla cucina, avremmo anche portato via lo “spacker” (la foghera de ghisa) che aveva fatto mio padre.
Ubbidire e basta, così mi hanno insegnato, e in quel di febbraio 1947, tutti abbiamo obbedito alla cattiva sorte.
“Metite scarpe e calse” (mettiti scarpe e calze) mia madre aveva detto scarpe e calse proprio in questo ordine mi ripetevo nella mente, bisognava ubbidire senza indugi, ma poi mia madre dovette aiutarmi a togliere la calza che io con grande fatica avevo messo sopra la scarpa…
Ubbidire, come quando i tedeschi avevano minato la casa per farla saltare, quando eravamo sfollati a Capodistria ed io volevo tornare indietro per la scarpa persa, mia madre con il piccolo in braccio e le pallottole dei partigiani sopra la testa aveva gridato dal canale sotto il filo spinato, "lassa star la scarpa” (lascia stare la scarpa).
Avevo ubbidito stringendo forte la mano di mio fratello maggiore, continuai a correre con il piede nudo nel fango, tra corpi ammazzati, mentre io mi preoccupavo per la scarpa, la casa minata era saltata in aria, noi invece fummo salvi al riparo del canale che era un buco di fogna.
Una notte dopo i bombardamenti su Pola tornati dal rifugio e non potendo slegare il laccio di una scarpa mia madre disse: “Va a dormir con la scarpa” (dormi con la scarpa). Mi era sembrato molto strano appoggiare la scarpa sporca di fango sul bianco delle lenzuola, vinse il sonno.Sono cresciuta timida e ubbidiente qualità valide solo se in ambiente familiare, ma devastanti per chi è esule, in giro per il mondo».
Particolare del Certificato di cittadinanza italiana del Comune di Pola, del 30 dicembre 1946, intestato a Fiorella Capolicchio, rilasciato "per uso: esodo". Collezione Fiorella Capolicchio di Pola, ora a Göteborg (Svezia)

Al CRP di  Gandino nel 1947, al posto delle galline
«Gandino, in provincia di Bergamo, primo Comune di residenza dopo l'esodo da Pola nel febbraio del 1947.
Nel cassetto del comò dove era stata messa la bambolina di pezza con il vestitino a quadretti rosso e blu spedita dalla zia materna, quel giorno la bambina ci trovò una nidiata di topolini e c'era anche la muffa.
In quell'ala del vecchio lazzaretto, (in paese chiamavano così il vecchio ospedale), le suore fecero sgombrare le galline per far posto a noi esuli. Un muro sottile ci separava dalla camera mortuaria da dove si sentiva il pianto dei parenti del morto di turno.
Oltre la strada che portava all'ospedale c’era un prato in discesa poi un’altra strada separava il prato dall'asilo gestito da suore, la stessa che portava a Monte Farno e all’osteria Macallè dove mio padre a volte mandava il mio fratellino a comperare il vino. Ma di sera con il buio lui di quattro anni aveva paura di andarci da solo ed io sei anni dovevo andare con lui perché in due ci si faceva coraggio. In principio mio padre lavorava come guardiano notturno in una fabbrica tessile, ma la fabbrica fallì e lo pagarono dandogli delle coperte che mio fratello maggiore cercava di vendere.
Eravamo in sette e mia sorella quattordicenne era l'unica che lavorava nella fabbrica tessile di Leffe, ma la paga non bastava e ci andava a piedi per risparmiare i soldi della corriera. Così che tornando a casa con le vesciche ai piedi per le scarpe troppo grandi a volte neanche la cena trovava. A volte mia sorella portava a casa dalla fabbrica il dopo lavoro, grandi rotoli di frangia per copriletto da rifinire a mano con ciuffi come guarnizione. I miei due fratelli più grandi di undici e diciassette anni che aiutavano mio padre, facevano a gara a chi rifiniva più metri di frangia di copriletto oltre ai metri imposti da mio padre in un periodo di tempo stabilito.
Volendo imparare anch'io e gareggiare con loro, dopo di aver tanto insistito presi posto ad un lato del tavolo dove su tanti chiodini in fila vi era attaccata parte della frangia da rifinire, dai chiodini si toglieva parte di frangia rifinita che veniva arrotolata e penzolante posta in una cesta a sinistra dopo che mio padre aveva contato i metri rifiniti dei miei due fratelli, nuova frangia da rifinire prendeva posto sui chiodini dal rotolo di destra. Tra un lato del tavolo e l'altro c'erano i metri stabiliti da mio padre che ognuno doveva fare in fretta in modo di poter spostare il tutto di quel lavoro a catena con nuovo metraggio.
Fiorella Capolicchio sulla vespa davanti al Centro Raccolta Profughi di Carinaro, provincia di Caserta, di cui si intravvede il Corpo di guardia. Collezione Fiorella Capolicchio di Pola, ora a Göteborg (Svezia)

