mercoledì 26 aprile 2017

Enrica Zuliani e la Lavanderia e Stireria Meccanica Friulana, Udine

Oggi si parla tanto della donna imprenditrice. C’è poi un proverbio friulano che dice “La femine a ten su tre cjantons da cjase o a ju sdrume ducj cuatri” (La donna tiene su tre angoli della casa o li demolisce tutti quattro).
 Udine, 1927 - La sede della Lavanderia e Stireria Meccanica Friulana in Via dell'Argilla, n. 9

Ciò per rilevare quanto sia importante la presenza femminile in un’abitazione, in una famiglia, sia in senso positivo, che negativo. Nel passato ci sono state certe donne che hanno fondato qualche impresa, ma la loro bravura è rimasta sotto traccia, senza passare alla storia.
Mi piace allora raccontare la vicenda di Enrica Zuliani, fondatrice col marito della Lavanderia e Stireria Meccanica Friulana. Tale attività nasce nella zona meridionale della città di Udine il 25 aprile 1927, proprio 90 anni or sono. Enrica Zuliani, nata a Sant’Osvaldo, frazione di Udine il 14 marzo 1887, impianta la lavanderia al numero civico 9 di Via dell’Argilla. Il marito della prode Enrica è Beniamino Bertossi, nato a Udine, nella frazione di Lumignacco, il 3 luglio 1882.

Una grintosa Enrica Zuliani Bertossi su moto Sertum, al centro della fotografia

La Via dell’Argilla
Uscendo dalla città, lungo il “Vial de Palma”, come dicevano i vecchi, ossia il Viale Palmanova, oggi c’è un semaforo, con un incrocio con la Via Melegnano, a destra, intitolata nel 1911, e Via Di Brazzà, a sinistra, intitolata nel 1953. Dopo il semaforo, la prima strada a destra è proprio Via Urli, ovvero l’antica Via dell’Argilla.
Il toponimo di “Via dell’Argilla” deriva dai giacimenti di argilla visibili ed utilizzati dall’Impresa “Bortolo Capellari & C., fornace di Udine e Manzano”, sorta nel 1906 sulla spinta dell’impresario  Leonardo Rizzani, come si legge nel volume Anelli-Monti e Anderloni, del 1994.
Nel 1937 il municipio cambia il nome a Via dell’Argilla, che diventa Via Ferdinando Urli, in onore del tenente morto nel 1916, secondo quanto riporta Giovanni Battista Della Porta. 
Monsignor Aldo Moretti ha raccolto questi dati nel 1979 riguardo la fornace di “Bortolo Capellari & C.” con sedi a Udine sud e Manzano e di altre aziende del rione.
Beniamino Bertossi e Enrica Zuliani con i figli Aldo, il più alto, e Alvaro, più piccolo

«Questa fornace, di proporzioni maggiori a quelle della fornace Franzolini, era sorta ancor prima di questa e fu più lungamente attiva, fino a non molti anni fa. Le campagne della nostra zona vennero largamente scoperte – e poi ricoperte – dello strato superiore di humus “il nembri” (tappeto erboso, in friulano), per prelevarvi sotto l’argilla. Sulla carta topografica della città del 1920 è segnata una viuzza, denominata “via dell’Argilla”, che a via Medici procede, da nord a sud, fino ad incontrare via della Madonetta. Ora ne esiste l’inizio, che si chiama via Gregorutti.
Al centro si notano la roggia, utile per le lavandaie e, verso destra, la Via dell'Argilla, ove c'era la prima sede della Lavanderia e Stireria Meccanica Friulana. Pianta della Città di Udine eseguita dalla sezione tecnica municipale, 1928. Stabilimento tipo-litografico Gustavo Percotto & figlio, Via dei Torriani 1, Udine. Particolare a cura di E. Varutti

Quella “de argile” era percorsa da cavalli spinti a mano a portare il materiale dagli “arzilârs” (i campi di estrazione) alla fornace. C’era anzi un tunnel per il quale i carrelli sottopassavano il viale Palmanova per andare a prelevare argilla nelle campagne a est, seguendo probabilmente un’altra stradella simile alla precedente, segnata anche essa sulle carte topografiche d’allora  e detta la “strade dai Carlins”. 
Tale viuzza partiva da via Fornaci, ma aveva una laterale che proveniva appunto dal tunnel suddetto. La viuzza proseguiva per la campagna compresa tra le attuali vie Baldasseria Media e Bassa fin molto a sud. Mi pare ovvio che di tale stradella abbiano fatto uso tutte e due le fornaci.
Frontespizio del Libretto paga di Amabile Battel del 1929, con indicazione della sede aziendale in Via dell'Argilla 9

La ciminiera che si ergeva presso l’attuale via Urli e l’osteria “Al Privilegio” (negli anni 1970-1975, osteria il Manderon) erano gli emblemi più appariscenti o almeno più osservati di quella attività, che dava sudato lavoro a tanti “fornasîrs” (fornaciai)». Fin qui le ricerche di don Aldo Moretti.
Allora la Via dell’Argilla, prima di essere una strada corta, com’è oggi appunto la nuova Via Urli, era una strada a gomito, che girava per le cave di argilla della zona.
Udine, la sede trasferita in Via Bainsizza tra la fine degli anni Trenta e l'inizio degli anni Quaranta

La prima zona industriale di Udine
Secondo le informazioni del signor Enrico Bertossi, discendente dei fondatori della lavanderia di Udine sud la sede iniziale dell’attività era proprio in Via dell’Argilla. «Il libretto di lavoro di una storica operaia – ha detto Enrico Bertossi – la quale si chiamava Amabile Battel, che ha lavorato sin dai primi mesi di attività fino alla pensione, così come il figlio Pietro divenuto per parecchi decenni il capo fabbrica sino alla pensione, riporta nel 1929 il timbro con indicato l’indirizzo in: Via dell’Argilla n. 9».
Ci sono altri dati? «Certo – ha aggiunto Enrico Bertossi – i libretti di lavoro datati 1933 e 1938 riportano curiosamente l’indirizzo già trasformato in Via Melegnano».
Quella allora è una piccola zona industriale?
Amabile Battel in una fotografia verso il 1970

