mercoledì 23 agosto 2017

Esodo istriano e memoria storica. A 71 anni dalla strage di Vergarolla, di Carlo Montani

Volentieri si pubblica in questo blog un intervento di Carlo Cesare Montani, esule da Fiume, intitolato dallo stesso autore: “Esodo istriano e memoria storica. Riflessioni nel LXXI anniversario della strage di Vergarolla". 
Ecco le sue parole anche in riferimento alla manifestazione che si è svolta a Trieste il 18 agosto 2017 in memoria del tragico fatto (E.V.).

Trieste, 18 agosto 2017 - La lapide con i 64 nominativi delle vittime riconosciute dopo la strage di Vergarolla a Pola nel 1946

Esistono pagine di storia che non è possibile cancellare dalla memoria collettiva, anche quando la legge inesorabile del tempo parrebbe indulgere, se non proprio all’oblio, ad un ricordo più sfumato ed a celebrazioni sostanzialmente ripetitive. A queste pagine appartiene la tragedia di Vergarolla del 18 agosto 1946, in cui persero la vita oltre cento abitanti di Pola e del suo circondario, in maggioranza donne e bambini, Vittime del vile attentato ordito da una mano criminale durante la manifestazione sportiva organizzata dalla Società “Pietas Julia” per celebrare il suo sessantesimo anniversario.
Nel capoluogo istriano, momentaneamente affidato al Governo Militare Alleato in attesa delle decisioni che sarebbero state assunte dalla Conferenza di pace in corso a Parigi, non si erano perdute le speranze che Pola potesse restare italiana, sebbene molti segnali avessero già indicato la diversa propensione delle grandi Potenze, e proprio il 15 agosto una grande manifestazione patriottica all’insegna delle Bandiere tricolori aveva animato la vecchia Arena di un nuovo fervore all’insegna della fede e della speranza. Tre giorni dopo, le bombe fatte esplodere sulla spiaggia di Vergarolla ed il sangue innocente versato in maniera tanto tragica da rendere impossibile che oltre un terzo dei Caduti venissero almeno identificati, fecero comprendere che ogni residua fiducia non aveva motivo di sussistere.
Ancor prima della decisione ufficiale di trasferire la sovranità alla Jugoslavia, che sarebbe stata sottoscritta col trattato di pace del successivo 10 febbraio 1947, i cittadini di Pola presero la decisione quasi unanime di scegliere la via dell’Esilio, che vide la partenza di oltre nove decimi della cittadinanza, compiutasi entro l’inverno, in condizioni che non è azzardato definire drammatiche. Tutto ciò, analogamente a quanto accadde a Fiume, a Zara e nelle altre città giuliane e dalmate, con una sola differenza significativa: grazie alla presenza degli Alleati, quella di poter documentare in modo esaustivo, anche attraverso immagini e filmati, un dramma davvero epocale.
Trieste, 18 agosto 2017 - Cerimonia a San Giusto per la strage di Vergarolla del 1946

La storiografia, la memorialistica e le testimonianze dirette esimono dal proporre nuovamente all’attenzione comune ogni dettaglio sulla strage di Vergarolla e sull’Esodo dalle dimensioni plebiscitarie. Qui, basti rammentare il nobile comportamento di qualche eroe come il dottor Geppino Micheletti, chirurgo dell’Ospedale di Pola, che volle continuare l’opera per gli innumerevoli feriti pur essendo stato informato della perdita dei suoi bambini; od il gesto di Maria Pasquinelli, che proprio il 10 febbraio avrebbe colpito, in segno di estrema protesta, il comandante della piazzaforte locale, Gen. Robert De Winton; ma soprattutto la pur tardiva conferma che la mano criminale era stata quella dell’OZNA, la polizia politica di Tito, come emerse nel 2008 dall’apertura degli archivi del Foreign Office.
Oggi preme sottolineare che quella tragedia non appartiene soltanto alla storia, ma vive nella matura consapevolezza del mondo esule e degli Italiani di buona volontà. Lo attestano, fra l’altro, le celebrazioni del 18 agosto che si susseguono ogni anno a Trieste nella Zona Sacra di San Giusto, presso la stele eretta in memoria delle Vittime, ad iniziativa della Federazione Grigioverde e delle sue Associazioni d’Arma, col valido supporto di alcune Organizzazioni esuli. Quest’anno, in occasione del LXXI anniversario, c’è stato un ulteriore salto di qualità: oltre alla tradizionale presenza del Gonfalone cittadino di Trieste, decorato di Medaglia d’Oro al Valore, scortato dalla Guardia Civica in alta uniforme, si sono levate alte e solenni le note del “Nabucco” mentre a tutti i presenti è stata offerta una “Votiva Lux” che ha fatto rifulgere in fronte alle acque dell’Amarissimo una fiamma collettiva di speranza perenne.
Fra le tante presenze sia consentito rammentare quelle di Marco Gabrielli, Presidente del Consiglio comunale di Trieste, in rappresentanza del Sindaco; e di Giorgio Rustia, Presidente dell’Associazione Nazionale Congiunti dei Deportati Dispersi in Jugoslavia, accompagnato dagli eredi ed amici di non pochi Martiri infoibati o diversamente massacrati dai partigiani comunisti nella plumbea stagione del 1943-1947. La presenza dei tanti vessilli associativi schierati davanti alla stele, assieme alla consapevole ed attenta partecipazione di un ampio pubblico, hanno attestato, se per caso ve ne fosse stato bisogno, che il ricordo dell’Esodo e delle Foibe, a Trieste come altrove, non corrisponde alle pur commendevoli esigenze della ritualità ripetitiva, ma trova fondamenti etici e spirituali in una diffusa coscienza patriottica e civile, compendiata nel commosso rito della Benedizione al monumento, onorato dalla Bandiera nazionale e dai fiori degli Esuli. In effetti, si tratta di valori non negoziabili, al di là di ogni compromesso e delle dispute nominalistiche circa dettagli di momento minore.

Un incredibile documento, datato 16 luglio 1946, della Camera Confederale del Lavoro di Pola esprimente "la volontà di esodo in Italia nel deprecato caso che la città venga ingiustamente assegnata alla Jugoslavia".     Collezione Sergio Satti, Udine

Vergarolla è stato un episodio significativo del delitto contro l’umanità perpetrato con le Foibe, le fucilazioni, gli annegamenti, ed ogni sorta di sevizie prima della morte liberatrice: in altri termini, di un vero e proprio genocidio. Essere consapevoli di questa storia, delle sue motivazioni, e dell’estremo sacrificio di chi non volle accettare l’ateismo di stato, il collettivismo forzoso, e la perdita di quegli alti valori umani e civili, non vuole sottintendere un semplice impegno per evitare la ripetizione di tanti ignobili delitti, come talvolta si sente banalmente e riduttivamente ripetere: al contrario, intende sottolineare la priorità di una scelta etica convinta, e la fedeltà ad un imperativo categorico come quello di amare la propria terra, le proprie radici, le proprie memorie. In una parola, la Patria.