Se il lavoro era fatto male si doveva disfare e si perdeva tempo. Fu così che quando mio padre in piedi contava i metri di frangia rifiniti suoi e dei miei fratelli usando come misura di metro la lunghezza dalla spalla sinistra alla mano del braccio destro allungato, non poteva finire il conteggio visto che al mio lato de tavolo non avevo finito il metri di frangia assegnatimi. Come castigo per aver tanto insistito senza poi essere all'altezza di quel lavoro a catena mi arrivò il frustino sulla coscia sinistra. Il frustino era un rametto lungo e sottile. Guardai poi atterrita la conseguenza del castigo inflittomi. Una ferita rossa e blu mi attraversava la coscia. Capii che i miei fratelli non facevano a gara per gioco, ma contro la promessa di quel frustino che mio padre teneva a fianco durante il lavoro.
L'ala del lazzaretto aveva tre portoni tramite i quali vi si accedeva alle due stanze divenute nostra dimora, il nostro portone era vicino al muro che faceva angolo con il muro del giardino del lazzaretto, dal portone di mezzo alle camere di due famiglie esuli come noi, ed il terzo portone sulla facciata portava alla camera dove il contadino Servali teneva il fieno. Il muro del fienile non arrivava fino al tetto in modo che noi bambini salivamo sul muro e da lì saltavamo sul fieno, divertente e proibito. Dall'altra parte del muro si potevano vedere i fiori artificiali che le ammalate del reparto tubercolosi sotto cura delle suore dell'ospedale preparavano per la processione della madonna Pellegrina.
A giugno del 1947 mia madre diede alla luce il suo sesto figlio. Una sera mio padre e mia madre uscirono in gran segreto con la borsa della spesa, era la vigilia di natale, rimasti soli noi piccoli con i fratelli più grandi, uno di loro ci svelò il gran segreto: mamma e papà andavano a prendere il regalo di natale per i figli degli esuli visto che Babbo Natale non esiste. Ricordo sì la delusione, ma mai dimentico la gioia all'indomani quando al nostro risveglio trovammo sul letto di ognuno di noi un grande piatto di alluminio pieno di noci mele e mandarini. Ancora oggi per me ormai non più credente noci mele e mandarini sono i soli simboli gioiosi del Natale rimastimi».
Vittorio, Fiorella e Galliano nel giardino della Scuola Elementare di stato Via Cesare Battisti, a Gandino (Bergamo). Primo comune di residenza dopo l'esodo del 1947. Collezione Fiorella Capolicchio di Pola, ora a Göteborg (Svezia)

Il senso della patria perduta. CRP di Carinaro
«Tutti gli anni il 4 novembre attraverso il filo spinato che recintava il campo profughi di Carinaro, provincia di Caserta, si poteva vedere un piccolo gruppo di vecchine vestite di nero con scialle in testa, radunate davanti al Monumento ai caduti del 1915-18.
E tutti gli anni attratta dalla banda musicale che suonava la canzone del Piave e l’Inno Nazionale, Fiorella correva verso il cancello per uscire dal campo profughi e raggiungere il monumento dall’ altra parte del filo spinato, per partecipare alla commemorazione di quella storia che le apparteneva.
Fiorella era stata sempre l’unica profuga davanti al monumento ai caduti il 4 novembre. Sua madre non le avrebbe mai permesso di uscire da sola fuori dal campo, e tutti gli anni senza dire nulla a nessuno d’impulso seguiva il richiamo della musica del Piave, che le faceva muovere i suoi passi verso il monumento per unirsi al dolore di quelle donne che tenendo alti i cartelli con foto ricordavano i loro morti, caduti per la Patria.
Quella Patria che per Fiorella ormai era per sempre perduta, anche se allora era troppo piccola per poterlo capire.
Da Carinaro a S. Antonio di Pontecagnano. Sul camion viaggiava la famiglia che dal campo di Carinaro in provincia di Caserta veniva trasferita al Centro raccolta profughi stranieri di S. Antonio di Pontecagnano, in provincia di Salerno.
Amici accompagnano Fiorella, a destra, in partenza per Napoli, finalmente maggiorenne: addio Campi profughi! Collezione Fiorella Capolicchio di Pola, ora a Göteborg (Svezia)

Al Campo Profughi di Bagnoli, 1961
«E come nei villaggi o piccoli paesi regnavano le chiacchiere e gli uni sparlavano degli altri, le donne in fila, divertimento quotidiano, si passavano le prime del mattino oppure le ultime della giornata.
Esse si raccontavano di tutto, anche storie e storielle che in quegli anni potevano essere considerate improprie agli orecchi dei ragazzi che accompagnavano le madri in fila davanti alla mensa in attesa di apertura. Storie velate però in modo che solo i più smaliziati avrebbero capito.
Storie e storielle erano diventate noiose perché erano sempre le stesse ed ormai non appassionavano più, ed i pettegolezzi avevano lasciato il posto allo sdegno collettivo per la riprovevole situazione creatasi ultimamente, già da prima si sapeva dei rifornimenti di verdura che prendevano vie diverse, senza passare neanche il deposito viveri della mensa del campo profughi.
Avevano spostato i pochi rimasti nelle baracche vicino alla nuova direzione e poco distante dalla baracca magazzino da dove prima si distribuivano vestiti estate / inverno ma che ultimamente non si distribuivano più.
Eravamo agli ultimi sgoccioli, in un tardo pomeriggio di fine settimana si vedevano gli impiegati della direzione uscire dal magazzino ad intervalli di pochi minuti che con il viso nascosto nel bavero della giacca e con un pacchetto sotto il braccio.
Passando ogni limite di sfacciataggine, pur con il viso nascosto ormai rubavano a cielo aperto. Tuttavia quel quadretto idillico ora parte del passato dell’allora diciottenne riaffiorando nella mente rimane esempio di come la vita può regalare momenti armoniosi anche in tempi difficili».
Che prima o poi ci avrebbero trasferiti in un altro campo profughi stentavamo a crederci, visto che negli ultimi anni avevano costruito una nuova direzione per gli uffici con servizi igienici moderni e termosifoni per gli impiegati che si erano lamentati per il mancato riscaldamento nella vecchia direzione nel periodo invernale.