«La zona del Gervasutta, dopo la stazione ferroviaria – ha spiegato Bertossi – è stata la vera prima zona industriale udinese a sud della città con la Safau (ora ABS), la Gervasoni, le Fonderie Fontanini, la stessa Lavanderia Meccanica Friulana (tutte e quattro in Zona Industriale Udinese) e la fabbrica di contatori Maddalena (a Povoletto) tuttora in attività e molte altre chiuse da tempo. La Lavanderia Meccanica Friulana verso la fine degli anni Trenta trasloca in via Bainsizza (ora via Sesto in Sylvis) in quelli che erano stati i Vivai Gasparini fino al 1984, anno del definitivo trasferimento in Zona Industriale Udinese, a Lauzacco».
Parliamo della fondatrice, una donna energica, vero?
«Enrica Zuliani Bertossi era un personaggio d’altri tempi – ha raccontato Enrico Bertossi – con un piglio imprenditoriale e personale impareggiabile di cui i vecchi udinesi conservavano un nitido ricordo. Fu lei, il 25 aprile 1927, a fondare l’azienda di famiglia nella zona di Udine sud, la Lavanderia Meccanica Friulana, con intuizioni imprenditoriali moderne e innovative. Nel 1945 iscrisse l’azienda all’Associazione industriali appena fondata. 
Grande lavoratrice, donna energica e forte, andava in moto e fumava il sigaro. I nazisti prima della liberazione e gli inglesi dopo il 1945 le requisirono la casa e lo stabilimento, ma alla fine riuscì a continuare l’attività lasciandola nelle mani delle generazioni successive, in primis i figli Aldo e Alvaro, in seguito Luciano (figlio di Aldo) e poi, da mio padre Luciano a me».
Pagine interne del Libretto paga di Amabile Battel, 1929

Gli anni Duemila della Lavanderia Meccanica Friulana
Luciano Bertossi è mancato nel 2015, all’età di 83 anni. È stato lui, verso il 1980 con la collaborazione del figlio Enrico, a far sviluppare la Lavanderia Meccanica Friulana Srl. Quando era appena avviata contava 35 dipendenti. Essi sono giunti a 120 individui nel periodo di massima espansione dell’impresa, ancora oggi in produzione nella Zona industriale udinese, a Lauzacco.
Luciano Bertossi era nato a Udine il 6 settembre 1931. Fin da ragazzo si era dedicato all’impresa di famiglia. Nei primi anni Novanta a Luciano Bertossi venne conferita l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica. L’azienda ottenne nel 1986 e nel 1997 la medaglia d’oro della Camera di commercio di Udine. La Lavanderia Meccanica Friulana, come già scritto, era stata fondata nel 1927, dalla nonna di Luciano Bertossi, Enrica, quella che girava in moto e fumava i sigari.

Libro paga della lavandaia Amabile Batel, 1933; la ditta ha sede in Via Melegnano, Udine

Enrica Zuliani, l’antesignana della donna manager, viene a mancare il 12 novembre 1952. Quattro mesi più tardi anche il suo Beniamino si spegne. È il 16 marzo 1953. L’impresa passa poi alla gestione dei due figli di Enrica e Beniamino: Aldo (padre di Luciano) e Alvaro Bertossi.
Nel 1984 la Lavanderia Meccanica Friulana è trasferita nella zona industriale. Aveva 35 dipendenti. Nel 2003 i lavoratori erano addirittura 120. Dopo i servizi per i militari l’impresa cambia clientela, indirizzandosi al servizio per gli ospedali, le case di riposo e vari alberghi. 
In Friuli Venezia Giulia era impegnata per gli ospedali di Udine, Palmanova, Latisana, Gorizia e Monfalcone e per molte case di riposo. L’attività si espande fino a raggiungere il Veneto, al servizio dell’ospedale di Mestre e di molte strutture protette a Venezia e provincia. Nel 2003, all’apice di utili e fatturato, l’impresa viene ceduta e acquisita da Servizi Italia. La sua sede operativa è sempre nella Zona industriale udinese.
Udine - Operai al lavoro alla Lavanderia e Stireria Meccanica Friulana, 1940-1950
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Le fotografie di questo articolo sono state messe a disposizione cortesemente da Enrico Bertossi e fanno parte della sua collezione familiare ove non altrimenti indicato.

Fonte orale
Enrico Bertossi, Udine 1959, intervista telefonica a cura di E. Varutti del 21 aprile 2017 e messaggi e-mail del 20-26 aprile 2017.

Collezioni private
Famiglia Enrico Bertossi, Udine, fotografie e documenti di lavoro.

Fonti d’archivio
Archivio della Camera di Commercio Industria Artigianato Agricoltura, Udine, visura camerale su Lavanderia e Stireria Meccanica Friulana.

Una cariolante porta i panni lavati con l'acqua della vicina roggia ad asciugare al sole. Questa tecnica di lavoro andò avanti fino al 1960-1970

Riferimenti bibliografici
- Anna Buttazzoni, “Addio a Luciano Bertossi, il re delle lavanderie in Friuli, «Messaggero Veneto», 16 marzo 2015.
- Giovanni Battista Della Porta, Toponomastica storica della città e del Comune di Udine, nuova edizione a cura di Leila Sereni con note linguistiche di Giovanni Frau, Udine, Società Filologica Friulana, 1991.
- Aldo Moretti, “Attività economica dal primo anteguerra nel nostro rione”, Numero Unico per la sagra di Baldasseria, 1979.
- Elio Varutti, Anelli-Monti e Anderloni, Udine, Ribis, 1994.