Carlo Montani, Esule da Fiume

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Questo è il programma della cerimonia svoltasi sul Colle di San Giusto a Trieste:
CERIMONIA COMMEMORATIVA DEI MARTIRI DI VERGAROLLA
COLLE DI SAN GIUSTO – TRIESTE, 18 AGOSTO 2017
PROGRAMMA
ORE 1920:  AFFLUSSO E SCHIERAMENTO RAPPRESENTANZE FAMIGLIE ISTRIANE  E ASSOCIAZIONI  COMBATTENTISTICHE E D’ARMA.
ORE 19.45: DISTRIBUZIONE CERI AI PRESIDENTI E OSPITI E COMPLETAMENTO SCHIERAMENTI.
ORE 20.00  :    INIZIA LA CERIMONIA CON GLI ONORI AL GONFALONE DELLA CITTA’ DI TRIESTE.
ORE 20.10 :   SALUTO DEL PRESIDENTE DELLA FEDERAZIONE GRIGIOVERDE E COMMEMORAZIONE DEI MARTIRI  DI VERGAROLLA.
ORE 20.15:   DEPOSIZIONE DELLA CORONA DI ALLORO AL MONUMENTO AI MARTIRI DI VERGAROLLA.
 “SILENZIO”.
PREGHIERA E BENEDIZIONE DELLA CORONA (SARA’   ESEGUITO IL BRANO “VA PENSIERO “ DAL NABUCCO DI G. VERDI).
ORE 20.30  :  IL GONFALONE DELLA CITTA’ DI TRIESTE LASCIA IL LUOGO DELLA CERIMONIA.
ORE 20.35:      FINE DELLA CERIMONIA.

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Altro raro documento attestante la volontà di esodo da Pola, datato 11 giugno 1946 della famiglia Bianca Tintinago. Sono 28.058 i cittadini di Pola che dichiarano per iscritto di abbandonare la città se questa verrà consegnata agli slavi.
I dichiaranti appartengono alle seguenti categorie; 439 industriali, 454 professionisti, 1.273 commercianti, 1.333 artigiani, 5.764 impiegati, 4.831 operai, 13.964 privati.
Fotografia di Bianca Tintinago, nata a Pola, che vive a Roma. Messaggio Facebook del 3.8.2017 su "Esodo istriano per non dimenticare".

Qui di seguito, si propone l’articolo di Elio Varutti, pubblicato nel web, il 18 agosto 2017, nel gruppo “ANVGD Udine” di Facebook:

«18 agosto 1946 - A Pola c'è la strage di Vergarolla. In quel periodo l'Istria era rivendicata dalla Jugoslavia di Tito, che l'aveva occupata fin dal maggio 1945. Pola invece era amministrata a nome e per conto degli Alleati dalle truppe britanniche, ed era quindi l'unica parte dell'Istria al di fuori del controllo jugoslavo.
Le responsabilità dell'esplosione, la dinamica e perfino il numero delle vittime (80-110) sono tuttora fonte di accesi dibattiti. Le prime inchieste della autorità inglese stabilì che "gli ordigni furono deliberatamente fatti esplodere da persona o persone sconosciute".
A marzo del 2008, "Il Piccolo" pubblicò una serie di quattro volumi sulla storia di Trieste, a cura di Fabio Amodeo e Mario J. Cereghino. Sulla base dei documenti del Public Record Office di Kew Gardens (Londra) – de-secretati recentemente – i due autori ricostruirono il complesso quadro storico delle vicende che interessarono Trieste, la Venezia Giulia e l'Istria fra il 1946 e il 1951, assemblando una scelta delle lettere, delle informative e dei dispacci segreti in possesso degli Alleati. Nel terzo di questi volumi, gli autori riportarono il testo di un'informativa riguardante la strage di Vergarolla, secondo la quale l'esplosione sarebbe stata in realtà un attentato pianificato dall'OZNA (il servizio segreto jugoslavo). Nell'informativa - datata 19 dicembre 1946 e intitolata "Sabotage in Pola" - si indica anche il nome di Giuseppe Kovacich come agente dell'OZNA, nonché uno degli esecutori materiali dell'attentato stesso».
Pola, 1932-1935, progetto dell'architetto Angiolo Mazzoni

L’Adriatico di Gino, libro di Franco Fornasaro

Butta bene se in un libro che parla dell’Istria, fin dalla prima riga è citato l’asino. L’orecchiuto quadrupede, infatti, è stato utilizzato fino al secolo scorso sia nella piccola azienda agricola familiare d’Istria, sia come elemento di traino per trasporti vari su un piccolo carro.
Una cartolina degli anni 1920-1930

Il volume in questione è intitolato “L’Adriatico di Gino / Gino, evo Jadrana!”, dell’editore Tiskara Šuljić, ERAPLE-FVG, 2013. La duplice edizione, in lingua italiana e croata, è stata ispirata patrocinata e realizzata dall’Ente Regionale ACLI per i Problemi dei Lavoratori Emigranti del Friuli Venezia Giulia (ERAPLE-FVG). Con la sigla ACLI si intende Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani. Con tale opera editoriale l’ente suddetto ha voluto solennizzare l’entrata della Croazia nell’Unione Europea, valorizzando la collaborazione in atto da tempo con la Comunità degli Italiani di Fiume. Detta meritoria iniziativa è stata supportata dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia ed ha ricevuto il patrocinio della Federazione ACLI Internazionali, della sede del Belgio.
Le parole di Fornasaro sono come le pietre assolate dell’Istria e del Quarnaro. Schiette, dirette e senza tanti fronzoli. Si coglie subito il senso generale delle cose. Sono parole piene, definite, chiare. Non sono ambigue. Non presentano sfaccettature, insicurezza, né metamorfosi. 
È l’Istria, invece, ad essere: né sì, né no. È così che dice Nono Toni, saggio personaggio del romanzo con molti tratti autobiografici. L’Istria non è totalmente slava, né integralmente italiana (a pag. 82). Non a caso altri grandi autori l’hanno definita terra di frontiera, area multiculturale e di plurilinguismo. Si pensi a scrittori come Tomizza, Magris, Bettiza.
La copertina del volume del 2013

Nel libro è descritto l’odore di patate in tecia alla quinta pagina. Come si fa a non andare avanti nella lettura con la foga di trovare altri elementi tipici e caratteristici del territorio? Ecco che viene nominato Pepi Mustacion, ossia l’imperatore Francesco Giuseppe, che in diletto croato diventa: Pepjia Muštačona (pag. 14). Poi c’è lo spacher, il focolare economico a legna o a carbone. Adattamento linguistico dal tedesco: Sparherd (p. 18). Mi permetto di aggiungere che in dialetto fiumano è lo sparcher. E in lingua friulana: spoler.
Ci sono poi alcuni aspetti di devozione popolare, come la descrizione della cappellina con inginocchiatoio per recitare un rosario all’imbrunire (p. 19), dato che andare in chiesa era un rischio, dovendo passare davanti agli occhi degli atei titini.
Francobollo della Repubblica Sociale Italiana con sovrastampa: "3-V-1945 / FIUME RIJEKA / LIRE 4", dopo l'occupazione titina della città quarnerina. Collezione E. Varutti