Speravamo che come cittadini italiani quelle due case, che avevano costruito all'interno del muro di cinta del campo profughi che dava sulla strada nazionale per Battipaglia, fossero state costruite per noi esuli. Noi eravamo tra quelli finiti nei centri rifugiati del dopoguerra per scopo emigrazione, ma mai emigrammo.
Pola, cartolina con vista giardini e Banca d'Italia, anni 1930. Si ringrazia per la diffusione e pubblicazione: Archivio storico digitale Patria Italia

--
Sitologia
Per un approfondimento sul senso della patria perduta, per degli esuli da Fiume, vedi: E. Varutti, “La patria perduta. Profughi da Fiume, 1943-1947”, nel web dal 23.02.2016.

giovedì 14 settembre 2017

Antica Terra della Tisana, Atti del convegno di Lignano 2016

Talvolta le vecchie istituzioni sembrano meglio di quelle nuove. È il caso della cosiddetta Terra della Tisana. Non era solo un’indicazione geografica che univa i paesi rivieraschi della foce del Tagliamento: Latisana, San Michele al Tagliamento, Ronchis e Lignano Sabbiadoro.
La copertina del volume uscito nel 2017

Fu pure una realtà amministrativo-istituzionale di derivazione feudale appartenuta prima al Conte palatino di Gorizia, poi a diverse famiglie nobili veneziane consorziate fra loro, come ha scritto Roberto Tirelli, a pag. 33, di questo originale volume miscellaneo.
Il testo, come accennato in copertina, contiene gli Atti del 1° Convegno sul tema, svoltosi a Lignano Sabbiadoro il 5 marzo 2016. Il titolo dell’assise è: Antica Terra della Tisana, Il governo della Terra. Il volume riporta i saluti ai convegnisti di Luca Fanotto, sindaco di Lignano Sabbiadoro, di Elena De Bortoli, assessore alla Cultura del Comune di San Michele al Tagliamento e di Claudio Gigante, assessore alla Sicurezza e Protezione civile, del Comune di Ronchis.
Ciò che può più interessare il lettore è che l’evento è stato favorito Francesco Frattolin, presidente della Consulta Comunale per la Friulanità del Comune di San Michele al Tagliamento, che oggi è pertinente alla città metropolitana di Venezia, anche se di cultura, lingua e tradizioni radicate nel Friuli storico. Proprio Frattolin presenta una sintetica Premessa al volume, dove spiega che «le popolazioni nei territori di ca e di là da l’Aga vivono unitariamente i vari aspetti antropici (sociale, culturale, sportivo, turistico, ecc.) rimanendo condizionati però dal confine politico-amministrativo con ricadute sugli aspetti prima citati (sanità, scuole, campionati vari, trasporti, ecc.». Lo scopo precipuo della Consulta Comunale citata è allora quello di recuperare una dimensione unitaria del vivere quotidiano nel mondo del lavoro, dell’economia, della sanità e delle aggregazioni umane.
Per una dichiarata scelta editoriale gli Atti del convegno contengono alcuni contributi “fuori sacco”.
Per esempio il primo saggio, opera del professor Sergio Zamperetti, dell’Università di Venezia, intitolato “Dai conti di Gorizia al consorzio patrizio. La giurisdizione di Latisana nell’età della Repubblica di Venezia”, richiesto per il 2° convegno, svoltosi nel 2017, è stato qui inserito per la pertinenza della tematica. Altri quattro articoli sono stati ripresi – tali e quali – dal periodico “la bassa”. Si tratta degli studi di Tirelli, di Mortegliano, col titolo “Le istituzioni del feudo consortile della Terra della Tisana” (“la bassa”, n. 72). Pure il lavoro di Enrico Fantin è stato tratto dallo stesso periodico co titolo “L’Antica Terra della Tisana com’era governata ai tempi della Serenissima”. La ricerca di Benvenuto Castellarin, di Ronchis, intitolata “Alcuni toponimi di luogo di uso e utilità pubblica nella Antica Terra della Tisana”, è tratta dal n. 73 della medesima rivista. Dal n. 74 sono stati ripresi gli studi di Franco Romanin, di San Michele al Tagliamento, col titolo “Dal patriarcato di Aquileia al vescovo di Concordia” e quello di Luca Vendrame, di Teglio Veneto, intitolato “Le comunità rurali nella giurisdizione di Latisana in età moderna”.
Nel 1° convegno ha relazionato Eugenio Marin, di Cintello di Teglio Veneto, sul tema delle “Pievi, parrocchie e cappelle della Terra”, come documentato dai relativi atti. Poi c’era Carla Marcato, dell’Università di Udine, col contributo “La Terra della Tisana e l’idronimo Tagliamento”. Incaricato di trarre le conclusioni era Franco Rossi, direttore dell’Archivi di Stato di Venezia, non presente negli Atti, per motivi tecnici, come pure è capitato per i saluti del sindaco di Latisana.
Denaro di Latisana della fine del 1200, l'originale era in argento; riconiato in oro nel 1998 dall'orafo Faidutti di Latisana, con l'Ascom della zona