Sitologia
- E. Varutti, Le osterie di Udine sud, 2015.

- Il sito web di Enrico Bertossi, con la sua biografia.

Udine, operai della Lavanderia e Stireria Meccanica Friulana, 1940-1950

domenica 23 aprile 2017

Grattacieli del Prater di Vienna

C’è un quartiere ultra-moderno nella capitale austriaca, in Leopoldstadt. Oltre il Donaustadt, il quartiere del futuro, di cui accennerò più sotto. Non sembra di essere nemmeno nel centro dell’ex Impero Austro Ungarico. La zona di cui scrivo è quella del Prater, vicino alla “Messe Wien”, il quartiere fieristico.

È tutta zeppa di grattacieli e di costruzioni ardite che puntano al cielo. È un insieme di parallelepipedi pieni di finestre, corridoi sospesi nel vuoto e così via. Ci passa la metropolitana viola (U2): la fermata è quella di Krieau.

A Francesco Giuseppe verrebbe un coccolone nel vedere questi nuovi palazzi, un po’ dritti, un po’ sghembi, che svettano verso l’alto. Figurarsi, lui inorridiva nel vedere lo stupendo edificio (parere mio personale) di Adolf Loos, la “Looshaus”. Si trova al n. 3 di Michaelerplatz. Fu edificato nel 1910 senza fronzoli, con linee dritte. L’architetto non volle abbellimenti di sorta. Proprio in opposizione allo stile “Ringstrasse”, tutto ornamenti e richiami al passato.
Mi pare che l’imperatore dicesse, girandosi dall’altra parte, di non voler vedere “quella facciata di casa senza palpebre”. Cecco Beppe alludeva al fatto che ogni finestra Looshaus sta lì squadrata, senza ghirigori di abbellimento neo-classico, neo-gotico, neo-barocco e… neo-son-so-che-altro. 
Tutto il “ring” è stato costruito con stili neo-classici, neo-gotici, neo-barocchi e l’occhio di Cecco Beppe a quelle cose era abituato, altro che il disegno di Adolf Loos, di Otto Wagner, ma che volevano costoro?

Uno scatto notturno sulla Looshaus, edificata nel 1910

La Looshaus è considerata uno dei primi esempi del razionalismo europeo, che riteneva superflui gli orpelli decorativi. Si volle puntare alle forme, con l’uso di colori basilari: il bianco soprattutto. Vennero introdotti pure materiali economici e innovativi per i primi anni del Novecento, come il vetro, il cemento armato, il linoleum, l’acciaio. Il disegno di Loos ha influenzato, secondo gli studi di architettura, le opere del tedesco Gropius, dello svizzero-francese Le Corbusier e dell’olandese J. J. P. Oud.

Torniamo alla zona ultra-moderna del Prater. È molto bella da visitare. Ci sono fontane, laghetti e passerelle. Oltre a grattacieli perfino balordi. Ci si può girare in bicicletta per una caccia fotografica. Io me la sono fatta a piedi e ho ottenuto questo risultato. Spero di essere riuscito a trasmettere qualcosa. Con la santa pace di Cecco Beppe, bello lui.

Il Donaustadt è compreso tra il vecchio e il nuovo Danubio. Oltre ad un bel parco grande si può vedere l’alta Donauturm, di 252 metri. È la torre della televisione, costruita in occasione della Mostra internazionale del giardinaggio nel 1964. Il parco del Donaustadt è inframmezzato da un insieme di grattacieli pari pari alle metropoli americane o di altre località del mondo.

Qui c’è l’UNO-City. Ossia le case dei funzionari dell’ONU, provenienti da oltre un centinaio di paesi. Le torri dei grattacieli svettano fino ai 60 e 120 metri. Nel vecchio Danubio sono sorte dopo il Duemila varie spiagge, con varie case e luoghi di incontro: bar, caffè, trattorie. Tutto ciò è per i viennesi desiderosi di un po’ di fresco durante i momenti di caldo delle estati austriache. 



Servizio giornalistico, fotografico e di networking di Elio Varutti

venerdì 21 aprile 2017

Auschwitz, luogo della Shoah

Oggi è Oświęcim, in lingua polacca. Il toponimo tedesco invece è: Auschwitz. Quella che stiamo facendo è una visita turistica oppure un pellegrinaggio? A giudicare dagli occhi arrossati per l’emozione dei visitatori accanto a me, è proprio un cammino di pellegrini alle strutture praticamente intatte o appena restaurate del grande campo di concentramento nazista.

È il 12 aprile 2017. Siamo un gruppo di turisti italiani di Boscolo Tour. Passiamo dal cancello con la scritta in tedesco Arbeit macht frei (Il lavoro rende liberi) voluta dall’insolente comandante nazista Rudolf Höss. Molti di noi l’hanno vista nei libri di storia, oppure sui giornali. Adesso è lì e, varcata la soglia del grande campo di concentramento, si entra nella zona museale. In alcuni posti non si possono fare fotografie, per rispetto dei defunti. Si sente il tic-toc delle scarpe dei visitatori sulla strada. Anzi siccome l’hanno lasciata come era, cioè tipo strada bianca, con sassolini, si sente il cric-croc delle centinaia di scarpe delle persone in visita. Le persone passano mute.
Solo la guida turistica rompe il silenzio spettrale che avvolge il campo di concentramento. Tira un vento forte. È nuvolo. Ogni tanto si rasserena. Il freddo inaspettato ti entra nelle ossa.
Barattoli di gas Zyklon B, usato nelle camere a gas dai nazisti per uccidere ebrei e altri detenuti del campo di concentramento di Auschwitz

