giovedì 25 febbraio 2016

Donne fucilate a Spalato, 1943

«Mia mamma si chiama Margherita Covacich ed  è nata a Spalato nel 1939 – esordisce così Antonella Mereu nel raccontare una storia dell’esodo dalmata della sua famiglia – sono venuti via nel 1943, era il 28 agosto, c’erano lo zio, mia madre, un cugino, poi c’era la sorella di mia madre, Maddalena e sua madre, ovvero mia nonna, Antonietta Aviani, nata nel 1908 a Milna, sull’Isola di Brazza».
Domanda: Coma mai sono fuggiti da Spalato?


Risposta: «Sono venuti via perché sparivano le persone – prosegue la testimonianza di Antonella Mereu – e i partigiani di Tito facevano la fucilazione degli italiani. Due donne della mia famiglia sono rimaste lì. “Cosa vuoi che ci facciano?” – dicevano. Hanno fucilato pure una di loro: Romana Covacich. Le donne rimaste erano la mamma e la sorella di mio nonno Antonio».
D.: Qual è la prima tappa dell’esodo dalla Dalmazia della sua famiglia italiana di Spalato?
R.: «Arrivarono a Trieste – ha detto la Mereu – e furono alloggiati in un albergo, poi furono destinati ad Arta Terme, in provincia di Udine, presso un albergo locale. Poi si spostarono in Veneto, nel Trevigiano».
D.: Ricorda altri familiari in fuga da Spalato?
R.: «Nel 1944 è riuscito a scappare anche il nonno, Antonio Covacich, che era impiegato al Credito Italiano. Era nato a Spalato nel 1908. È salito su una nave della Croce Rossa; c'erano due navi, quella davanti alla sua è stata affondata, subito dopo la partenza».
D.: Altri ricordi riguardo alla partenza?
R.: «I miei familiari si ricordano che sono partiti – conclude la testimonianza della Mereu – con una valigia, un materasso e la carrozzina da bimbo».
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Da una fonte in Internet si legge la notizia su Romana Covacich, da Spalato, uccisa dopo l'8 settembre 1943; la notizia dell'esecuzione fu data il 28-1-1944.

 

Immagini da Internet 
Un'altra testimonianza su Spalato
Un racconto su Spalato è stato riportato, nel 2005, anche da Mario Blasoni, giornalista del «Messaggero Veneto», che l'ha poi pubblicato in un libro. Il testimone raccolto è Rodolfo de Chmielewski, nato a Udine nel 1931, con lontani avi polacchi. Egli è figlio di un funzionario dell'Intendenza di finanza di Spalato, il ragioniere Giorgio de Chmielewski (1885-1966), esule nel 1921 in Friuli e a Trieste.
«Mio padre era di sentimenti italianissimi – ha detto Rodolfo de Chmielewski a Blasoni – un vero irredentista. Nel 1921, quando la Dalmazia è stata assegnata al Regno di Jugoslavia, non ha voluto giurare fedeltà a Re Pietro e ha perso il posto. Ha dovuto optare per l’Italia, andando prima a Trieste e poi a Udine».
Questo è il primo esodo per molti italiani di Spalato, Ragusa, Sebenico e Traù. Gli slavi in quel periodo se la prendevano solo con le tombe o coi leoni di San Marco, presi a mazzate per far scomparire ogni traccia storica di italianità.
«Per mio padre era stato doloroso dover lasciare la sua amata Spalato – ha raccontato Rodolfo de Chmielewski a Blasoni –. E nel 1941, quando la Dalmazia venne occupata dagli italiani, volle tornarvi con la famiglia».
Rodolfo frequenta a Spalato la quinta elementare e la prima media, poi succedono cose truci.
«Nel 1943 ci fu il 25 luglio – ha detto il testimone – e poi cominciò la caccia agli italiani, identificati coi fascisti da parte dei croati».
Suo padre, Giorgio de Chmielewski, divenuto ragioniere capo dell’Intendenza di finanza di Spalato fu imprigionato dai titini, ma dopo alcuni giorni lo lasciarono tornare a casa.
«Un suo fratello, invece, fu ucciso in seguito e in Italia da un komando di partigiani rossi assieme alla moglie incinta di sei mesi – ha concluso Rodolfo de Chmeilewski al giornalista Blasoni –. Sono ricordi orribili».