A questo punto mi permetto di aggiungere un breve contributo riguardo alla esclusiva moneta medievale coniata a Latisana, della quale si fanno dei cenni pure in questi stessi Atti. Ciò per segnalare che il tema della Terra di Tisana coinvolge vari settori della vita cultura ed economica della zona. Nel 1998 la Delegazione mandamentale di Latisana dell’Associazione dei Commercianti (Ascom), tramite il suo presidente Antonio Bonelli lanciava il concorso a premi “Gratta, parcheggia e vinci”, mettendo in premio 45 monete d’oro riconiate sull’originale in argento del denaro scodellato usato per il porto di Latisana sul finire del 1200. Il dritto della moneta mostra il patriarca seduto in faldistorio con alla destra il pastorale e alla sinistra il Vangelo. Il soldo è contornato dalla scritta: “+PORTUMTE S ANA”. Sul rovescio si nota un tempio di cinque colonne con due torri coperte da cupole.
Il denaro di Latisana, coniato alla fine del 1200, risponde alle esigenze del suo porto fluviale sul Tagliamento. Si conosce l’esistenza di quattro esemplari in argento e tre versioni, con scritte differenti. La moneta originale ha un diametro di 21 mm ed un peso di gr 1,04. Presenta il caratteristico bordo rilevato o scodellato. Dimostra che il porto di Latisana aveva una rilevanza di un certo livello per gli scambi mercantili tra il mondo germanico, Venezia, l’Adriatico e il Medio Oriente. Rivela, infine – come ha scritto M. Altan, nel 1991, nel n. 22 de “la bassa” – la curiosità giuridica di una comunità che, pur sotto la nominale sovranità del Patriarcato di Aquileia, si auto-amministrava disponendo niente meno che di una zecca propria, in collegamento a quelle dei Conti di Gorizia. Il pezzo metallico presenta alcune affinità con le monete del Patriarca Pellegrino II (1195-1204) e con quelle di Wolger di Ellenbrechtskirchen (1204-1218).
---
Per chi fosse curioso di leggere nel web uno dei saggi contenuti negli Atti citati, veda qui accanto l'articolo di Eugenio Marin, Pievi, parrocchie e cappelle dell’Antica terra della Tisana, in Atti Antica Terra della Tisana. Il governo della Terra, (Lignano Sabbiadoro 5 marzo 2016), Latisana; San Michele al Tagliamento, La bassa, 2017, pp. 67-80.
--

Francesco Frattolin (coordinamento editoriale di), Antica Terra della Tisana, Il governo della Terra, Atti del 1° Convegno, Lignano Sabbiadoro 5 marzo 2016, Associazione culturale “la bassa”, 2017, pagg. 104, fotografie b/n.

ISBN 979-12-200-1956-9

domenica 10 settembre 2017

Verità scomode e tragedie nascoste al confine orientale, conferenza a Cividale

C’erano i nervi a fior di pelle per la conferenza di Mauro Tonino, Luca Urizio e Roberto Novelli a Cividale del Friuli il 9 settembre 2017. L’incontro, che ha tenute inchiodate alla sedia o in piedi oltre 100 persone al Caffè San Marco, aveva per titolo “Verità scomode e tragedie nascoste sul confine orientale 1943-1945”. Assai interessante pure il sottotitolo, che diceva: “Scavi archivistici, considerazioni storiche e responsabilità dei vari soggetti in campo”.
Roberto Novelli, al microfono nella sala del Caffè San Marco di Cividale apre la conferenza "Verità scomode e tragedie nascoste al confine orientale"

Ha aperto la serata Roberto Novelli, consigliere regionale di Forza Italia e promotore dell’iniziativa assieme alla Lega Nazionale di Gorizia, per sottolineare come l’incontro pubblico avesse un tema di richiamo forte. È stato proprio Stefano Balloch, sindaco di Cividale, ad accennare alle «verità scomode che verranno trattate questa sera, perché lo stato non ha voluto dire ai propri cittadini tutto quanto avrebbe dovuto dire». Gli ha fatto eco Rodolfo Ziberna, sindaco di Gorizia per ricordare come l’argomento del confine orientale «fosse brandito nel passato come lotta politica dalle opposte fazioni politiche italiane, mentre oggi chiediamo solo di sapere dove sono sepolte le persone scomparse nel 1945 nei giorni di terrore titino a Gorizia e in altri luoghi. Come si fa a negare ai discendenti degli scomparsi il posto dove portare un fiore del proprio parente ucciso?»
Tra il pubblico che affollava la sala di Largo Boiani 7, si sono notati Manuela Di Centa, già deputata di Forza Italia, Guglielmo Pelizzo, vice presidente della Banca di Cividale, Maria Grazia Ziberna, presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Gorizia, Francesco Romanut, sindaco di Drenchia, Eliana Fabello, sindaco di Grimacco e Roberto Trentin, sindaco di Premariacco. Elio Varutti, vice presidente dell’ANVGD di Udine, rappresentava Bruna  Zuccolin presidente del sodalizio degli esuli giuliano dalmati del capoluogo friulano.
Ha poi avuto la parola lo scrittore Mauro Tonino, autore di Rossa terra, un romanzo storico sulla vicenda di un infoibato in Istria, edito nel 2013 dall’editore L’Orto della Cultura, di Pasian di Prato. L’infoibato si chiama Cattunar, di Villanova di Verteneglio.
In prima fila: Stefano Balloch, sindaco di Cividale, Rodolfo Ziberna, sindaco di Gorizia e Guglielmo Pelizzo, vice presidente della Banca di Cividale

Mauro Tonino ha descritto la situazione «complessa tra il 1943 e il 1945 dell’Italia Orientale, dove molti individui e istituzioni hanno avuto un ruolo determinante, come Tito, che voleva annettersi i territori fino a Monfalcone, Benecia inclusa, poi c’erano gli inglesi, i partigiani garibaldini e osovani, senza dimenticare l’importanza che ebbe la Chiesa, con tutti i preti della Osoppo, come don Aldo Moretti, don Redento Bello e don Ascanio De Luca». Lo scrittore ha spiegato la grande preoccupazione di mons. Antonio Santin, vescovo di Trieste e Capodistria, dopo l’8 settembre 1943, quando i titini occupano l’Istria e cominciano a uccidere nelle foibe le prime centinaia di italiani, civili e donne incluse, per la pulizia etnica. «D’altro canto gli inglesi nutrivano un forte sospetto, la loro preoccupazione era che a fine conflitto si creasse una situazione simile alla Grecia, cioè un contesto di guerra civile tra le varie fazioni». 
Pubblico in sala e, prima a sinistra, Manuela Di Centa