Insomma Fornasaro, questo figlio di profughi, ci descrive l’Istria sparita tra le pieghe della guerra fredda. In quel tempo, i bimbi “bevono e fanno proprie le lacerazioni dei genitori” (p. 22). Lui era lì, si intuisce che il romanzo ha sfondi autobiografici. Negli anni 1960-1970 andava a trovare i nonni con i genitori, scontando al confine lunghe code e perquisizioni dei graniciari (guardie confinarie, per lo più serbe), in quella Cortina di Ferro che stava diventando sempre più di… latta per gli jugo. Belle sono le descrizioni di volpi, caprioli, vipere, funghi e del gioco delle burele, tipo le bocce (p. 23).
Nella seconda parte del libro si intravvedono i decenni seguenti. Ci sono i giovani in cerca della droga, non più delle calze di nylon e dei blue jeans occidentali. Gli adulti sono alle prese col progresso di tanti elettrodomestici, della seconda casa e di tanto lavoro per pagare le robe scritte prima. Fortuna che c’è anche l’odore del ginepro, dei pini e la citazione di quel gabbiano che vola a filo del mare (p. 44). Ci sono i racconti della famiglia di profughi istriani. Di quando era difficile trovare un lavoro, perché loro non sapevano stare con le mani in mano, allora si viveva col sussidio.
C’è la nuova generazione del mondo degli esuli. Ci sono quelli nati nel resto d’Italia. Si va a trovare i nonni. C’è – eccolo finalmente come è nel titolo – il Mare Adriatico della costa orientale e il suo dialetto istro-veneto parlato in Istria, Dalmazia, fino alle Isole Ionie (p. 48). C’è un certo spirito marinaro.
Fiume, il porto. Fotografia degli anni 1950-1960, quando è ambientato il romanzo di Fornasaro. Archivio ANVGD di Udine

Poi c’è una lettera del 1986. Siamo nella fase del dopo-Tito, con le prime confusioni balcaniche, ma anche con qualche bella passeggiata a Miramare (pp. 50-52). Nella “Jugo” del dopo-Tito, i compagni si guardano in cagnesco, dice Zdenka, dirigente della Federativa Repubblica, amica d’infanzia del protagonista. “I problemi etnici ci stanno massacrando” (p. 56). Nessuno, tuttavia, può smentire il cosiddetto “attaccamento profondo alle terre degli avi ed alla storia passata” (p. 57).
Non era ancora caduto il Muro di Berlino, perciò spiega Zdenka: “moltissimi miei colleghi di partito sono stati messi sotto accusa per niente (p. 66).
L’autore di questo piccolo romanzo trova lo spazio per parlare bene di Cividale e delle sue bellezze longobarde, ma poi si ritorna a dover leggere delle noiose contraddizioni “tra nord e sud della Jugoslavia” (p. 70). Oggi sappiamo come le hanno risolte. E ci si ferma al 1986.
Molto originale il “Post Scriptum” finale. Come in certi film, si vuole comunicare al lettore dove siano finiti i protagonisti della vicenda, con una fugace attualizzazione al 2013.
Il volume è bilingue (italiano e croato). Contiene una Presentazione del critico d’arte Licio Damiani, esule pure lui. Alla fine del testo compaiono tre brevi recensioni di Paolo Petricig, di Mario Micheli e di Antonio De Lorenzi, per guidare meglio il lettore nell’apprezzamento dell’opera. La copertina contiene alcuni schizzi di Lucilla Micheli Marušić sullo sfondo di una carta geografica dei secoli scorsi quando il Mare Adriatico era detto pure Golfo di Venezia. Appunto.
Fiume, Teatro Comunale. Fotografia degli anni 1950-1960, quando è ambientato il romanzo di Fornasaro. Archivio ANVGD di Udine
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Biografia di Fornasaro
Farmacista e giornalista pubblicista, Franco Fornasaro è nato a Trieste l’8 marzo 1952 durante l’occupazione alleata. C’era il Territorio Libero di Trieste. Vanta avi di Pirano e babbo di Veglia
È autore di oltre quindici libri di natura professionale, essendo cultore di fitoterapia, altri di genere saggistico e di cinque romanzi, tra i quali Incontro (1984), Quale Terra? (1988), Frammenti di una lezione (1998), Fine Stagione (1992) e Sulle orme del cavaliere (2007).
Franco Fornasaro

Vive a Cividale del Friuli. Ha vinto numerosi premi letterari italiani e ha composto anche testi teatrali, come Medeculis, curarsi con le erbe, in scena a Mittelfest 2008. È collaboratore delle “Note fitoterapiche” nel mensile «Fuocolento», rivista enogastronomica del Friuli Venezia Giulia. Da  oltre un decennio tiene una rubrica fissa di vasto pubblico nella trasmissione Vita nei campi, in onda la domenica su RAI 3.
Ecco una sua intervista pubblicata su youtube nel 2013, col titolo: Franco Fornasaro scrittore. Clicca qui accanto sul nome.
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Franco Fornasaro, L’Adriatico di Gino. Romanzo / Gino, evo Jadrana! Roman, Tiskara Šuljić, ERAPLE-FVG, 2013.
Scrive Franco Fornasaro nel libro L’Adriatico di Gino che c'è il cosiddetto “attaccamento profondo alle terre degli avi ed alla storia passata” (p. 57). Ecco una splendida immagine di un'ava dell'esodo giuliano dalmata, ossia di 350 mila italiani d'Istria, Fiume e Dalmazia fuggiti sotto la pressione titina. La didascalia a matita ci dice solo: "Germana Canarich 1889 - Cherso, Fiume". Il fotografo è Ilario Carposio che aveva lo stabilimento fotografico al piano terra di Via Sant'Andrea a Fiume anche nel 1887. Archivio ANVGD di Udine

martedì 22 agosto 2017

Gnochi de susini de Fiume e de Veglia

De tuto gnochi se pol far. Si capisce da questa frase che nella cucina fiumana, a volte, ci si arrangiava come meglio capitava. È Francesco Gottardi a ricordare queste semplici parole della sua Nonna Lina nel volume Come mangiavamo a Fiume

