giovedì 12 gennaio 2017

Il cammino degli esuli istriani a Udine, 1945-1960

Graziella Dainese ha voluto ripercorrere a Udine le strade fatte dalla sua mamma e dai nonni dopo l’esodo da Parenzo. Il 20 ottobre 1948 essi passano da un Centro Raccolta Profughi di Trieste, così definito “Displaced Persons Assembly Centre”. Dato che non esisteva ancora la definizione internazionale di “rifugiato”, la traduzione più efficace potrebbe essere: “Centro per Persone Senza Patria”.
Graziella Dainese sotto la lapide che ricorda Il Centro Smistamento Profughi di Udine

Giova ricordare che il capoluogo giuliano apparteneva al Territorio Libero di Trieste (1945-1954). Il 28 ottobre la Polizia di Frontiera italiana vidima “per entrata” al valico ferroviario di Monfalcone il passaporto provvisorio n 11.072 di Casarsa Elvira, la madre della signora Graziella Dainese. Elvira è nata a Parenzo il 29 maggio 1928, figlia di Luigi e di Giovanna Zucco (Collezione Graziella Dainese, Portogruaro). Sono diretti a Udine.
Dalla stazione ferroviaria, alla quale arrivavano da Trieste, o da Monfalcone, i profughi giuliano dalmati si recavano al Centro Smistamento Profughi (CSP) di Via Pradamano
Lapide posizionata dal Comune di Udine a 60 anni dal Diktat e dall'apertura del Centro di Smistamento Profughi di Via Pradamano 21

Durante il cammino-pellegrinaggio sui luoghi dell’esodo familiare spiego alla signora Dainese che, come ho saputo dal signor Leonardo Cesaratto, impiegato del CSP di Udine, certe volte per portare i profughi dalla stazione al CSP c’erano delle camionette. I mezzi militari erano guidati dagli stessi istriani esuli, che si erano fatti assumere dalla polizia a tale scopo. Si percorre a piedi Viale Europa Unita, poi i profughi salivano sul cavalcavia che porta direttamente in Via Pradamano al civico numero 21, sede del CSP, dal 1947 al 1960.
Ho mostrato alla professoressa Dainese i bar-osteria dove andavano i profughi per una partita a briscola, tuttora esistenti: bar Franzolini e bar Fusâr. Ho mostrato il tabacchino dove si compravano le sigarette. C’era pure una merceria, come mi ha riferito Giulia Marioni, dove le donne esuli portavano pizzi, lenzuola e, persino qualche monile d’oro, cercando di scambiare quelle cose con del denaro.
Poi abbiamo visto il palazzo del CSP, oggi è una scuola media di primo grado. Dal Centro di Smistamento Profughi di Via Pradamano transitano, dal 1947 al 1960, oltre cento mila “senza patria”, come li chiamano gli anglo-americani, che all’inizio dirigono le operazioni. 
A ragione si può dire, allora, che Udine sia stata la Capitale dell’esodo degli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia. Essi vengono smistati nei 109 CRP sparsi per l’Italia, soprattutto nel centro nord. La visita è finita così. Ho mostrato dove le profughe sciorinavano i panni al sole dopo il bucato, come mi ha raccontato il signor Remo Leonarduzzi, custode del CSP.

Carta d’identità trilingue (croato / sloveno / italiano)di Franco Leo Dainese, del Comune di Parenzo, 13 maggio 1946 

Udine capitale dell’esodo degli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia
Quest’anno ricorre il 70° anniversario del Trattato di pace di Parigi, firmato il 10 febbraio 1947. Da quel fatto l’Italia sconfitta perde l’Istria, Fiume e Zara, assieme ai territori coloniali. Dalla fine della seconda guerra mondiale la città di Udine diviene luogo di accoglienza di migliaia di profughi giuliano dalmati. Per i primi profughi arrivati a Udine, nel 1945, vengono preparati circa duemila pasti al giorno alla mensa pubblica.
Udine, Villaggio Metallico, La "Baraca ciesa" 1946-1958...Fotografia da Facebook