Dal 1947 la zona è dichiarata museo polacco. Per tale motivo le costruzioni e gli interni sono rimasti come li hanno trovati i russi nel 1945, quando cacciarono i tedeschi verso l'interno della Germania.
Tra i visitatori, ho visto tanta gente, tanti giovani, col magone dentro. Si ha questo atteggiamento difronte alla bestialità nazista nell’uccidere razionalmente i prigionieri, nell’annientarli, nell’organizzare degli efficienti gruppi di controllo composti dagli stessi imprigionati.
In origine gli edifici del campo di Auschwitz erano una caserma polacca. Poi, nel 1940, furono adattati dai tedeschi e, soprattutto, recintati col filo spinato, la corrente elettrica e le torrette di avvistamento con sentinelle armate per impedire la fuga dei prigionieri.
Il campo di sterminio era articolato in tre strutture principali e, addirittura, in una quarantina di campi satellite. Con la stupefacente fantasia nazista quello di Auschwitz era detto: Auschwitz I. A tre chilometri dalla cittadina di Oświęcim, gli ordinati soldati del Reich sloggiano gli abitanti polacchi di una ventina di fattorie. Le radono al suolo e, con i mattoni recuperati, fanno costruire in fretta e furia le baracche del gigantesco campo di sterminio di Birkenau, con sette camere a gas ed ampi forni crematori.
L'ingresso di una delle camere a gas di Auschwitz con visitatori italiani

Sempre con la imprevedibile fantasia nazista questo altro campo di concentramento è detto: Auschwitz II. Fanno arrivare persino i binari dentro il campo della morte di Birkenau, di modo che gli internati potessero arrivare direttamente nel luogo dell’uccisione, scendendo dai vagoni bestiame piombati. Se qualcuno moriva durante il viaggio, i più deboli, i malati, i bambini, gli altri viaggiatori detenuti dovevano tenersi la salma fino al campo di concentramento.
La fantasia nazista non ha limiti e, nel 1943, a Monowitz erigono un altro campo di concentramento e lo chiamano: Auschwitz III.
  Interno di un campo di sterminio, gli uffici

Oggi è Oświęcim, scrivevo. Con tale denominazione la cittadina di Auschwitz, di 40 mila abitanti, distante 70 km da Cracovia, rimane nella storia quale simbolo mondiale dello sterminio perpetrato dai nazisti nei confronti degli ebrei. È la più innegabile testimonianza della Shoah
Vedere in una vetrina dell’area museale i barattoli del gas Zyklon B, usato per lo sterminio di massa degli ebrei, non fa male solo alla persona in visita, ma provoca dolore all’intera umanità.
Questi territori polacchi vengono annessi al Terzo Reich, dopo l’invasione della Polonia nel 1939, con la dizione di Governatorato Generale. Qui viene allocato, sin dal 1940, dagli obbedienti seguaci di Hitler il più grande campo di concentramento e di sterminio, mediante le camere a gas e i forni crematori. Dapprima vengono rinchiusi gli intellettuali polacchi, poi i prigionieri di altre 28 nazionalità. Soprattutto vengono concentrati qui gli ebrei polacchi e poi gli ebrei europei, per quella che, dopo la conferenza nazista del 1942, viene definita “la soluzione finale”, ossia l’uccisione di tutti gli ebrei, nota come protocollo di Wannsee, del 20 gennaio 1942.
Le ceneri delle vittime della Shoah trasformate in monumento ad Auschwitz

Si tenga presente che il popolo polacco era ritenuto dai nazisti come Untermensch, cioè sub-umano. Dovevano essi morire, non riprodursi o fare da schiavi ai tedeschi.
Nelle enciclopedie si legge che “durante l'invasione della Polonia del 1939, vengono utilizzate speciali squadre di azione delle Waffen SS e della polizia (i reparti Einsatzgruppen)”. Hanno essi il compito di arrestare o eliminare i civili istruiti che fanno una qualsiasi resistenza ai tedeschi o che siano considerati in grado di farlo, secondo il loro status o la posizione sociale. Decine di migliaia di ricchi proprietari, uomini di chiesa e membri dell’intellighenzia o ufficiali del governo, insegnanti, dottori, dentisti, giornalisti e altri (sia polacchi, che ebrei) furono assassinati in esecuzioni di massa o inviati in campi di prigionia e concentramento.

Le unità tedesche e le forze di autodifesa composte dal Volksdeutsche parteciparono anche alle esecuzioni dei civili. In molti casi, queste esecuzioni furono atti di rivendicazione contro intere comunità responsabili di avere ucciso dei tedeschi.
Dal 1979 questo sito è divenuto parte del Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO. Voluto da Heinrich Himmler, il campo di concentramento di Auschwitz era comandato da Rudolf Höss. Qui muoiono, secondo stime ufficiali, un milione e mezzo di persone internate. Lui, dopo il processo, finisce qui impiccato nel 1947.
È struggente l’accatastamento di scarpe prelevate ai detenuti e, oggi, messe lì in mostra, con in primo piano le scarpine di un bambino. Poi ci sono le scodelle, le caffettiere, i bicchieri, i rasoi, le forbici, tutto ciò che i prigionieri si erano portati dietro, credendo che potesse loro servire. Per i nazisti era bottino di guerra. Roba da rivendere per far soldi.
Spero che questo reportage sull’inferno creato dai nazisti per uccidere gli ebrei possa servire a qualcuno in cerca di un po’ di umanità.

Bibliografia
Michele Lauro, Polonia. Varsavia, Lublino, Cracovia, Breslavia, Toruʼn, Danzica, La Masuria e i grandi Parchi, Milano, Touring, 2014.
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Servizio giornalistico, fotografico e di networking di Elio Varutti



I pali della tortura, per chi non obbediva

Scarpe di bambino in un mucchio di scarpe di adulti


sabato 8 aprile 2017

Bruna Zuccolin nuovo presidente ANVGD di Udine

Nella assemblea straordinaria dello scorso 4 aprile 2017 è stato rinnovato il Consiglio esecutivo del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia.