Gli gnocchi di susine vogliono l’impasto classico degli gnocchi di patate. C’è poi la variante con le albicocche, al posto delle susine. Allora: bollire ½ kg di patate a pasta gialla (quelle per gnocchi) con la buccia. Pelatele e passatele calde nello strucapatate. Lasciatele su un ripiano in maniera da far evaporare bene l’acqua. Altrimenti poi si è portati ad aggiungere farina, facendo risultare gli gnocchi duri come sassi.
Si impastano le patate passate con 200 gr di farina, un uovo intero e un cucchiaio di sale fino. C’è chi usa la raffinatezza di mettere 150 gr di farina e 50 gr di semolino al posto della sola farina. Distendere l’impasto col mattarello fino ad avere uno spessore di  1 cm. Usate come stampo un bicchiere o una piccola scodella per ottenere dei dischi di cm 8 di diametro. Riporre nel mezzo di ogni disco la prugna (o un’albicocca) denocciolata. In luogo del nocciolo mettere una punta di cucchiaino di zucchero. Plasmate il tutto a forma di palla ben richiusa, facendola passare tra i palmi delle mani infarinate.
Attenzione – spiega il fiuman Gottardi, classe 1925 – le susine devono essere quelle piccole blu, di forma allungata. Venivano portate al mercato di Fiume dai Cici. Popolazione di origine rumena, i Cici, provenivano da Mune ed altri villaggi del Carso. Carbonai di mestiere, scendevano a Fiume e a Trieste per vendere legna, carbone e ortaggi. Non conoscevano la marineria gli abitanti della Cicceria. Così sorse il proverbio: “No xe per cicio barca” (ovvero: a ciascuno il suo mestiere).
Non andrebbero bene le prugne rotonde (o susine claudie), che venivano dette a Fiume: ronclò. Forse, dal francese: reine claude. Così si legge nel dizionario di Salvatore Samani. Le prugne rotonde sono inadatte agli gnocchi.

Le albicocche erano più piccole di quelle oggi in commercio. Gli gnocchi di albicocche venivano detti: gnochi de armelini. Dopo la bollitura gli gnocchi vengono lasciati nel colapasta, poi si mettono in un tegame a soffriggere con burro e pangrattato. Fateli rotolare finché sono bene avvolti. Vanno serviti caldi e spruzzati di zucchero velo.
Le stesse preparazioni possono essere fatte con la pasta degli gnocchi di ricotta. In tal caso c’è l’alternativa di tre ciliegie snocciolate al posto della prugna, perciò ogni gnocco è più piccolo. Il primo piatto o dessert di “Gnocchi di susine” è utilizzato anche nella cucina del Friuli Venezia Giulia.
Per il piatto riprodotto nelle fotografie, gnochi de susini con canela, si ringrazia la signora Daniela Conighi.


Gnochi de susini in Istria e a Veglia
Chiara Vigini ha raccolto varie ricette dell’Istria e delle Isole del Quarnero pubblicate nel tempo su «La Voce Giuliana». Ad esempio, il 2 maggio 1971, il giornale pubblica la ricetta dei gnochi de susini riportata da Graziella Fiorentin, in base ai ricordi di Nonna Mimma di Veglia (in croato: isola di Krk) Ecco le sue parole.
«Gli gnocchi di prugne avevano un trattamento un po’ speciale che ricordava l’influsso dell’Austria sulla cucina istriana. Per me era come un pranzo, oltre che ottimo, anche eccitante quanto giocare a tombola, perché la nonna, fra gli altri gnocchi, ne inseriva sempre uno vuoto, cioè senza prugna e chi se lo trovava nel piatto diventava un “pampalugo” fra le risate e i lazzi dei commensali. Stranamente, se non toccava a me, ero delusa. [Il pampalugo, o panpalugo, in dialetto, è il fante di spade nel gioco a carte; è sinonimo di persona sciocca].
Ingredienti: pasta da gnocchi (patate, uovo, farina), prugne secche snocciolate o susine fresche di stagione e mettere, zucchero, burro, parmigiano.
Formate con l’impasto un rotolo di circa 5 cm di diametro. Tagliarlo a pezzi grandi circa come una albicocca. Appiattire la pasta, appoggiare la prugna nel mezzo e richiudere ricoprendola completamente con la pasta. Cuocere in abbondante acqua leggermente più salata che per gli gnocchi normali. Come per questi, lo gnocco è cotto quando viene a galla.
A parte sciogliere 50 gr di burro e mantenerlo caldo. Riempire una tazza da caffelatte per metà di parmigiano grattugiato [forse è: pangrattato. Dato che il parmigiano nella cucina di Fiume è assai sospetto. E poi il parmigiano con le prugne dolci? Che sia un errore di stampa? E.V.] e un po’ meno di un’altra metà di zucchero e mescolare. Spolverare gli gnocchi cotti in ciascun piatto con questa mescolanza e bagnare con il burro sciolto molto caldo. Vino consigliato: Malvasia».
Veglia, scuola italiana nel 1920. Cartolina da Internet

In Austria oggi
Capita oggi che in certi ristoranti austriaci propongano lo gnocco di susina come dessert, con la spruzzata di zucchero velo, elegante nocina di panna montata, uno sbrodolino di cioccolata fondente e una foglietta di menta fresca come guarnizione. Ma, ahinoi! Quando si spezza lo gnocco si scopre che hanno lasciato il nocciolo dentro. Che delusione! Eh, se sa che la coga no jera de Fiume! Certuni poi non apprezzano l’uso pratico di una prugna secca al posto di quelle fresche.

Bibliografia e sitologia
- Francesco Gottardi, Come mangiavamo a Fiume nell’Imperial Regia Cucina Asburgica e nelle zone limitrofe della Venezia Giulia, 2.a edizione, Treviso, AG Edizioni, 2005, pag. 66.
- Salvatore Samani, Dizionario del Dialetto Fiumano, a cura dell’Associazione Studi sul dialetto di Fiume, Venezia – Roma, 1978.
Maria Stelvio, La cucina triestina, Trieste (1.a edizione: 1927), Lint, 18.ma edizione, 2013.
- Chiara Vigini (a cura di), Mangiar memoria. Cibi tradizionali e trasmissione della cultura dentro e fuori ‘Voce Giuliana’, Associazioni delle Comunità Istriane (1.a edizione: 2007), Trieste. 2011, pag. 37.


- Gnocchi di susini: il primo piatto che sa di dessert. Sito ben documentato.


- Gnocchi di patate con prugne alla triestina. Sito web con ricetta veloce che, però, suggerisce le prugne secche o di sbollentare quelle fresche. Gulp?
Alfa Romeo 85 A Orlandi Macchi, Freccia del Carnaro, 1938. Fotografia da Facebook

sabato 19 agosto 2017

Le sarme de Fiume e de Zara

È un piatto balcanico di derivazione ottomana. Le sarme sono degli involtini di carne e riso. Sono  arrivati a Fiume dalla Bosnia, passando per la Croazia. Si preparano con le foglie intere dei capuzi garbi (ossia: i crauti; in tedesco: Sauer kraut).

