mercoledì 23 agosto 2017

L’Adriatico di Gino, libro di Franco Fornasaro

Butta bene se in un libro che parla dell’Istria, fin dalla prima riga è citato l’asino. L’orecchiuto quadrupede, infatti, è stato utilizzato fino al secolo scorso sia nella piccola azienda agricola familiare d’Istria, sia come elemento di traino per trasporti vari su un piccolo carro.
Una cartolina degli anni 1920-1930

Il volume in questione è intitolato “L’Adriatico di Gino / Gino, evo Jadrana!”, dell’editore Tiskara Šuljić, ERAPLE-FVG, 2013. La duplice edizione, in lingua italiana e croata, è stata ispirata patrocinata e realizzata dall’Ente Regionale ACLI per i Problemi dei Lavoratori Emigranti del Friuli Venezia Giulia (ERAPLE-FVG). Con la sigla ACLI si intende Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani. Con tale opera editoriale l’ente suddetto ha voluto solennizzare l’entrata della Croazia nell’Unione Europea, valorizzando la collaborazione in atto da tempo con la Comunità degli Italiani di Fiume. Detta meritoria iniziativa è stata supportata dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia ed ha ricevuto il patrocinio della Federazione ACLI Internazionali, della sede del Belgio.
Le parole di Fornasaro sono come le pietre assolate dell’Istria e del Quarnaro. Schiette, dirette e senza tanti fronzoli. Si coglie subito il senso generale delle cose. Sono parole piene, definite, chiare. Non sono ambigue. Non presentano sfaccettature, insicurezza, né metamorfosi. 
È l’Istria, invece, ad essere: né sì, né no. È così che dice Nono Toni, saggio personaggio del romanzo con molti tratti autobiografici. L’Istria non è totalmente slava, né integralmente italiana (a pag. 82). Non a caso altri grandi autori l’hanno definita terra di frontiera, area multiculturale e di plurilinguismo. Si pensi a scrittori come Tomizza, Magris, Bettiza.
La copertina del volume del 2013

Nel libro è descritto l’odore di patate in tecia alla quinta pagina. Come si fa a non andare avanti nella lettura con la foga di trovare altri elementi tipici e caratteristici del territorio? Ecco che viene nominato Pepi Mustacion, ossia l’imperatore Francesco Giuseppe, che in diletto croato diventa: Pepjia Muštačona (pag. 14). Poi c’è lo spacher, il focolare economico a legna o a carbone. Adattamento linguistico dal tedesco: Sparherd (p. 18). Mi permetto di aggiungere che in dialetto fiumano è lo sparcher. E in lingua friulana: spoler.
Ci sono poi alcuni aspetti di devozione popolare, come la descrizione della cappellina con inginocchiatoio per recitare un rosario all’imbrunire (p. 19), dato che andare in chiesa era un rischio, dovendo passare davanti agli occhi degli atei titini.
Francobollo della Repubblica Sociale Italiana con sovrastampa: "3-V-1945 / FIUME RIJEKA / LIRE 4", dopo l'occupazione titina della città quarnerina. Collezione E. Varutti

Insomma Fornasaro, questo figlio di profughi, ci descrive l’Istria sparita tra le pieghe della guerra fredda. In quel tempo, i bimbi “bevono e fanno proprie le lacerazioni dei genitori” (p. 22). Lui era lì, si intuisce che il romanzo ha sfondi autobiografici. Negli anni 1960-1970 andava a trovare i nonni con i genitori, scontando al confine lunghe code e perquisizioni dei graniciari (guardie confinarie, per lo più serbe), in quella Cortina di Ferro che stava diventando sempre più di… latta per gli jugo. Belle sono le descrizioni di volpi, caprioli, vipere, funghi e del gioco delle burele, tipo le bocce (p. 23).
Nella seconda parte del libro si intravvedono i decenni seguenti. Ci sono i giovani in cerca della droga, non più delle calze di nylon e dei blue jeans occidentali. Gli adulti sono alle prese col progresso di tanti elettrodomestici, della seconda casa e di tanto lavoro per pagare le robe scritte prima. Fortuna che c’è anche l’odore del ginepro, dei pini e la citazione di quel gabbiano che vola a filo del mare (p. 44). Ci sono i racconti della famiglia di profughi istriani. Di quando era difficile trovare un lavoro, perché loro non sapevano stare con le mani in mano, allora si viveva col sussidio.
C’è la nuova generazione del mondo degli esuli. Ci sono quelli nati nel resto d’Italia. Si va a trovare i nonni. C’è – eccolo finalmente come è nel titolo – il Mare Adriatico della costa orientale e il suo dialetto istro-veneto parlato in Istria, Dalmazia, fino alle Isole Ionie (p. 48). C’è un certo spirito marinaro.
Fiume, il porto. Fotografia degli anni 1950-1960, quando è ambientato il romanzo di Fornasaro. Archivio ANVGD di Udine