Si aggiunga il ruolo di mons. Giuseppe Nogara, arcivescovo di Udine, e il suo carteggio con Montini, dove si evidenzia la preoccupazione della possibile avanzata titina sul Friuli.
Nella sua relazione Mauro Tonino ha letto vari stralci di documenti, come i Diari di Galeazzo Ciano, oppure le interpretazioni storiche di Claudio Pavone, scomparso di recente. Naturalmente si è parlato dell’eccidio di Porzus e dell’intenzione di mettere sotto il comando del IX Corpus titino le formazioni partigiane italiane delle brigate Garibaldi Osoppo«Con il comando partigiano unico, di fatto si sarebbero legittimate le rivendicazioni di Tito sulle nostre terre - ha concluso Tonino».
Poi ha parlato Roberto Trentin, sindaco di Premariacco. «In seguito ai recenti ritrovamenti di documenti sulle sparizioni e uccisioni di persone varie da parte dei partigiani filo-titini nelle nostre zone, abbiamo cercato negli archivi del Comune se era rimasto qualche atto, fu così che abbiamo trovato un faldone intitolato ANPI gioie e dolori, con i nomi delle persone eliminate dai partigiani rossi negli ultimi tempi della guerra. Ad esempio c’è un Rino Piani ucciso a 14 anni, beh sapete che è capitato proprio a me, anni fa, mentre aravo col trattore, di vedere Catina Piana, la madre di questo sventurato che veniva a gridare e a chiamare il figlio vicino al campo dove sapeva che fosse sparito».

Il sindaco ha aggiunto che pochi hanno il coraggio di raccontare con dichiarazioni ufficiali ed esposti alle autorità, perché hanno paura delle ritorsioni, come hanno scritto i carabinieri nel concludere che la fossa di Rosazzo non è rintracciabile. Nel faldone suddetto, ha concluso Trentin «abbiamo trovato i nomi e i cognomi degli scomparsi e uccisi, fatti passare poi come morti per motivi bellici, si tratta di almeno 22 casi, tra i quali donne e un minore, il figlio di Catina Piana, appunto. Poi ricordo una frase di mio padre, quando si parlava della guerra, lui diceva: Pôre dai partisans, mai dai todescs! [Paura dei partigiani, mai dei tedeschi!]».
Luca Urizio, presidente della Lega nazionale di Gorizia, confermando le dichiarazioni del sindaco di Premariacco, ha parlato di «omertà, mistificazione e malafede su fatti accaduti e di cui abbiamo qui alcune documentazioni. Gli anziani intervistati raccontano eccome, ma poi se si tratta di firmare degli atti, molti si ritirano per timore di ripercussioni negative per quanto riguarda la cosiddetta fossa di Corno di Rosazzo. Poi nel 2016 a Roma, alla Farnesina, ho trovato le liste dei 665 deportati e eliminati di Gorizia da parte titina. Stiamo verificando i nomi con i rientri nel dopoguerra, per consegnare al sindaco di Gorizia l’elenco ufficiale di queste vittime e per mettere gli assassini alla gogna». Sono state menzionate poi le atrocità dei filo-titini perpetrate a Resia, Travesio e Cormons.
Dietro al tavolo: Mauro Tonino, Roberto Novelli e Luca Urizio

Poi si è aperto il dibattito. Sono state rivolte varie domande sull’eccidio di Porzus. Poi Giovanni Guerrini, figlio di un infoibato istriano, ha raccontato dell’uccisione da parte dei partigiani di Orietta Coccolo a Stremiz, gettata in una fossa. Stessa fine per due marò, i resti dei quali sono stati portati a Gorizia.
L'entrata a Stremiz in una fotografia del 1997. Si ringrazia Checco R. per la diffusione dell'immagine

Si è fatta una piccola ricerca per questo blog. Stremiz, frazione di Faedis, è un borgo antico, menzionato per la prima volta nella storia nel 1294. Era assoggettato alla nobile famiglia dei Cucagna, a partire dal XIII secolo. Costituito da pochi edifici attorno ad una piccola piazza, ha una fontana del XIX secolo. Poi ci sono i resti di tre mulini e un ponte ad arco in pietra di origine romana, nei pressi delle sorgenti del Grivò. Nel 2015 Stremiz contava 32 abitanti.
Nel 1945, a guerra conclusa, qui vengono fucilati, dopo un sommario processo, i due marò citati sopra, alcuni militi della RSI e certe donne. Autori della fucilazione sono stati i partigiani rossi della Divisione Garibaldi Natisone. Fu detto che i morti ammazzati erano spie fasciste o camicie nere compromesse. Nel 1997 le autorità competenti effettuarono lo scavo. I corpi di sette vittime, tutti decapitati, sono stati riesumati dopo 52 anni, in base ad una testimonianza di una donna, che aveva assistito all'eccidio, come ha riportato il «Messaggero Veneto» del 16 febbraio 2016.
La fossa di Stremiz nel 1997 ormai ricoperta, dopo la riesumazione dei sette cadaveri fucilati nel 1945. Si ringrazia Checco R. per la diffusione dell'immagine

Per ritornare alla conferenza, bisogna dire che Urizio ha spiegato che non c’è una foiba di Manzano, come hanno titolato i giornali, quanto invece si tratterebbe di varie fosse comuni, scavate dagli stessi morti ammazzati, in quel triste periodo della guerra, prima di essere uccisi. «La nostra mission è verità e giustizia – ha concluso Urizio – bisogna usare le idee per fare luce e non come armi». 
--

Redactional e networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti, in collaborazione con E. Varutti. Fotografie di E. Varutti.
Mauro Tonino al microfono. Fotografia da Facebook
--
Sitologia
- Rosanna Turcinovich Giuricin, “Confine orientale. Le verità sono sempre scomode”, «La Voce del Popolo», Quotidiano italiano dell’Istria e del Quarnero, 11 settembre 2017.