È il libro del Gottardi a fare da apripista, anche se vi sono alcune varianti casalinghe delle nonne fiumane derivate, forse, dalla necessità di riciclare qualcosa, oppure da ciò che modestamente offriva el camarin (dispensa alimentare).
Proprio il Gottardi suggerisce che, in mancanza delle foglie di crauti, si facciano bollire le foglie di cavolo in acqua e aceto, bene accettabili come succedaneo. Se poi c’è di mezzo una nonna serba, diciamo che il giallo si infittisce, riguardo agli ingredienti... In questa pagina restiamo fedeli ai piatti di nonna Amalia R. di Fiume.
Il piatto è proposto anche sulle tavole tedesche e austriache.

Ingredienti
Oltre alle foglie dei crauti, ci servono 400 gr di carne macinata, metà maiale, metà manzo (ovvio che nella cucina turca non c’è il maiale, ma il montone). Cipolla rosolata nella pancetta, 4 cucchiai di riso crudo, sale, paprica, aglio, prezzemolo, sugo di pomodoro, brodo economico.

Preparazione
Per il ripieno si mescolano con cura la carne macinata, la cipolla rosolata, quattro cucchiai di riso crudo e le altre aggiunte, paprica inclusa.
Porre la foglia dei crauti nella mano sinistra e mettere al centro una cucchiaiata del ripieno. Arrotolare la foglia, come a farne un sigaro, ottenendo l’involtino di 4-5 cm di diametro. Girare le estremità dell’involtino all’interno per impedirne la fuoriuscita del ripieno durante la cottura o la distribuzione a tavola… molto imbarazzante per la coga che gaveva messo tanto riso e poca carne.
Collocare gli involtini nel tegame, riempendo i vuoti con crauti. Se ne possono fare anche tre o quattro strati. Tutto va ricoperto con brodo e si fa bollire a fuoco lentissimo. Le sarme venivano utilizzate per diversi pasti e per diversi giorni. Certe nonne dicevano che erano perfette quelle riscaldate non meno di sette volte. Cosa non si dice pur di sbolognare gli avanzi ai baldanzosi commensali.
A Zara, dopo il primo strato di involtini, le solite nonne riciclone, piazzavano delle ossa della coscia di manzo, ricche di midollo, par savorir.
Il piatto va servito in tavola con del purè. Nelle fotografia qui esposta,  le sarme sono accompagnate da un’insalata mista cruda. Si ringrazia per la collaborazione la signora Daniela Conighi.

Le sarme di Isola d’Istria
Grazie alla gentilezza di Luisa Pastrovicchio, nata a Valle d’Istria, provincia di Pola, esule a Pessinetto, città metropolitana di Torino, abbiamo qui di seguito la ricetta tramandata dalla sua famiglia. Le sarme si facevano per il giorno dei Santi, perché in quel periodo di macella il maiale. Fare bollire in acqua e aceto le foglie del cavolo capuzo. A parte mescolare la carne trita di maiale e vitello aggiungere aglio e aromi (prezzemolo salvia), un po’ di pecorino, uova. Impastare il tutto avvolgere con la foglia di capuzo. Legarlo, farlo andare in una pentola con un po’ di salsa a chi piace, oppure in bianco con 1-2 mestoli di brodo. Cottura circa 45 minuti. Questa è la ricetta tramandatami. Dimenticavo nell’impasto bisogna aggiungere la mollica di pane imbevuta nel latte. Luisa Pastrovicchio nel Gruppo di Facebook “Anvgd Udine”, ha concluso così: ciao e buon appetito!

Somiglianze geografico-culinarie
Nelle Isole Ionie e in Grecia usano gli involtini di carne e riso nelle foglie di vite (Dolmadàkia avgholémono). Con cipolla, prezzemolo, aneto, sale, pepe, olio burro e salsa allo yogurt. Come ci segnala un altro amico del Gruppo di Facebook “Anvgd Udine”, i Golubzi con panna acida, sono degli involtini di cavolo cappuccio della tradizione russa e ucraina ripieni di carne e riso con salsa di pomodoro e panna.

Bibliografia e sitologia
- Francesco Gottardi, Come mangiavamo a Fiume nell’Imperial Regia Cucina Asburgica e nelle zone limitrofe della Venezia Giulia, Treviso, AG Edizioni, 2005, pag. 144-145.
Le sarme nel sito giallozafferano.it, nella sezione “non solo dolce, di Lorena”, secondo la ricetta di Lorena istriana, 2015.
- Le sarme, nel sito web centrodent.it - Piatti tipici della cucina tradizionale croata.

mercoledì 16 agosto 2017

L’ANVGD di Udine, storia e cifre

La prima notizia riguardo all’associazionismo dei profughi giuliano dalmati a Udine è del 16 gennaio 1946. In una lettera scritta dalla zona di Trieste a Renato Vittadini, prefetto di Udine fino al 1949, il partigiano col nome di battaglia Furio menziona il “Comitato Esuli Istriani Dalmati e Fiumani”. In particolare il capo partigiano scrive riguardo al «nulla osta e appoggio alla costituzione» di detto Comitato. Ho reperito tale dato presso l’Archivio di Stato di Udine (ASUd), Prefettura, b 55, f 190, ms.
Dal giornale «Libertà» di Udine, del 21 giugno 1946 

Il prefetto di Udine si attiva sul tema dei profughi perché il 6 gennaio 1946 viene istituito, con decreto ministeriale, l’Ufficio della Venezia Giulia, alle dipendenze del Ministero dell’Interno. Esso ha il fine di «promuovere, coordinare e vigilare le iniziative in favore dei connazionali profughi della regione giuliana», come scrive la Colummi a pag. 309, utilizzando le fonti dell’Archivio Centrale dello Stato e alcune note del prefetto Micali.
Per la storia si sa che un comitato per l’assistenza ai profughi giuliani sorge Napoli nel 1943, seguito da quello di Roma del 1944, secondo Mario de Vidovich. Di comitati simili scrive anche la Colummi, a pag. 279. Un’altra forma di autoaiuto tra profughi sorge a Pola il 2 ottobre 1945. Marcello Bogneri ne fornisce il nome preciso: “Unione Esuli Istriani”.
Sul giornale «Libertà» che esce a Udine, sotto il controllo angloamericano e del Comitato di Liberazione Nazionale, il 10 maggio 1946 si legge una notizia circa la “Sezione di Udine del Comitato Alta Italia per la Venezia Giulia e Zara”. Il neonato organismo dell’associazionismo giuliano dalmata informa che c’è «l’esonero del pagamento delle tasse scolastiche per gli studenti medi giuliani che abbiano dovuto abbandonare la propria residenza per gli eventi bellici» secondo una nota del Ministero della Pubblica Istruzione, in base ad un provvedimento del Consiglio dei Ministri. Si sa, inoltre, che la sezione di Udine del Comitato Alta Italia per la Venezia Giulia e Zara ha sede in Via Liruti n. 12, con orario dalle ore 9 alle 12,30 e dalle 14,30 alle 17,30.
Domenica 23 giugno 1946, come si legge sulla stampa locale («Libertà» del 21 giugno 1946 e «Messaggero Veneto» del 25 giugno 1946) si celebra a Udine la “Giornata della solidarietà istriana”. L’evento è volto a «raccogliere fondi per l’assistenza a favore dei profughi istriani residenti nella provincia e per ricordare alle genti del Friuli questi nostri fratelli costretti a vivere in esilio nella loro stessa Patria per non sottostare ad un regime straniero tanto inviso». L’ente organizzatore è la sezione di Udine del Comitato Alta Italia per la Venezia Giulia e Zara che, nel frattempo, ha cambiato sede dato che si trova «in Via Belloni 12, telefono 233».
Tessera ANVGD del 1959