Bruna Zuccolin e Silvo Cattalini al Natale dell'esule 2016

Alla presidenza del sodalizio è stata eletta Bruna Zuccolin, con parenti istriani, che in precedenza ricopriva la carica di vice presidente. La Zuccolin ha ricordato l’opera dell’ingegnere Silvio Cattalini, presidente del Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD dal 1972 al 2017, quando è spirato per grave malattia. Cattalini era nato a Zara nel 1927 e fu amico dello stilista Ottavio Missoni, nato a Ragusa, in Dalmazia. 
La presidente Zuccolin ha pure ricordato i programmi dell’ANVGD di Udine, che prevedono, tra le altre, le presentazioni di libri sull’esodo giuliano dalmata e le gite culturali in Istria, oltre alle cerimonie patriottico religiose legate agli eventi storici del secolo scorso, come il secondo conflitto mondiale e della guerra fredda.
Vice presidente del Consiglio esecutivo ANVGD di Udine è Elio Varutti, con parenti di Fiume e di Pola. Il Delegato amministrativo risulta Barbara Rossi, nata a Sebenico, mentre il segretario è Bruno Bonetti, con avi di Spalato e di Zara.      
Gli altri membri del Consiglio esecutivo sono: Bruna Traversa Rauni (di Albona), Eda Flego (di Pinguente), Sergio Satti (di Pola), Franco Fornasaro (con avi di Pirano), Bruno Rossi e Fulvio Pregnolato.

Revisori dei conti sono: Fulvio Fiorentin (di Veglia), Giancarlo Randich (di Fiume) e Annalisa Vucusa, con padre di Zara, nonché cugina del compianto Silvio Cattalini.


Bruno Rossi e Bruna Zuccolin

venerdì 7 aprile 2017

I diorami di Franca Venuti Caronna

È stata intitolata “Sapori di casa” la mostra di diorami di Franca Venuti svoltasi al Castello Savorgnan di Artegna dal 12 dicembre 2015 al 22 febbraio 2016. Il sottotitolo della originale rassegna artistica era: “Interni di vita contadina nel Friuli di un tempo”.
Franca Venuti, La camera da letto, diorama, materiali vari, 2015

Nello stesso periodo (2015-2016) le sue originali produzioni artistico artigianali erano esposte al Palazzo Veneziano di Malborghetto, col titolo: “La n. 1 – Licof”, riferendosi alle riproduzioni di interni della casa più antica del paese, ossia Casa Palinč (perciò detta “La n. 1”, come a dire: “La prima della lista”).
C’è molta attenzione nelle riproduzioni di Franca Venuti Caronna. C’è quasi un’attenzione maniacale nel mostrare gli interni di famiglia in una scatola di pochi centimetri cubi. Eppure questi diorami sprigionano elementi di etnografia da ogni parte. Si nota poi una cura agli aspetti del plurilinguismo di certe realtà territoriali del Friuli, come quella della Val Canale.
Franca Venuti, Il camarin, diorama, materiali vari, 2015

A Malborghetto Valbruna, Camporosso e a Tarvisio si parlano diversi idiomi: l’italiano, il tedesco della Valle, lo sloveno della Valle e il friulano (giunto quest’ultimo alla fine della Grande guerra, con l’annessione della valle al Regno d’Italia). Allora nei vivaci quadretti di vita interiore proposti dalla Venuti ci sono delle scritte nelle varie lingue parlate nella zona. Anche questo fatto è assai interessante e, a modo suo, un po’ didascalico.
L’artista ci mostra i più caratteristici “fogolârs”, i focolari, le calde cucine delle tradizioni popolari friulane. Poi c’è il “camarin”, ossia la dispensa. In un’altra “scatola fantastica” (“magic box”) c’è una vecchia latteria, la stalla, la stube e così via.
Artista originale Franca Venuti è autodidatta, iniziando la sua carriera artistica verso la metà degli anni Ottanta. È molto attratta dall’antiquariato friulano, dal restauro e dall’arredo d’interni. È fondamentale questo background, per la precisione con cui rende la vita quotidiana nelle sue “scatole fantastiche”. Si è interessata di composizioni di fiori secchi e di creazioni con la pasta di farina e sale. Crea e dipinge su ceramica.
Guardando le sue ricostruzioni in miniatura siamo immersi tra sogno e realtà. Ci sfiorano fantasia e ricordo. Tutto ciò fuoriesce dalle creazioni della Venuti, che opera con la mente sapiente e col cuore di donna.
Franca Venuti, La stalla, diorama, materiali vari, 2015
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Fotografie di Max Maraldo e di Bruna Giorgini.

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Sitologia

E. Varutti, La casa contadina della Val Canale in diorama, Malborghetto, articolo nel web del 2016.

Su youtube: Laura Magri (a cura di) Nel magico mondo della Valcanale - Malborghetto (UD), 2015.
Musiche del video-clip di Adriano Sangineto.