- “Sul Lapidario i nomi deiresponsabili delle deportazioni”, «Il Piccolo», 13 settembre 2017.

martedì 5 settembre 2017

Cesare Conighi da Fiume ai lager di Dachau, Sachsenhausen e Polonia

Cesare Augusto Conighi è stato un ufficiale dell’Esercito Italiano. Nasce a Fiume, nel Golfo del Quarnaro, il 14 maggio 1895 da Carlo Alessandro e da Elisa Ambonetti. Muore a Roma il 10 dicembre 1957 col grado di tenente colonnello.
Il volontario dell’Esercito Italiano Cesare Conighi. Fiume d’Italia, 4 marzo 1920. Ph. Gino Cavalieri, Perugia. Collezione famiglia Conighi, Udine.

È l’ultimo di cinque fratelli Conighi: Maria Regina (Trieste 1881-Udine 1955), Carlo Leopoldo Antonio (Trieste 1884- Udine 1972), Silvia (Fiume 1888-1892) e Giorgio Alessandro (Fiume 1892-Trento 1977). Il padre, l’ingegnere Carlo Alessandro Conighi, è impresario, costruttore e presidente della Camera di Commercio e Industria di Fiume.
Il suddito austro-ungarico Cesare, da ragazzo, assiste alle gesta dei fratelli e di altri giovani concittadini per l’italianità di Fiume. Il 30 novembre 1908 il fratello Carlo Leopoldo, detto Carlo Conighi Junior, è eletto nel consiglio del circolo “La Giovine Fiume”, legato alle idee di Giuseppe Mazzini. Secondo l’autorità austro-ungarica tale gruppo “irredentistico italiano”, di ispirazione mazziniana, ha “deciso e procurato l’arruolamento d’un corpo di volontari a Trieste, l’incorpamento [incorporamento] di questi al Corpo di volontari esistente in Italia, per favorire un’invasione armata delle cosiddette provincie italiane dell’Austria”. Così ha scritto, in un suo saggio a pag. 4, Antonio Luksich-Jamini.
Come ha accennato Giovanni Stelli a pag. 170 di un suo studio pure Cesare Conighi, nel 1908, è vicino all’associazionismo irredentista fiumano, nonostante la sua giovane età. Poi succede che il fratello Giorgio Conighi, assieme ad altri nove fiumani, viene processato per alto tradimento il 10 dicembre 1910, dalla Corte d’Assise di Graz; così ha riportato Enrico Burich, a pag. 15, di un suo articolo.
Dedica autografa di Cesare Conighi al fratello Carlo Leopoldo, sotto la firma del fotografo di Perugia Gino Cavalieri, 1920.  Collezione famiglia Conighi, Udine.

«È del febbraio 1911 la beffa dei finti bersaglieri – come ha ricordato Giovanni Stelli, a p. 173 di un suo articolo – a cui parteciparono, tra gli altri Giorgio Conighi e Giovanni Host: i “bersaglieri”, ossia un gruppo di giovani fiumani travestiti da bersaglieri, entrarono nel teatro comunale per recarsi al ballo della Beneficenza italiana e poi durante le notte “la fanfara scorrazzò per le vie della città suonando gli inni patriottici”, mentre la polizia stupita e interdetta non intervenne».
La sorella Maria Regina Conighi si impegna in quei frangenti, con le donne filo-italiane della città, a cucire coccarde e bandiere tricolori, oltre ad organizzare l’assistenza ai perseguitati politici della gendarmeria austro-ungarica.
Cesare Conighi a Roma il 15 maggio 1913. Col logo del fotografo che incolla l’immagine su cartoncino in stile Liberty. Collezione famiglia Conighi, Udine.

Con la Grande Guerra il fratello maggiore Carlo Leopoldo Conighi è richiamato quale artigliere telefonista in divisa austriaca, di stanza tra Aurisina, Sistiana e Grado, come ha riportato Varutti nell'articolo "Sembra la pace in avvicinamento...", nel 1997.
Cesare e il fratello Giorgio Conighi invece scappano da Fiume, passano il confine per arruolarsi nel Regio Esercito Italiano. Cesare è a Roma nel 1913-1914, come testimoniano alcuni disegni ad acquerello nella collezione familiare e una fotografia datata. 
Di Giorgio Conighi si legge una notizia sul «Giornale di Udine» del 14 novembre 1915. La testata friulana scrive che il «soldato volontario negli alpini Giorgio Conighi, nato a Fiume (Ungheria)» riceve assieme ad altri militi un encomio solenne. Deve essere l’ultima volta che appare pubblicamente il nome e cognome di un irredentista a chiare lettere.
Per sfuggire alla forca austriaca, che li persegue per alto tradimento e, su indicazione dell’autorità militare italiana, i fratelli Conighi cambiano il cognome, come fanno molti altri irredentisti trentini, triestini, goriziani, istriani, fiumani e dalmati inquadrati nelle truppe italiane. Cesare adotta lo pseudonimo di “Cesare Nelli”, come riportano alcuni giornali di Trieste e di Perugia. Si veda in merito «Il Piccolo della Sera», del 25 febbraio 1933, p.1 e «L’Unione liberale» di Perugia, 4 settembre 1922, p. 3. Mentre in determinate carte familiari si è rintracciato anche l’alias di “Carlo Nelli”. Il fratello Giorgio Conighi tramuta il suo nome in Giorgio “Dilenardo”.
Cesare Augusto Conighi, Roma, acquerello su carta firmato e datato in alto a destra: 1914, cm 24 x 34. 
Collezione famiglia Conighi, Udine.