Dal 9 maggio 1945 al 1946, è allestito un primo Centro di Raccolta Profughi (CRP) presso la vecchia scuola succursale della “Dante Alighieri” in Via Gorizia, più precisamente in Via Monte Sei Busi, nelle vicinanze di un vecchio camposanto. La struttura è al comando del tenente Previato: pochi spazi in stanze diroccate e riattate alla meglio, oltre a qualche tenda.
Nelle vicinanze di Via Gorizia c’è un acquartieramento di truppe inglesi: una quarantina di prefabbricati metallici, tipo bidonville, con torri di guardia. Quando gli inglesi lasciano Udine, nel 1946-1947, quegli spazi, divenuti di proprietà dell’esercito italiano (caserma Spaccamela), dopo regolare richiesta, sono occupati dagli istriani e da altri sfollati. È il Villaggio Metallico. Oggi lì ci sono le roulotte degli zingari. Quando il CRP è pieno, allora si mandano i profughi a dormire in altri posti, come all’asilo notturno; così accade il 23 ottobre 1946 a Franco Leo Dainese, da Parenzo, autorizzato a pernottarvi per cinque giorni, come risulta dal documento custodito dalla figlia Graziella Dainese, di Portogruaro.
Nel 1947 è ricordata un’altra bidonville per i profughi istriani nella frazione di S. Gottardo, nella periferia est di Udine, dove sorge poi un Villaggio Giuliano. In base all’Archivio del Comune di Udine nel 1950 ebbe inizio la costruzione delle case del primo Villaggio Giuliano in Via Cormòr Alto, Via Casarsa, inaugurato nel 1952. Altre case per loro sorgono a Sant’Osvaldo e in Via Fruch.


Buono pasto al Posto di ristoro della Assistenza Post-bellica di Udine per il profugo istriano Franco Dainese, del 23 ottobre 1946

Esodo da Parenzo di Franco Dainese, 1946
Mio papà – dice Graziella Dainese – ricorda che i tedeschi, nel 1943, dopo el ribalton chiesero ai giovani riuniti in piazza, a Torre di Parenzo, se volessero stare con la Landschutz (militari di difesa territoriale) o con i partigiani. I giovani istriani si divisero un po’ di qua e un po’ di là della piazza. Quelli schierati con i partigiani li hanno ammazzati tutti. Mio papà si è salvato perché aveva scelto la Landschutz, ma cosa vuoi capire a 17-18 anni? Poi i tedeschi li portarono in treno verso l’Austria, ma a Tarvisio, con altri compagni di viaggio, papà riuscì a scappare, per tornare a piedi e con mezzi vari fino a Parenzo, per restare lì fino al 1946.
Certe volte l’esodo giuliano dalmata nasce dalla confusione, oltre che dalla paura della violenza dei titini, che agiscono per rivalsa contro gli italiani, viste le angherie sofferte sotto il fascismo e per la pulizia etnica. El ribalton, prima di tutto, è l’elemento disorientante. Tanti esuli chiamano così la caduta di Mussolini del 25 luglio 1943 ed il conseguente armistizio di Badoglio con gli alleati, comunicato il successivo 8 settembre. Ciò causò l’invasione tedesca dell’Italia, anche se già vari reparti nazisti stazionavano nella Penisola. Un altro ribalton capita quando i riva i titini e i vol farla da paroni.
Il caos è totale. In Istria, dopo i primi casi di uccisioni nelle foibe del mese di settembre 1943 – i nomi degli ammazzati sono pubblicati su «Il Piccolo» – arrivano i tedeschi, che dagli istriani sono visti come dei “liberatori”, in quanto fanno tornare “in bosco” i partigiani comunisti e poi fanno da scorta ai pompieri del maresciallo Arnaldo Harzarich di Pola, che inizia a riesumare le salme degli italiani infoibati.
Mensa al Centro Smistamento Profughi di Udine, anni 1947-1950. Fotografia del Gazzettino