Una sala dell'allestimento in Castello, Artegna

giovedì 6 aprile 2017

Mario Mari, inesplorato poeta di Pola, 1907-1992

Mario Mari è nato a Pola nel 1907 da padre istriano e madre carnica. Si laurea in Lettere classiche presso l’Università di Padova nel 1930. 
Il professor Mario Mari negli anni Sessanta

Riceve per alcuni anni le supplenze e vari incarichi di insegnamento in certi licei dell’Istria e della Dalmazia, allora italiane. Si appassiona alla poesia. Nel 1933-1934 insegna anche al liceo “Paolo Diacono” di Cividale del Friuli. Entra in ruolo a Pola nel 1936 insegnando nel locale liceo.
Nel 1945, costretto a lasciare l’Istria,  ottiene la cattedra di Italiano e Latino nella sezione B del Liceo classico “Jacopo Stellini” di Udine, che ricopre fino alla quiescenza, avvenuta nel 1974. Muore nel 1992 a Udine.
Il suo nome e la sua arte poetica cadono nell’oblio. Nel 2007, grazie alla studiosa Marianna Deganutti, di Cividale del Friuli, riscopre il poeta, dedicandogli un volume nel centenario della sua nascita, col titolo Mario Mari 1907-2007. Il testo contiene ventinove liriche e due brani in prosa.
Mario Mari sposò la cividalese Luigia Zanuttig, che gli diede due figli: Marisa, deceduta a pochi mesi colpita da poliomielite e Luigi (1938-2010), che seguì le orme paterne nell’insegnamento, divenendo uno dei migliori docenti di lettere classiche che il liceo “Stellini” abbia avuto.
Copertina del libro di Marianna Deganutti

Le opere edite
Mario Mari scrisse poesie e saggi di critica letteraria. Tra le composizioni poetiche si ricordano: Fiorita, del 1930; La poesia muore (1932); Secca vena (1935); Marisa (1938); Tra sorriso e pianto (1941); Aquileia. Canti delle terre perdute istriane e dalmate (1947); Amore e morte (1948); Frammenti, epigrammi, ribellioni (1951); Canti dell’esilio (1954); Itinerari poetici (1956); Vivere di poesia (1962); Trieste-Tristia (1972); Friuli poetico (1980).
Tra i suoi saggi di critica letteraria spiccano: Carducci romantico (1933); Carducci e Goethe (1934); Riflessi dannunziani in Germania: H. Mann (1937); Amor di Dante, saggi critici sulla Divina Commedia (1965); Dante, Manzoni, Leopardi (1974).
Si riporta qui di seguito la poesia “Arena di Pola”.

Arena di Pola

Arena di Pola, tu miri
con occhi cavi la sorte
dei figli che abbandoni
piangenti, sull’onda amara.

Tu non conosci morte:
gli uomini, il loro destino,
si perdono nel tempo;
non vincono l’azzurro
dell’acqua che ti bagna.

Come possiamo vivere
noi, esuli tuoi figli,
con gli occhi sempre pieni
d’azzurro del tuo mare,
se non per ritornare?

O mare, mare, mare,
tramandati nei figli,
anela ad una sponda
che vibra in ogni vena!

Con i pesanti massi
dell’ampia tua corona
ti incidi, o nostra arena,
nell’anima il ritorno.

Risorgerà quel giorno
in noi, nei nostri figli,
finché sarà una terra
che noi dobbiamo amare;
finché sarai diadema,
o arena, là, sul mare.

Riferimenti bibliografici

Elettra Patti, “Rileggendo l’opera poetica di Mario Mari”, «La Voce degli Stelliniani», XVI, 1, febbraio 2017, pag. 11.

mercoledì 5 aprile 2017

Son mi a netar la Madonna del Villaggio Giuliano, Udine

La vedevo sempre più pulita e lucidata. Ogni volta che passavo vicino alla ancona della Madonna della Rinascita al Villaggio Giuliano di Udine, la vedevo sempre più linda. 
L'ancona votiva di Via Casarsa a Udine, al centro del Villaggio Giuliano. 2017

Ricordo che nel 2013 la pietra aveva una grossa macchia scura di smog. Persino i mattoni del basamento erano un po’ ballerini. Il bassorilievo in bronzo, opera di Domenico Mastroianni (Arpino, Frosinone 1891 - Roma 1962), era tutto scuro.
Proprio in quel luogo, sin dal 1952-1953, le donne giuliane e dalmate si riunivano a maggio per recitare il rosario, attirando altre donne e uomini. Gli udinesi così si mescolavano con i profughi giuliani, fiumani e dalmati nel rito religioso spontaneo, meravigliando il clero locale.
L’effigie della Madonna è ricordata da un professore udinese. È Claudio Della Longa, che ha detto: «Ricordo che gli istriani del Villaggio Giuliano, costituito da una quindicina di case costruite nel 1951-1952, si riunivano vicino alla sacra ancona nel mese di maggio per le preghiere ed il vespero».
Il signor Giuseppe Marsich, esule da Veglia, ricorda di essere andato ad abitare verso il 1952 nel Villaggio Giuliano di Udine. «Xe case fate coi schei de l’UNRRA CASAS, dei americani nelle strade de Via Casarsa, Via Cormòr Alto e Via Cordenons, jera tutti campi in quella volta». Al Villaggio Giuliano ci abitano, o ci hanno vissuto, o lo conoscono anche i signori Tancredi e i fratelli Mattini di Pinguente. «Al Villaggio Giuliano de Udine jera tanti scampadi da Pinguente – hanno ricordato».
Poi ad un certo punto, nel 2016, è comparsa pure una piccola targa con la seguente scritta: “VILLAGGIO GIULIANO / 1953 / PROFUGHI ISTRIANI-DALMATI”. Chissà chi è stato a posizionarla? E chi è stato a lucidare, restaurare e pulire tutto l’insieme?
Domenico Mastroianni, Madonna della Rinascita, bronzo, Villaggio Giuliano di Via Casarsa, di Udine. 2017