La strage di Vergarolla e le sue conseguenze
L’attentato di Vergarolla del 18 agosto 1946, secondo alcuni esuli cambia tutto, implementando la paura e il desiderio di fuga dagli jugoslavi che volevano farla da padroni. Vergarolla è un’amena spiaggia, vicino a Pola, che nel dopo guerra funge da deposito di materiale bellico, evidentemente messo in sicurezza. Pola in quei frangenti appartiene ancora all’Italia. Accade che, quando sulla spiaggia della città portuale istriana, affollata per la popolare manifestazione di nuoto della società “Pietas Julia”, ci sia lo scoppio del grosso arsenale di esplosivo, con l’uccisione di oltre 80 persone, tutti italiani, in maggioranza donne, madri di famiglia e bambini.  
Numerose bombe di profondità, residuato bellico posto in prossimità della spiaggia previa opera di sicuro disinnesco, vengono fatte scoppiare proditoriamente da una mano assassina, dando luogo ad una vera e propria ecatombe. Tutti percepiscono subito quale fosse stata la matrice del delitto di Vergarolla nell’intento di spingere all’esodo coloro che non si erano ancora rassegnati: ebbene, nel 2006, l’apertura degli archivi inglesi di Kew Gardens (Foreign Office) ha confermato che la strage fu opera dell’OZNA, la polizia politica jugoslava, ed ha affidato i nomi di cinque responsabili alla storia. Su tali fatti ha scritto Carlo Cesare Montani, esule da Fiume.
Si occupa degli esuli a Udine pure il giornale di Trieste «La Voce Libera» che nella pagina della “Cronaca del Friuli”, del 14 ottobre 1946, riporta la notizia della indizione della “Settimana del profugo” nel capoluogo friulano. L’organizzazione è del Comitato profughi istriani, fiumani e dalmati per una “umana e fraterna solidarietà”.
Il confine tra Italia e Territorio Libero di Trieste sulla SS 14 tra Monfalcone e Duino-Aurisina

Secondo quanto riferito da Giuseppe Bugatto, esule da Zara (Varutti, 2007, pag. 95), negli anni 1946-1947, il presidente dell’associazionismo giuliano dalmata a Udine è un tale Sbisà, coadiuvato da don Luciano Manzin, che proprio alla fine del 1947 ne assume la presidenza.
Il 23 marzo 1948 è la data della tessera di socio del Comitato Nazionale per la Venezia Giulia e Zara, sede regionale di Udine della signora Maria Regina Conighi, nata a Trieste nel 1881 ed esule da Fiume. La tessera è firmata dall’architetto Carlo Leopoldo Conighi, fratello di Maria Regina (Collezione Helga Conighi, Udine).
Don Manzin è presidente regionale del Comitato Nazionale Venezia Giulia e Zara (CNVGZ), come risulta da «L’Arena di Pola» del 16 giugno 1948. Il giornale istriano riporta le attività del 1947 dell’organismo dei profughi a Udine, che comprendeva anche la zona di Pordenone. La struttura a Udine ha messo piede, tanto da riuscire ad organizzare il raduno dei Comitati Triveneti del CNVGZ. La medesima testata riferisce che per Udine sono intervenuti «il reverendo professor Manzin, il sig. Conighi, il conte Fanfogna e il sig. Antonio Premate».

Nasce a Roma l’ANVGD nel 1948
Secondo Mario de Vidovich a Roma il 20 giugno 1948 ottanta comitati provinciali di esuli giuliano dalmati danno vita all’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), primo presidente è Alfonso Orlini, di Cherso. I presidenti che si succedono da allora sono: Elio Bracco, Libero Sauro, Maurizio Mandel, Paolo Barbi, Gianni Bartoli, Lucio Toth, Antonio Ballarin e Renzo Codarin.
Già nel 1947 ci sono state altre assemblee a Milano e Bologna con lo scopo di dare un corpo unitario alle organizzazioni di esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia sorte in Italia.
Elmetti della Polizia Militare americana di stanza a Trieste ai tempi del Territorio Libero di Trieste, 1945-1954. 
Collezione E. Varutti, Udine

Tutto quello che possiamo sapere sull’ANVGD di Udine
In occasione dell’assemblea ordinaria tenutasi in sala Brosadola a Udine per il rinnovo delle cariche sociali si sa dal «Messaggero Veneto» del 6 agosto 1950 che il presidente dell’ANVGD è il conte Giovanni de Fanfogna; il vice presidente risulta Carlo Conighi. La sede dell’associazione è in piazza Marconi, 7.
Nel 1951 è presidente dell’ANVGD di Udine l’architetto Carlo Conighi, mentre il vice presidente è Antonio Calvi. Come si legge su «Difesa Adriatica» del 7 febbraio 1954 il presidente del sodalizio udinese dei profughi è ancora Carlo Conighi.
Udine 1954 - Regali per la Befana al Centro Smistamento Profughi più grande d'Italia

Invece nel 1955 il presidente dell’associazione è Marcello De Angeli ed il suo vice è Marino Marini. L’architetto Carlo Conighi è presidente onorario. Si ha un grande balzo di iscrizioni a Udine nel 1957, con un picco di oltre 1200 iscritti, con Conighi presidente onorario. Nel 1958 presiede l’organismo ancora Marcello De Angeli, mentre risulta vice presidente Bruno Costantini. Il Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD pubblica un Bollettino d’informazione ciclostilato e distribuito ai soci.
Augusto Gecele è presidente nel 1960, quando poco più tardi si sa che viene nominato un “commissario straordinario” nella persona dell’ingegnere Guido De Randich. Che cosa è successo? Sono gli anni delle feste tzigane, dei the danzanti e delle veglie tricolori, come accusano gli anziani nei confronti dei giovani. Si legge di “sfrenati cha cha cha”, organizzati dai giovani al posto di fare cerimonie patriottiche.
Come ha ricordato il 27 aprile 2006 Sergio Satti, esule da Pola, e per decenni alla vicepresidenza dell’ANVGD di Udine, sotto la guida di Silvio Cattalini, c’era il Gruppo Giovanile Adriatico (GGA) che fu attivo in Friuli dal 1956 al 1970 circa. Ecco le parole di Satti: «Il Gruppo Giovanile Adriatico di Udine operò dal 1956 al 1960 organizzando campeggi a Lignano Sabbiadoro per i GGA delle zone limitrofe». Poi che altro faceva? C’era una orchestrina che suonava motivi per i ragazzi di allora. C’erano i veglioni tricolori al Mocambo di Udine, oppure le feste del Carnevale a Mossa, in provincia di Gorizia. C’erano poi le gite sociali e patriottiche a Ronchi dei Legionari, al Vittoriale e a Redipuglia.
Scheda di registrazione di Gaudenzio Pastrovicchio di Valle d'Istria, Pola al Centro Raccolta Profughi di Laterina, provincia di Arezzo. Durante l'esodo la famiglia passa per il Centro di Smistamento Profughi di Udine. Collezione Luisa Pastrovicchio, Pessinetto, città metropolitana di Torino