Verso la fine del conflitto, i tedeschi in fuga, usano per retroguardia reparti di cetnici (jugoslavi monarchici) e più a nord, a Gorizia e Udine, persino gruppi di cosacchi (alleati di Hitler). La gente si muove tra spie, voltagabbana, sparizioni, furti, bombardamenti, saccheggi, militari di ogni sorta, campi di concentramento nazista e partigiani titini assetati di vendetta contro i talijanski.
Franco Leo Dainese nasce a San Michele al Tagliamento, in provincia di Venezia, nel 1924 e muore a Gorizia nel 1987. La sua famiglia si era trasferita a Parenzo per lavoro, continua così la testimonianza della professoressa Graziella Dainese, residente a Portogruaro, in provincia di Venezia.
Finita la guerra, i partigiani titini ricevono dagli inglesi decine di migliaia di militari jugoslavi alleati dei nazisti, disarmati dai vincitori. Iniziano, allora, il repulisti di domobranci (militari sloveni e croati collaborazionisti dei nazisti), belagardisti (miliziani sloveni anticomunisti) e ustascia (filo-fascisti croati, antiserbi). Vengono passati per le armi, con i loro familiari, e i loro corpi finiscono nelle foibe, nei pozzi minerari, nelle cave di sabbia o nei trinceroni aperti dalle squadre della Organizzazione TODT, nel penoso tentativo nazista di fermare i carri armati alleati.
Anche il dopoguerra non è semplice da affrontare. A Parenzo, come in altre parti dell’Istria, nasce la “Slavensko Talijanska Antifašistička Unija”, ossia l’Unione Antifascista Italo-Slava, dove gli italiani, con sentimenti di sinistra, sono messi lì a fare da “copertina”, perché l’obiettivo di Tito è di “slavizzare” tutto. Quelli che capiscono l’andazzo se la filano alla svelta.

Tessera dell'Unione Antifascista Italo-slava, Collezione familiare privata, Venezia

Com’è allora l’esodo da Parenzo di Franco Dainese, nel 1946?  Franco Leo Dainese si fa rilasciare una carta d’identità trilingue (croato / sloveno / italiano) dal Comune di Parenzo il 13 maggio 1946. Il documento è curioso, perché reca la marca da bollo verde da 10 centesimi, regolarmente timbrata in croato, però con l’effigie del re d’Italia, Vittorio Emanuele III, pur con l’annullo slavo di Rijeka, ossia Fiume, per “L. 100” – Lire italiane!
Poi egli è esule a Loreo, in provincia di Rovigo, dal 1946, presso alcune sue zie. Il suo itinerario dell’esodo prevede un passaggio per Udine. Il 28 ottobre 1946, infatti, è accolto all’asilo notturno di Udine, in Vicolo Porta Nuova, per cinque notti, secondo la tessera rilasciatagli del Comitato Alta Italia per la Venezia Giulia e Zara, sezione di Udine.
Per il cibo può godere di un buono pasto “per 4 giorni” del 28 ottobre 1946, presso il Posto di Ristoro della Post-Bellica, dipendenza del Ministero dell’Interno, secondo il biglietto rilasciatogli dal Comitato Alta Italia per la Venezia Giulia e Zara, Sezione di Udine. Il buono pasto è scritto sul modello prestampato per la Commissione Pontificia d’Assistenza, segno che fino a poco prima si occupava dell’accoglienza la struttura ecclesiastica, piuttosto che quella statale, andata in dissolvimento.
Come gli oltre centomila esuli giuliano dalmati passati per Udine, anche Franco Dainese dalla stazione ferroviaria passa al Centro Raccolta Profughi (CRP). Nel 1946 il punto di accoglienza è ancora situato nella zona di Via Gorizia, come diceva la gente. In realtà è in Via Monte Sei Busi, dove oggi ci sono le roulotte dei rom.  Il CRP è presso la vecchia scuola succursale delle “Dante Alighieri” di via Gorizia, nelle vicinanze di un vecchio camposanto, nella zona a nordest della città. La struttura era al comando del tenente Previato. Erano pochi spazi in stanze diroccate e riattate alla meglio, oltre a qualche tenda.
Dopo la breve permanenza a Udine Franco Dainese è destinato al Centro Raccolta Profughi di Lucca, dove sta per vari mesi. L’amore sgorga nel Campo Profughi toscano: Evira Casarsa e Franco Dainese, che già si conoscevano dalla adolescenza a Parenzo, si sposano il 12 settembre 1949, nella parrocchia di San Frediano a Lucca.
La professoressa Graziella Dainese mi mostra molti documenti, con i quali ha potuto ricostruire pezzo dopo pezzo la storia (mai ascoltata direttamente) dell’esodo dei suoi cari. Dopo le nozze dei genitori, la nuova famiglia si trasferisce dai parenti di lui, a Loreo. È un posto troppo vicino, al Po. La famigliola, il 2 luglio 1951, è rallegrata dalla nascita di una bimba, appunto: Graziella Dainese. Il 14 novembre 1951 la sconvolgente alluvione del Po li coglie di sorpresa e si porta via tutte le masserizie ed il semplice arredo della famiglia di lei, partite dall’Istria e recuperate dal Magazzino 18 di Trieste, ricevute in regalo dai giovani sposi.
Madre e figlia alluvionate vengono accolte, dal 17 novembre 1951 al 28 febbraio 1952, come fu per altri 32 bimbi del Polesine allagato presso l’istituto per l’Infanzia “Santa Maria della Pietà di Venezia”, come risulta dal registro “Legittimi dagli anni 1945-1986” dello stesso ente.
A questo punto le tappe e gli spostamenti dell’esodo si accrescono in eccesso. Nel 1953 c’è il Centro Raccolta Profughi di Vicenza. Nel 1955-1956 la famiglia è a Porto Tolle e ad Adria, dove si becca la seconda alluvione: quella del Canal Bianco, derivazione dell’Adige. Nel 1957 vanno a Catanzaro, poi a Bologna, per il lavoro del babbo negli zuccherifici. Altre tappe, nel 1958 e nei decenni successivi, sono, tra le altre, Cervignano del Friuli, San Donà di Piave, Gorizia e Portogruaro.