Finalmente ho scoperto chi è l’autore del restauro e della pulizia della sacra immagine di Via Casarsa. «Son sta mi a lustrar la Madonna del Villaggio Giuliano, perché abito lì – esordisce così il signor Alberto Nadbath, di Udine, ma col papà di Abbazia – e con la varecchina ho spazzolato la pietra, perché era tutta scura, poi ho sistemato i mattoni alla base».
Di antica origine ungherese il signor Nadbath mi accenna al fatto che con la nonna, pure lei esule, dopo il 1947-1948 «si poteva parlare solo in tedesco». Come si chiamava suo padre? «Mio padre era Gualtiero, detto Walter, classe 1913, nato ad Abbazia e morto a Udine nel 1996. Era finito in Africa per la guerra del 1940, poi gli inglesi l’hanno fatto prigioniero e recluso in India e poi in Gran Bretagna, dove con altri italiani dovevano lavorare a raccogliere patate con un cucchiaio, sembra incredibile a raccontarla».
Alberto Nadbath mi riferisce qualcosa sul vecchio parroco di S. Giuseppe «oggi c’è un colombiano che ha un mucchio di parrocchie da seguire! Invece don Armando, che lo ha preceduto, ci raccontava di avere conosciuto i profughi del Villaggio Giuliano, perché prima alcuni di loro erano al Centro di Smistamento Profughi di Via Pradamano. È stato lui, don Armando, a continuare la tradizione del rosario a maggio presso l’ancona della Madonna del Villaggio Giuliano. Io tengo pulita e ordinata l’opera, aggiungo il ghiaino e ho messo la targa di ricordo».
Signor Nadbath ha qualche altro fato da raccontare su quel sacello? «Sì, mi ricordo che da bambino con gli altri figli degli esuli giuliano dalmati giocavamo a nascondino – risponde Nadbath – e il libera-tutti era proprio lì sul marmo della Madonna; chi stava sotto doveva appoggiare la testa sul braccio alla pietra e ad occhi chiusi contare, mentre gli altri andavano a nascondersi… Ah che robe!»
Per caso ha dei parenti che con l’esodo sono andati all’estero? «Sì, so che ci sono miei parenti finiti a Vienna – è la conclusione di Alberto Nadbath – ed altri ancora negli Stati Uniti d’America, sa siamo un po’ sparsi pel mondo».
Progetto delle abitazioni del Villaggio Giuliano di Via Cormòr Alto, Via Casarsa, Via Cordenons a Udine, studio di Roma, 1950. Archivio del Comune di Udine

Altri ricordi sui profughi giuliano dalmati
Il Centro di Smistamento Profughi (CSP) di Via Pradamano a Udine, da dove passarono oltre 100 mila esuli, è ricordato anche dal signor Roberto Zini, un toscano che ho incontrato ad una delle manifestazioni sul Giorno del Ricordo. «Abitavo di fronte al Bar Cantoni, in piazzale Cavalcaselle e passavo in Via Pradamano negli anni 1950-1955 e sentivo ogni giorno un grande odore di minestrone. E pensavo: Ma quanto minestrone faranno lì dentro?». Ricorda qualcosa d’altro sui profughi giuliano dalmati? «Mi viene in mente che i preti del Campo Profughi erano quelli della parrocchia del Carmine, come don Armando Bassi, don Giovanni Perosa, che poi andò a Pagnacco».
A volte i ricordi paiono insignificanti, ma in poche parole è detto molto. È il caso del signor Gino Nonino, abitante in Baldasseria, nella stessa zona del CSP di Via Pradamano. «Era tutta brava gente, alcuni istriani si sono sposati con la gente di Baldasseria, loro stavano al Campo Profughi di Via Pradamano, me li ricordo, tutti gran lavoratori!»
Ho intervistato oltre 300 persone sull’esodo giuliano dalmata e sulla vicenda delle foibe, ma certi racconti vengono in mente quando si è vicini al Giorno del Ricordo. Il silenzio dei profughi si stempera vieppiù quando cade il 10 febbraio di ogni anno. «La cugina di mio marito – ha riferito Rita Fontanello – è di Dignano d’Istria e non voleva che si parlasse mai dell’Istria o di Jugoslavia. Si doveva parlare sottovoce di quei posti in sua presenza. Lei diceva che le venivano in mente le voci. Si riferiva alle grida degli infoibati ancora vivi. Quelle voci venivano ascoltate dai paesani vicino alle foibe. Tutto ciò le faceva molto dolore. Non si doveva mai parlare di Istria con lei».
La targa posta da Alberto Nadbath nel 2016 sul sacello della Madonna della Rinascita al Villaggio Giuliano di Udine, 2017

Contatti con profughi giuliano dalmati e loro discendenti
Alcuni discendenti di profughi d’Istria, Fiume e Dalmazia mi contattano nei social media (Google, Facebook, LinkedIn ed altri). Ornella Dall’Alba mi ha scritto che «Il senso della patria perduta è quello che ha accompagnato mio padre, Manlio Dall’Alba, esule fiumano, per tutta la vita, che ebbe alcuni amici uccisi nella foiba». Manlio Dall’Alba, alla data dell’11 febbraio 1947, risulta del Comitato Giuliano di Roma, Ufficio di Fiume, come si legge nelle riviste della Società Studi Fiumani.
Nello stesso gruppo di Facebook Rita Mattioli, di Parenzo, ha descritto un momento della vita in un Centro Raccolta Profughi, quello di Marina di Carrara, spiegando come dormivano: «Noi a Marina di Carrara con le coperte e brandine da campo». Vedendo una fotografia del Centro Smistamento Profughi di Udine, c’è chi digita alcune stentate parole. È successo a Nicolò Zupcich, nato a Zara, durante la seconda guerra mondiale, che ha scritto in dialetto: «Madre e fradei i stava in sto campo; i me gà contà in un altro a Roma, Centocelle, ex caserma. Maledetta guerra».
C’è chi vede una fotografia nel web e si mette a scrivere un messaggio carico di affetti. È successo a Marina Zappetti, di Bolzano, dopo aver letto il mio articolo sull’esodo di Liana Di Giorgi Sossi, riguardo al Centro Raccolta Profughi di Firenze di Via Guelfa. «Nella foto di gruppo riconosco i miei amatissimi zii Nerucci e Romano Tuntar, quanti racconti su Via Guelfa e sul nido/asilo della Manifattura Tabacchi di Firenze».
Altri si chiedono se c’è qualche parentela tra i lettori del social media, come Maria Tuntar, di Capriata d’Olbia, ex provincia di Alessandria, che ha scritto: «Chissà Romano Tuntar forse era parente nostro? Io sono nata a Laterina, Arezzo». Qualcuno si commuove nel leggere l’articolo sull’esodo di Liana Di Giorgi Sossi, venuta via col piroscafo “Toscana” e le invia un messaggio affettuoso. È il caso di Claudio Ispa, di Pola, che ha scritto: «Eravamo sulla stessa nave, mi gavevo sette anni. Un saluto caro a te e famiglia»
Gianna Villatora, di Pola, il 22 dicembre 2016, riguardo all’esodo col piroscafo “Toscana”, mi ha comunicato che: «Anch’io nel 1947 da Pola a Grado, avevo due anni e mezzo, credo con lo stesso piroscafo… non so se a Trieste o Venezia, poi siamo stati a Grado, ex provincia di Gorizia».