Poi c’è una lettera del 1986. Siamo nella fase del dopo-Tito, con le prime confusioni balcaniche, ma anche con qualche bella passeggiata a Miramare (pp. 50-52). Nella “Jugo” del dopo-Tito, i compagni si guardano in cagnesco, dice Zdenka, dirigente della Federativa Repubblica, amica d’infanzia del protagonista. “I problemi etnici ci stanno massacrando” (p. 56). Nessuno, tuttavia, può smentire il cosiddetto “attaccamento profondo alle terre degli avi ed alla storia passata” (p. 57).
Non era ancora caduto il Muro di Berlino, perciò spiega Zdenka: “moltissimi miei colleghi di partito sono stati messi sotto accusa per niente (p. 66).
L’autore di questo piccolo romanzo trova lo spazio per parlare bene di Cividale e delle sue bellezze longobarde, ma poi si ritorna a dover leggere delle noiose contraddizioni “tra nord e sud della Jugoslavia” (p. 70). Oggi sappiamo come le hanno risolte. E ci si ferma al 1986.
Molto originale il “Post Scriptum” finale. Come in certi film, si vuole comunicare al lettore dove siano finiti i protagonisti della vicenda, con una fugace attualizzazione al 2013.
Il volume è bilingue (italiano e croato). Contiene una Presentazione del critico d’arte Licio Damiani, esule pure lui. Alla fine del testo compaiono tre brevi recensioni di Paolo Petricig, di Mario Micheli e di Antonio De Lorenzi, per guidare meglio il lettore nell’apprezzamento dell’opera. La copertina contiene alcuni schizzi di Lucilla Micheli Marušić sullo sfondo di una carta geografica dei secoli scorsi quando il Mare Adriatico era detto pure Golfo di Venezia. Appunto.
Fiume, Teatro Comunale. Fotografia degli anni 1950-1960, quando è ambientato il romanzo di Fornasaro. Archivio ANVGD di Udine
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Biografia di Fornasaro
Farmacista e giornalista pubblicista, Franco Fornasaro è nato a Trieste l’8 marzo 1952 durante l’occupazione alleata. C’era il Territorio Libero di Trieste. Vanta avi di Pirano e babbo di Veglia
È autore di oltre quindici libri di natura professionale, essendo cultore di fitoterapia, altri di genere saggistico e di cinque romanzi, tra i quali Incontro (1984), Quale Terra? (1988), Frammenti di una lezione (1998), Fine Stagione (1992) e Sulle orme del cavaliere (2007).
Franco Fornasaro

Vive a Cividale del Friuli. Ha vinto numerosi premi letterari italiani e ha composto anche testi teatrali, come Medeculis, curarsi con le erbe, in scena a Mittelfest 2008. È collaboratore delle “Note fitoterapiche” nel mensile «Fuocolento», rivista enogastronomica del Friuli Venezia Giulia. Da  oltre un decennio tiene una rubrica fissa di vasto pubblico nella trasmissione Vita nei campi, in onda la domenica su RAI 3.
Ecco una sua intervista pubblicata su youtube nel 2013, col titolo: Franco Fornasaro scrittore. Clicca qui accanto sul nome.
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Franco Fornasaro, L’Adriatico di Gino. Romanzo / Gino, evo Jadrana! Roman, Tiskara Šuljić, ERAPLE-FVG, 2013.
Scrive Franco Fornasaro nel libro L’Adriatico di Gino che c'è il cosiddetto “attaccamento profondo alle terre degli avi ed alla storia passata” (p. 57). Ecco una splendida immagine di un'ava dell'esodo giuliano dalmata, ossia di 350 mila italiani d'Istria, Fiume e Dalmazia fuggiti sotto la pressione titina. La didascalia a matita ci dice solo: "Germana Canarich 1889 - Cherso, Fiume". Il fotografo è Ilario Carposio che aveva lo stabilimento fotografico al piano terra di Via Sant'Andrea a Fiume anche nel 1887. Archivio ANVGD di Udine