Non è tutto, perché il GGA di Udine stampò pure un giornale ciclostilato “El Cucal” (Il Gabbiano) dal 1957 al 1963, con notizie sulla vita associativa e sul dibattito interno. Le discussioni erano forti e vertevano sulle difficoltà di conciliare le azioni dei giovani con quelle degli anziani. Parve quindi una crisi generazionale, che colpì pure il Comitato Provinciale di Torino e di altre città italiane.  
Anche nel 1962 Guido De Randich è commissario straordinario. Alcuni anziani, allontanandosi dalla “tzigana” ANVGD, si auto-relegano nella Lega Fiumana, che pure aderisce al Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD, con presidente onorario Carlo Conighi.
Nel 1966 risulta vice presidente Ezio Marcuzzi, uno dei giovani del gruppo redazionale de «El Cucal». Il numero dei soci, nel 1969, tocca il minimo storico dell’associazione con sole 69 adesioni. Guido De Randich è presidente nel 1970.
Tessera di Maria Zonta, di Parenzo, della sezione regionale di Udine del Comitato Nazionale per la Venezia Giulia e Zara, del 20 dicembre 1947, con la firma del presidente don Luciano Manzin. Nel timbro tondo si legge la dizione primigenia di "Comitato Alta Italia per la Venezia Giulia e Zara". Archivio ANVGD di Udine, Collezione famiglia Zonta di Parenzo, tessera CNVGZ n. 494 sezione regionale di Udine.

Nel 1972 arriva all’ANVGD di Udine l’ingegnere Silvio Cattalini, esule da Zara, per risollevarla dallo stato di crisi in cui era precipitata, dopo lo scontro generazionale. Col 1975 si ha il primo numero de El Campanil, giornale del Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD. Tra i contenuti del periodico ci sono già le prime aperture a firma di Antonio Cattalini, cugino di Silvio «con i conterranei rimasti all’ombra dei campanili vicini e lontani della sponda orientale dell’Adriatico».
Nel 1977 risulta vice presidente l’avvocato Gabriele Damiani, che mantiene la carica anche negli anni successivi fino al 1980 circa. Continua il rinnovamento di Cattalini e, nel 1984, lo scrittore Dario Donati , di Fiume, è vice presidente fino al 1986. Col 1987 l’incarico di vice presidenza passa all’ingegnere Sergio Satti, di Pola, che mantiene l’impegno fino al 2015. Nel 1990 si ha l’ultimo numero de El Campanil, una testata diffusa non soltanto a Udine e in Friuli Venezia Giulia, ma anche a livello nazionale e, persino, tra gli esuli emigrati in Australia e negli Stati Uniti. Un nuovo notiziario associativo esce nel 1994 col titolo semplice di Circolare.
Con l’anno 1996 Silvio Cattalini esprime la grande intuizione di aprire il dialogo tra le due sponde dell’Adriatico, tra gli esuli e i rimasti, tra italiani e croati, con lo spirito di fondo europeo della pacificazione. È appena terminata la guerra balcanica tra serbi e croati che ha insanguinato e spezzettato la Jugoslavia in vari stati e l’opera di Cattalini si fa sentire nella sua Zara e in tutta la Dalmazia. Organizza una serie di crociere partendo da Trieste per i soci dell’ANVGD con centinaia di partecipanti. La sua politica del disgelo tra le due sponde del Mare Adriatico è presentata nel Notiziario dell’ANVGD del Comitato Provinciale di Udine.
Un incredibile documento, datato 16 luglio 1946, della Camera Confederale del Lavoro di Pola esprimente "la volontà di esodo in Italia nel deprecato caso che la città venga ingiustamente assegnata alla Jugoslavia". Collezione Sergio Satti, Udine

La prima crociera della pace, ideata da Cattalini, si tiene da 5 all’8 aprile 1996, tra le isole dalmate, Zara, Spalato e Ragusa. Mario Blasoni sul Messaggero Veneto del 7 febbraio 2005 la definisce come il “capolavoro di Cattalini”. La città fortezza di Ragusa (Dubrovnik) era stata bombardata dai serbi fino a pochi mesi prima. L’arrivo della motonave italiana Iris in porto, con 270 gitanti, tra i quali molti esuli e loro parenti, è accolto da incredibili feste: autorità pubbliche in prima fila, ragazze in costume tradizionale con mazzi di garofani, musica, canti croati e grande rilievo sulla stampa locale. E il primo segnale di ripresa economica per la storica città marinara.
Sul Notiziario del 2004 e dei due anni successivi c’è un gran risalto all’istituzione del Giorno del Ricordo, oltre al resoconto dell’attività associativa svolta nelle scuole e nei comuni della provincia.