Il Villaggio Giuliano di Udine in uno scorcio da Via Casarsa

Fonti orali, del web e ringraziamenti
Ringrazio le seguenti fonti orali per la disponibilità riservata. Le interviste sono state raccolte da Elio Varutti a Udine, con taccuino, penna e macchina fotografica nelle date citate, se non altrimenti riportato.
- Ornella Dall’Alba, messaggi in Facebook, nel gruppo “Esodo Istriano per non dimenticare”, del 4 e 5 maggio 2016.
- Claudio Della Longa, 1957, Udine, intervista del 30 aprile 2012.
- Rita Fontanello, 1947, San Michele al Tagliamento, Venezia, int. dell’11 febbraio 2017.
- Claudio Ispa, 1940, Pola, vive a Rivarolo Canavese, Torino, messaggio in Facebook del 19 gennaio 2017
- Giuseppe Marsich, 1928, italiano all’estero, Veglia, Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, int. del giorno 11 febbraio 2004. Suo fratello, Livio Marsich (Veglia 1932-Udine 2011) ha voluto che dopo il suo funerale, svoltosi a Udine nella Chiesa di San Rocco gremitissima di parrocchiani ed esuli, le sue ceneri riposassero a Veglia, oggi Croazia.
- Onorina Mattini “Là de Maria Osso”, 1924, Pinguente, int. del 10 febbraio 2017.
- Vittore Mattini “Là de Maria Osso”, 1929, Pinguente, int. del 15 febbraio 2007.
- Rita Mattioli, Parenzo, vive a Torino, messaggio in Facebook del 20 gennaio 2017.
- Alberto Nadbath, 1951, Udine, int. del 2 aprile 2017.
- Gino Nonino, 1944, Baldasseria, Udine, int. del 17 aprile 2016.
- Cesare Tancredi, 1933, Pinguente, int. del 28 febbraio 2007.
- Luciana Tancredi, 1935, Pinguente, int. del 28 febbraio 2007.
- Maria Tuntar, nata nel CRP di Laterina, ex provincia di Arezzo, vive a Capriata d’Olbia, ex provincia di Alessandria, messaggio in Facebook del 20 gennaio 2017.
- Gianna Villatora, 1944, Pola, messaggio in Facebook del 22 dicembre 2016.
- Marina Zappetti, di Bolzano, messaggio in Facebook del 20 gennaio 2017.
- Roberto Zini, 1938, Pistoia, int. del 20 febbraio 2015.
- Nicolò Zupcich, Zara, messaggio in Facebook dell’8 febbraio 2017.

Udine - Villaggio Giuliano con l'icona della Madonna della Rinascita in basso a destra, 2017

Bibliografia e sitologia
- Elio Varutti, Il Campo Profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo 1945-2007, Udine, ANVGD, Comitato Provinciale di Udine, 2007.
- E. Varutti, “Cara maestra, le scrivo dal Campo profughi. Bambini di Zara e dell'Istria scolari a Udine, 1948-1963”, «Sot la Nape», Bulletin of the Friulian Philological Society, Udine, Italy, 2008.
- Roberto Bruno, Elisabetta Marioni, Giancarlo Martina, Elio Varutti, Ospiti di gente varia. Cosacchi, Esuli Giuliano Dalmati e il Centro di smistamento profughi di Udine 1943-1960, Udine, Istituto Statale d’Istruzione Superiore “B. Stringher”, 2015, pagine 128.
- E. Varutti, Quattro Villaggi giuliani a Udine, articolo nel web del 2016.
Per i dati su un Itinerario giuliano a Udine, costruito da una classe di studenti assieme allo scrivente e ad altri professori nel 2013, si veda: Itinerario giuliano a Udine. Esodo istriano, un brano sconosciuto di storia locale.
- Per le notizie sul più grosso Centro Smistamento Profughi giuliano dalmati, che sorse a Udine vedi l’articolo scritto nel 2014, con successivi aggiornamenti in questo stesso blog: Il Centro di smistamento profughi istriani di Udine, 1945-1960.
- Riguardo agli intervistati di Pinguente d’Istria, c’è questo articolo del 2015: Tecnica della pulizia etnica. Un infoibato di Pinguente, 1943.
- Per leggere un’intervista a Flavio Serli di Umago vedi:  Esodo da Umago nel 1961. Cognome straziato (2016).
- Per una ricerca sul senso della patria fiumana perduta e altre notizie riportate dal professor Daniele D’Arrigo di Udine, nel 2016, vedi: La patria perduta. Profughi da Fiume, 1943-1947.

- Un articolo nel web sull’esodo di Liana Di Giorgi Sossi, Da Pola al Centro Profughi di Firenze, conpareti di cartone, 2017.
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Servizio giornalistico, fotografico e di networking di Elio Varutti