Libretto dei ricordi dell'esodo dei familiari di Graziella Dainese. Spiccano le dediche e le firme di Bojan Horvat, del Museo del Territorio Parentino, Parenzo e di Graziano Misizza, presidente della Comunità Nazionale Italiana di Parenzo.
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Fonti orali
Ringrazio e ricordo le seguenti persone per la disponibilità riservata a testimoniare e a mostrare fotografie, manoscritti e documenti di famiglia. Le interviste sono state raccolte da Elio Varutti a Udine, con taccuino, penna e macchina fotografica nelle date citate.
- Leonardo Cesaratto (Bucarest 1926 – Udine 2011), impiegato del CSP di Udine, int. del 26 gennaio e dell'11 febbraio 2004.
- Graziella Dainese (Rovigo 1951) residente a Portogruaro, provincia di Venezia, int. del 4 gennaio 2017.
- Remo Leonarduzzi (Ragogna, provincia di Udine 1926-2005), custode del CSP di Udine, int. del 16 febbraio 2004.
- Giulia Marioni (Udine 1952), nata e vissuta di fronte al CSP di Udine ed ivi curata nell’infermeria, dopo il morso del cane, all’età di quattro anni, int. dell’11 dicembre 2014.

Collezioni private
- Collezione Graziella Dainese, Portogruaro.
- Collezione familiare privata, Venezia.

Riferimenti bibliografici e nel web
- Marco Corazza, Portogruaro. Se n'era andata nel 1948 da Parenzo, ora il Tribunale la documenta, «Il Gazzettino», 22 Settembre 2015
- Vito Digiorgio, Un pezzo della mia terra. Portogruaro: La storia di Elvira Casarsa, profuga italiana«http://www.portogruaro.net»28-08-2014
- Remo Leonarduzzi, La ex-GIL di Via Pradamano, «Baldasseria 78», 1978, pp.6-7.
- Una versione del presente articolo è stata pubblicata su infofvg.it il 9 gennaio 2017 col seguente titolo: Esodo da Parenzo di Franco Dainese, 1946.
- Elio Varutti, Elvira Casarsa da Parenzo, l’esodo del silenzio 1948, 2015.
Per un approfondimento sui massacri di militi sloveni e croati perpetrati dai partigiani titini dal 1941 al 1952 si può vedere il seguente complesso libro, anche se secondo alcuni storici è di non facile utilizzazione in sede accademica:
Franc Perme, Anton Zitnik, Franc Nucic, Janez Crnej, Zdenko Zavadlav, Slovenjia 1941, 1948, 1952. Tudi mi smo umrli za domovino, (1.a edizione: Lubiana, Grosuplje 1998, col titolo tradotto in italiano: I sepolcri tenuti nascosti e le loro vittime 1941-1948, di Franc Perme, Anton Zitnik, pp. 277), Lubiana Grosuplje, Associazione per la Sistemazione dei Sepolcri Tenuti Nascosti, 2000. Edizione italiana [considerata dagli AA. come la terza]: Slovenija 1941, 1948, 1952. Anche noi siamo morti per la patria. “Tudi mi smo umrli za domovino”. Raccolta, Milano, Lega Nazionale d’Istria Fiume Dalmazia, Mirabili Lembi d’Italia, [2005, l’anno di stampa è dedotto, fra le pagine 380 e 381, nella didascalia delle fotografie a colori n. 22-23], pp. LXVI-792, euro 30.
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Commenti del web
Sul presente articolo ho ricevuto vari commenti in posta elettronica, nei social media e 35 condivisioni in Facebook (al 14 gennaio 2017).
Sergio Satti, esule da Pola a Udine, per anni vice presidente del locale Comitato Provinciale dell’ANVGD, mi ha scritto: « Testimonianza che a distanza di tanto tempo fa ricordare il nostro drammatico periodo storico ricordato ancora da quei pochi profughi che sono ancora vivi, ma che vogliono trasmettere ai figli e nipoti la loro storia e come si superano tutte le difficoltà della vita con coraggio».