La gendarmeria austo-ungarica si mobilita: «nell’ira furibonda che il giovane Cesare Conighi avesse potuto osare l’inosabile – come ha scritto E.R.P. – lo condannarono a morte in contumacia». La Commissione austro-ungarica che condannò a morte Cesare Battisti, ordinò che egli (Cesare Conighi) fosse impiccato in effigie vicino al grande martire del Castello del Buon Consiglio di Trento. Poi Cesare Conighi fa parte dell’Aviazione militare italiana e, nel 1918, è legionario fiumano come i fratelli Carlo Junior e Giorgio e molti giovani fiumani, in collegamento all’impresa dannunziana.
Maria Regina Conighi, con varie altre donne di Fiume, si impegna in difesa degli italiani nel 1915-1918. Ecco le parole di un necrologio per lei (vedi:  C.L. Conighi, Lettera del 16 aprile 1955, dattil. Collezione famiglia Conighi, Udine); è stato stilato nel 1955 dal fratello architetto Carlo Conighi Junior: «Durante il primo conflitto mondiale (Maria Regina) rimasta a Fiume sola con la diletta Mamma… aiutò in tutti i modi i prigionieri italiani e i giovani fiumani (parola cancellata: disertori) nascondendoli perfino nella propria casa, per sottrarli alla prigionia».
Ritratto della famiglia Conighi di Fiume verso il 1899, Stabilimento fotografico Carposio, Via Ciotta, Fiume. L’ingegnere Carlo Alessandro Conighi è in piedi, la moglie Elisa Ambonetti, seduta, la figlia Maria Regina, in piedi, Carlo Leopoldo, col farfallino, seduto sullo sgabello, con Cesare e Giorgio, in piedi davanti al babbo. Collezione famiglia Conighi, Udine.

Terminata la guerra, la stessa fonte ci rivela che: «Tra il 1918 e il 1924 Maria Regina Conighi opera nella Giovane Fiume e, poi, nella Giovane Italia, aiutando e soccorrendo i fiumani e gli altri legionari dannunziani». Si ricorda che la Giovane Fiume sorge nel 1905, come ha scritto Giovanni Stelli.
I tre fratelli Conighi (Carlo Junior, Giorgio e Cesare) sono attivamente impegnati come legionari fiumani di Gabriele d’Annunzio dal 1918-1919 al 1924, quando la città quarnerina è annessa al Regno d’Italia. «Gabriele d’Annunzio – ha scritto E.R.P. in riferimento a Cesare Conighi – per il suo passato d’italiano e patriota, volle appuntare sul suo petto la stella d’oro dei valorosi, su cui incise col proprio pugnale la data e il nome».
Carlo Leopoldo e Giorgio Alessandro, infatti, sono ferventi soci della Giovane Italia, di cui Carlo Leopoldo è cassiere, come si evince dai registri contabili del circolo (C.L. Conighi, Giovane Italia, Sezione di Fiume, Entrate: Largizioni, 1919-1922, ms, Collezione famiglia Conighi, Udine. C.L. Conighi, Giovane Italia, Sezione di Fiume, Esiti: Diversi, 1919-1922, ms, Collezione famiglia Conighi, Udine). 
Nel registro delle spese della Sezione di Fiume della Giovane Italia, tenuto dal fratello Carlo Leopoldo Conighi, si legge la seguente annotazione contabile del 22 marzo 1919: «Consegnate al tenente Nelli per la sezione di Perugia a titolo di prestito L. 400 e cor. 2,90. (totale) 580». Con l’abbreviazione “cor” si intende corone, ossia la svalutata moneta austriaca, mentre il “tenente Nelli” è chiaramente: Cesare Conighi, alias Cesare o Carlo Nelli, come già scritto.

Cesare Conighi, primo a sinistra, con amici a Roma il 29 giugno 1919. Collezione famiglia Conighi, Udine.

Cesare Conighi il 2 settembre 1922 sposa a Perugia la marchesina Lodovica Torelli Massini, che gli dà due figlie: Maria Alessandra (Fiume 1924) e Maria Elisabetta (Roma 1935). «Testimoni della sposa – si legge sul giornale di Perugia, già citato, del 1922 – furono il conte Napoleone Faina e il dottor conte Solazzi; dello sposo il conte onorevole Luciano Valentini e il conte Tiberio Rossi Scotti rappresentato dal maggiore Martorelli». Il quotidiano spiega inoltre che molti perugini chiamano lo sposo ancora con l’appellativo di Cesare Nelli, il cognome scambiato per sfuggire alla vendetta austriaca.
Nel giugno 1926 Cesare Conighi è impegnato in Libia col reggimento Piemonte Reale Cavalleria. Tra le altre si trova a Bengasi e a Tobruk. In base alla stampa di Fiume (Vedi: “Le nozze d’oro dell’ingegnere Carlo Conighi”, «La Vedetta d’Italia», Fiume, 4 settembre 1930 – Anno VIII, p. 2), nel 1930, si trova di stanza a Udine ed è citato quale “tenente di cavalleria combattente nel Regio esercito”. Secondo il carteggio di famiglia, nel 1933, Cesare Conighi è a Roma dove, due anni più tardi, gli nasce la secondogenita Maria Elisabetta.
Cesare a Tobruk, primo a sinistra, giugno 1926. Si conoscono la signora Pettazzi, col n.1 e la figlia Marinella (Maria Alessandra), col n. 2. Collezione famiglia Conighi, Udine.