Udine, 25 giugno 2010, inaugurazione al Parco Vittime delle Foibe

È del 2010 l’opera più commovente, più coinvolgente e più meritoria di Silvio Cattalini, preceduta da un lavorio di due–tre anni. Si tratta dell’intitolazione del Parco Vittime delle Foibe, tra Via Bertaldia e Via Manzini a Udine avvenuta, con tanto di sindaco Furio Honsell, il 25 giugno 2010. Preceduta da un dibattito intenso nel Consiglio comunale e nella città, perciò fu un’azione coinvolgente, l’opera consta di un masso carsico alto più di due metri e di una targa in memoria degli italiani uccisi nelle foibe dai titini. Questo è un luogo patriottico di rispetto e di preghiera, perciò è un monumento commovente. “A perpetuo ricordo delle vittime delle foibe e delle altre tragiche vicende in Istria, Fiume e Dalmazia durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale (1943-1954). I Fratelli esuli in Friuli”. È scritta questa dedica sulla targa apposta sul cippo monumentale dedicato alle vittime delle foibe. Opera meritoria, perché resterà nel tempo. 
Nel 2010, dopo una pausa di attività editoriale per gli alti costi di stampa e di invio postale verificatisi nel frattempo, esce un giornale di 24 pagine, intitolato “Rassegna stampa. Foibe, finalmente un monumento a Udine 25 giugno 2010”, a cura di Silvio Cattalini.
Negli anni seguenti c’è un grande impegno dell’ANVGD per diffondere la cultura del Giorno del Ricordo nelle scuole, nelle televisioni, nei Comuni e in città, in collaborazione con altre associazioni, oltre all’effettuazione di varie gite in Istria, Fiume e Dalmazia.
Nel 2016 la vice presidenza si tinge di rosa, con la nomina di Bruna Zuccolin alla carica. Cattalini muore nel 2017 e, in seguito a regolari elezioni, Bruna Zuccolin viene eletta nuovo presidente dell’ANVGD di Udine, mentre alla vice presidenza è chiamato lo scrivente. Su dieci persone del nuovo Comitato Esecutivo dell’ANVGD di Udine ben quattro di loro hanno il nome proprio di: Bruno. Si ironizza che deve essere l’unico consiglio al mondo con quattro Bruni al suo interno: Buna Zuccolin (presidente), Bruno Bonetti (segretario), Bruna Travaglia e Bruno Rossi (consiglieri)
I Revisori dei conti sono: Flavio Fiorentin, da Veglia, Annalisa Vucusa, di padre zaratino e Gilberto Randich, di Fiume.
Tessera del Comitato Nazionale per la Venezia Giulia e Zara, firmata dall’architetto Carlo Conighi, presidente della sede provinciale di Udine, 1948-1952. Collezione Helga Conighi, Udine

I dati sui soci ANVGD a Udine
Il numero degli iscritti all’ANVGD di Udine dal 1948 al 2017 è assai variabile. Dipende da vari fattori. Si va da qualche decina di soci ad oltre il migliaio. Negli anni Sessanta c’è una crisi generazionale che conduce al crollo degli adepti all’associazionismo giuliano dalmata, così come accade in Piemonte.
La crisi di soci si abbatte sulla sezione ANVGD di Trieste nel 1980, in seguito ai dibattiti e alle liti dopo il Trattato di Osimo del 1975, che segna i confini definitivi dell’Italia con la Jugoslavia e la perdita della Zona A, da Capodistria a Cittanova, che va alla Jugoslavia. Tale Trattato fornisce, tuttavia, una copertura giuridica allo status quo tra Italia e Jugoslavia.
Un grande successo di adesioni in vari comitati provinciali dell’ANVGD, ma soprattutto a Udine, si ha nel 1957, con un picco di oltre 1200 iscritti, sull’onda dell’entusiasmo per il ritorno di Trieste all’Italia, avvenuto il 25 ottobre 1954, con i bersaglieri in gran pompa a sventolare il tricolore e la gente in delirio.
L’ingegnere Silvio Cattalini prende in mano l’ANVGD nel 1972, dopo un periodo in cui era senza guida, come ha scritto Mario Blasoni sul «Messaggero Veneto» del 7 febbraio 2005. Rilancia l’organismo e lo porta a 400 iscritti fino alle soglie del nuovo millennio, quando la pressione demografica si fa sentire più forte. «Morti noi veci, no resterà più niente» continuano a ripetere con toni pessimistici alcuni esuli anziani. Dopo il calo dei primi anni Duemila, invece, l’ANVGD di Udine si assesta tra i 250 e i 300 soci, mantenendo viva l’attività con l’ingresso di alcune nuove generazioni discendenti degli esuli al proprio interno.
Udine, 5 maggio 1976 - Il sindaco Angelo Candolini e Silvio Cattalini, al microfono, all'inaugurazione della mostra dei "Pupoli" di Gigi Vidris in sala Aiace. Archivio ANVGD di Udine
Comunque si riportano i dati sul numero dei soci, anno dopo anno, raccolti nell’archivio dell’ANVGD di Udine, grazie ai resoconti della segreteria, nella tabella n. 1.

Tabella n. 1 – Soci dell’ANVGD di Udine
Anno
Numero soci
1953
meno di 100
1954
187
1955
600
1957
1.200
1969
29
1973
63
1974
409
1975
402
1976 - terremoto
398
1977
400
1978
1979
430
410
1980
415
1981
418
1982
430
1983
370
1984
379
1996
407
2001
407
2004
292
2005
280
2017
270


Bibliografia
- Marcello Bogneri, Cronache di Pola e dell’Istria 1939-1947 nove anni che hanno cambiato la storia, Trieste, Unione degli Istriani, 1988.
Silvio Cattalini (a cura di), Foibe, finalmente un monumento a Udine 25 giugno 2010. Rassegna stampa., Udine, Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD, 2010.
- Cristiana Colummi, Liliana Ferrari, Gianna Nassisi, Germano Trani, Storia di un esodo. Istria 1945-1956, Trieste, Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione del Friuli Venezia Giulia, 1980.
- Rosanna Turcinovich Giuricin, “Addio al fautore della politica del disgelo”, «La Voce del Popolo» Quotidiano dell’Istria e del Quarnero, 2 marzo 2017.
- Elio Varutti, Il Campo Profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo, 1945-2007, Udine, Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Comitato Provinciale di Udine, 2007.
- Mario de Vidovich (a cura di), Cinquanta anni di vita delle associazioni della diaspora. L’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, fotocopie, 31 ottobre 1988.
Udine - Il Centro di Smistamento Profughi, di Via Pradamano 21, fu attivo dal 1947 al 1960, Di qui passano oltre cento mila profughi d'Istria, Fiume e Dalmazia. Oggi è una scuola media. Fotografia di Elio Varutti 2006.

Sitologia

Archivi, Biblioteche e Istituti di ricerca visitati
Archivio ANVGD di Udine, Collezione famiglia Zonta di Parenzo, tessera CNVGZ n. 494 sezione regionale di Udine.
Archivio di Stato di Udine (ASUd), Prefettura, b 55, f 190, ms.
Biblioteca Civica “Vincenzo Joppi”, Udine, quotidiani e giornali vari.
Biblioteca dell’ANVGD di Udine, Vicolo Sillio, 5, libri sull’esodo.
Biblioteca Statale Isontina, Gorizia, «L’Arena di Pola», annate varie
Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, Udine, quotidiano «Libertà», 1946.

Collezioni private

- Collezione Helga Conighi Orgnani, nata a Fiume, Udine, tessera ANVGD n. 628, giornale «Difesa Adriatica» 1954 e vari altri cimeli.
- Collezione Luisa Pastrovicchio, esule da Valle d’Istria, vive a Pessinetto, città metropolitana di Torino, documenti stampati e ms.
Collezione Sergio Satti, esule da Pola, Udine, documenti.
Collezione famiglia Skara, esule da Zara, documenti.
Collezione E. Varutti, Udine, elmetti.

Copia conforme all'originale per il rilascio del passaporto di Scara Anna, nata Scocich, da Zara. Anche qui è citato il Centro Raccolta Profughi di Udine, dove la signora giunge il 29 ottobre 1957 e riparte il 21 novembre successivo. Collezione famiglia Skara