Da Trieste la signora Laura Brussi, esule da Pola e il signor Carlo Cesare Montani, esule da Fiume, oltre ai graditi complimenti per il lavoro di ricerca svolto, sono andati a scomodare niente meno che Dante Alighieri, nel loro apprezzabile e colto commento all’articolo: «Gentile Professore, abbiamo apprezzato il Suo articolo relativo alle vicende della famiglia Dainese: in effetti, la grande storia è spesso l’espressione di tante microstorie, e questo è il caso. È sempre significativo apprendere quanto sia stato “duro calle lo scendere ed il salir per l’altrui scale” attraverso lunghe e stressanti peregrinazioni: in tutta sintesi, il prezzo della fede!».

Da Udine il signor Giorgo Gorlato, esule da Dignano d’Istria, mi ha scritto le seguenti confortanti parole: «Caro prof. Elio Varutti, ti ringrazio molto per avermi dato notizia dell’interessante articolo che racconta l’avventurosa vicenda dell’esodo da Parenzo della mamma e dei nonni della professoressa Graziella Dainese. È questa una ulteriore "perla" che si aggiunge al  lavoro  che, caro prof. Varutti, stai ormai da tempo portando avanti. Un lavoro davvero "prezioso" ed impagabile che, pezzo dopo pezzo, contribuisce a ricostruire in modo oggettivo, serio, privo di acredine ma basato su dati di fatto e testimonianze dal vivo inconfutabili, la storia di una parte d’Italia perduta a causa di una guerra dissennata ed il conseguente esodo degli italiani dell’Istria e Dalmazia. 
Dalla memoria storica e dal rispetto del suo passato si misura la civiltà di un popolo. Per questo noi esuli (ormai rimasti in pochi) dobbiamo esserti oltremodo grati per il tuo costante impegno volto alla ricerca della verità che hai trasmesso e che trasmetti ai tuoi studenti ed a tante persone che manifestano l’esigenza di "conoscere" la drammatica realtà di fatti accaduti in un tragico passato che si è voluto per troppo tempo tenere nascosto o, addirittura, ignorare o minimizzare. Ancora un  grazie sincero ed un abbraccio».


Da Cividale del Friuli il dottor Franco Fornasaro, nato a Trieste, con origini Piranesi, mi ha inviato questo gradito messaggio: «Anche se in ritardo, dovuto a problematiche di vario tipo, ringrazio il prof.  Elio Varutti  per il suo articolo, che contribuisce a mantenere viva una memoria di sofferenze ed ingiustizie che sono ormai o sconosciute, o ritenute un fenomeno lontano, fastidioso e da cancellare. La Storia, però, al di là di ogni revanscismo, pietismo o opportunismo, addita a chi la studia, il cammino della conoscenza e dell’approfondimento che l’ha contraddistinta e…dalle nostre parti, in particolare lungo l’Adriatico Orientale, c’è ancora una storiografia da esaminare nel dettaglio e una messe di oralità  da scoprire.
Al di là di tutto, però, un ricordo sentimentalmente partecipato, e un rispetto storico verso chi ha subito innocentemente i drammatici eventi di quel maledetto periodo! Da qualunque parte si trovasse!
Grazie prof. Varutti.

Di questi incisi escavatori c’è sempre più necessità…anche per i tempi che corrono attualmente».
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Servizio giornalistico, fotografico e di networking di Elio Varutti, se non altrimenti indicato.