«Nominato ufficiale effettivo per merito di guerra – scrive ancora E.R.P. – nel 1939-1940 capitano di Piemonte Reale Cavalleria, diviene ufficiale d’ordinanza del generale Alfredo Guzzoni nella campagna di Albania». Qui, per una caduta da cavallo, riporta gravi ferite, come la lesione della spina dorsale. 
Nel 1940 è con la 4a Armata agli ordini del Principe di Piemonte. Nel 1941, nonostante le condizioni critiche di salute, è inviato in Russia, facendo parte dell’Armata italiana in Russia (ARMIR). Riesce a rientrare in Italia e, nel 1943, è in Sicilia, sempre ai comandi del generale Guzzoni, con la 6a  Armata.
Nel 1943, dopo l'armistizio italiano con gli alleato dell'8 settembre, mentre è in servizio a Montebello di Vicenza, viene imprigionato dai tedeschi e, siccome si rifiuta di collaborare con loro, viene deportato nei Campi di concentramento nazisti di Norimberga e di Berlino, secondo E.R.P. Si precisa, tuttavia, che a Norimberga non si trovano campi di concentramento, però la città è a pochi chilometri di distanza da Dachau. Altra precisazione: a 40 chilometri da Berlino si trova il Campo di concentramento di SachsenhausenPare molto probabile, quindi, che Cesare Conighi sia stato rinchiuso a Dachau e a Sachsenhausen.
Lettera autografa di Cesare Conighi al padre, scritta da Roma il 2 agosto 1933 (particolare). Collezione famiglia Conighi, Udine.

Liberato dai Russi, a guerra conclusa, è subito mantenuto in cattività. Questa volta non sono i nazisti, ma i sovietici a imprigionarlo.
Dopo un trasferimento a marce forzate nella neve e nel freddo per oltre cento chilometri, Cesare Conighi viene detenuto nuovamente in un Campo di concentramento sovietico in Polonia per altri cinque mesi.
Rientra in Italia solo nel mese di ottobre 1945, stroncato nel fisico. Pesa circa 35 chilogrammi. Nel 1946 la sua famiglia di Fiume deve affrontare l’esodo giuliano dalmata, poiché scacciata dai titini della Jugoslavia.
Cesare, esule nella sua stessa patria tanto agognata, si stabilisce a Roma, dedicandosi agli aspetti assistenziali dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD) e muovendosi con due bastoni, visti i problemi di deambulazione, fino al dicembre 1955, quando lo coglie la morte.
---
Fiume, 4 settembre 1940. Nozze di diamante di Carlo Alessandro Conighi, primo a sinistra seduto e di Elisa Ambonetti, seduta di fonte a lui. Cesare, in divisa, è in piedi dietro al babbo. Poi si conoscono: Lodovica, moglie di Cesare, Amalia, moglie di Carlo Leopoldo, che le sta in piedi accanto. A seguire: Helga e Ferruccio, seduti a capotavola. In mezzo a loro il bimbo Elio, figlio di Giorgio. Dietro, in piedi: Enrico. Poi c’è Maria Regina tra due signori non noti e Giorgio Conighi accanto alla mamma Elisa.  
Collezione famiglia Conighi, Udine.

Fonti e riferimenti
- Le fotografie, i disegni e i documenti riprodotti nel presente articolo sono della: Collezione famiglia Conighi, Udine.
- C.L. Conighi, Giovane Italia, Sezione di Fiume, Entrate: Largizioni, 1919-1922, ms, Collezione famiglia Conighi, Udine.
- C.L. Conighi, Giovane Italia, Sezione di Fiume, Esiti: Diversi, 1919-1922, ms, Collezione famiglia Conighi, Udine.
Commiato di lettera autografa di Cesare al fratello e ai nipoti per la morte della cognata Amalia Rassmann, Roma, gennaio 1954. Collezione famiglia Conighi, Udine.

Bibliografia
- Enrico Burich, “Momenti della polemica per Fiume prima della guerra 1915/18”, «Fiume. Rivista di studi fiumani», IX, 1-2, gennaio – giugno 1961, p. 15.
- E.R.P. (Elia Rossi Passavanti), “T. Colonnello Cesare Conighi”, «Notiziario della Cavalleria italiana,  Associazione Nazionale», III, n. 12, Roma, dicembre 1957, pag. 4.
- Antonio Luksich-Jamini, “Appunti per una storia di Fiume dal 1896 al 1914”, «Fiume. Rivista di studi fiumani», XIV, 1-2-3-4, gennaio – dicembre 1968, p. 91.
- “L’opera e la fede di Carlo Conighi”, «Il Piccolo della Sera», Trieste 25 febbraio 1933 – Anno XI, p. 1. 
- “Nozze”, «L’Unione liberale», Perugia, 4 settembre 1922, p. 3.
- “Le nozze d’oro dell’ingegnere Carlo Conighi”, «La Vedetta d’Italia», Fiume, 4 settembre 1930 – Anno VIII, p. 2.
- E. Varutti, “Sembra la pace in avvicinamento… Diario dell’artigliere austriaco Carlo Conighi e le cartoline postali del bancario Dante Malusa, internato a Tapiosüly da Fiume nel 1915-1918”, in E. Polo et alii., Un doul a mi strinzeva il cour. 1917: questo terribile mistero, San Daniele del Friuli (UD), Coordinamento Circoli Culturali della Carnia, 1997, pp. 59-76.
- E. Varutti, “Casi familiari di radicamento sociale del Risorgimento nel Friuli e nella Venezia Giulia”, in S. Delureanu, L. Piccardo, L. Bisicchia... et al., I moti friulani del 1864. Un episodio del risorgimento europeo. Atti del convegno, San Daniele del Friuli – Meduno 29 – 31 ottobre 2004, «Quaderni guarneriani», San Daniele del Friuli, 2005, pp. 131-156.
- E. Varutti, Il Campo Profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo, 1945-2007, Udine, Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Comitato Provinciale di Udine, 2007.
Tessera dell’ANVGD del 1956, un anno prima della morte di Cesare Conighi. Collezione famiglia Conighi, Udine.

Sitologia
- Giovanni Stelli, “L’irredentismo a Fiume”, in L’irredentismo armato. Gli irredentismi davanti alla guerra, a cura di F. Todero, «Quaderni di Qualestoria», n. 33, Trieste, IRMSL, 2015, pp. 145-179.