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1.      
Le bombe su Zara
Andiamo ora a sentire un testimone dalmata vivente. Si tratta di Sergio Brcic, nato a Zara nel 1930. Egli è uno storico della Dalmazia, ma di recente, viene contestato il risultato delle sue ricerche storiche orientate soprattutto ai 54 bombardamenti di Zara, enclave italiana sulla costa dalmata dal 1918 al 1943. La contestazione viene da parte degli storici croati di questi decenni.
Elio Migliorini nella voce Zara del secondo volume di appendice dell'Enciclopedia Treccani, pubblicato nel 1949, scrive: «oltre l'85% degli edifici fu distrutto o danneggiato; 4000 cittadini ci lasciarono la vita».
«La mia Zara non esiste più – afferma in modo stentoreo Sergio Brcic – perché è stata cancellata per volere dei titini con i continui bombardamenti anglo-americani».
Domanda: A che punto è il contrasto con gli storici croati sui bombardamenti di Zara italiana?
Risposta: «Per i croati di questi anni i morti negli attacchi aerei del 1943-1944 sono stati circa 400 – risponde Brcic – mentre ne abbiamo avuti oltre 2000, si tenga presente poi che le bombe hanno ucciso gli italiani sì, ma hanno perso la vita anche vari croati».
D.: Sembra che non ci sia concordanza nemmeno sul numero totale dei bombardamenti. È vero?
R.: «Loro hanno scritto che sono stati sei in tutto – spiega Brcic – poi hanno cambiato idea e sono arrivati a conteggiare 30 azioni aeree sulla città di Zara, ma in verità gli attacchi sono stai 54 in tutto e sono stati devastanti, Zara è stata rasa al suolo, non come a Pola che era dotata di tanti rifugi antiaerei nelle cavità naturali».
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Un altro zaratino, Antonio Nicolich, ha detto: «Son vegnù via nel 1948, dopo le opzioni, ma non i dava tanti permessi, dopo son andà a Milano e no son mai più tornà a Zara, perché della mia città cossa sarà restà, dopo 54 bombardamenti e coi cambiamenti fatti da quei che xe vegnui dopo».
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Anche Bruno Perisutti ricorda la fuga da Zara della sua famiglia: «Siamo scappati da Zara nel 1943 – dice Perisutti – e siamo andati ad Aiello del Friuli da certi parenti, poi dal 1950 si abitò a Udine, in Via delle Fornaci, nelle case Fanfani, vicino al Centro di Smistamento Profughi».
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La signora Elvira Dudech, da Zara, andò, con nave, al Centro Raccolta Profughi di Ancona, poi per quattro anni e mezzo al Campo Profughi di Laterina (provincia di Arezzo), in quello di Chiari (provincia di Brescia, e infine a Roma coi familiari. Invece certi suoi cugini, che lei andò a visitare, erano sistemati al Centro di Smistamento Profughi di Udine, in Via Pradamano, verso il 1955. «Gò visto brande e mia cugina che dormiva in campo – ha raccontato la Dudech – jera fioi che i piangeva, i voleva la casa, le mame diseva: no gavemo più casa».

Un’altra figura notevole tra gli zaratini di Udine fu padre Cesario da Rovigo. Egli fu vicino ai profughi del Centro di Smistamento Profughi di Via Pradamano, poiché era un esule “di spirito” essendo stato in servizio a Zara dal 1935 al 1939. Come ha scritto Natale Zaccuri su «La Vita Cattolica» del 2 luglio 2015, a pag. 19: “Fu cappellano a San Servolo di Venezia, al Cimitero di Udine, «Guardiano» a Gorizia (dal 1928 al 1931), a Padova (1932), a Zara (1935) e «Padre spirituale» in Dalmazia”.
Dalle mie ricerche personali emerge che Padre Cesario dei Cappuccini fu rettore della Chiesa del Cimitero nel 1954, come risulta dal Libro Storico della Parrocchia della Beata Vergine del Carmine, a p. 267. Dopo l’esodo fu in servizio nella chiesa di Baldasseria, come riportato dal Bollettino Parrocchiale della Beata Vergine del Carmine del 1954. Celebrava la santa Messa pure nel Villaggio Metallico. Cesario Giacomo Finotti, detto Padre Cesario da Rovigo, nacque a Rovigo il 4 luglio 1893 e morì a Udine il 1° luglio 1983.
Duomo di Udine, 18 febbraio 1949 (oppure 1950). S. Messa con gli esuli zaratini in ricordo di S. Simeone, patrono di Zara. Si riconoscono: il celebrante padre Cesario da Rovigo, già in servizio a Zara e don Giovanni Budinich (col breviario). Tra di loro: Rita Bugatto e il signor Bognolo. Da sinistra: le signore Galessi e Cassani. Davanti a lei c’è: Antonio Bugatto (coi calzoncini). Dietro di lui: il signor Giadrini ed Elda Alesani (vicino al frate), con suo figlio Plinio (dietro al prete), accanto a Nina Nagy e sua sorella Emilia (in prima fila, col cappellino). Tra le sorelle Nagy c’è Licia Bulat, zia dei giovani Bugatto. Da destra: la signora Biasutti (volto tagliato) e il dott. Giacinto Bugatto (col lutto), direttore delle Poste di Zara, padre dei tre Bugatto. Dietro di lui: il dott. Hoffmann, vice prefetto di Udine, con sua moglie Raffaella. Dietro ad Hoffmann ci sono: Antonio Usmiani (di tre quarti), i signori Marsan, Boezio e Giuseppe Bugatto (in fondo a tutti). Collezione Giuseppe Bugatto, Udine.

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Molto interessante è pure la biografia di Silvio CattaliniNato il 2 giugno 1927 a Zara, quando apparteneva al Regno d’Italia, Silvio Cattalini è figlio di Antonio e di Gisella Vucusa. È presidente dal 1972 del Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD.
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Le interviste ai testimoni citati sono a cura di Elio Varutti, che ha operato con taccuino e penna. Si sono svolte a Udine nelle giornate sotto riportate.
1)      Sergio Brcic, Zara (1930), int. del 10 febbraio 2016, storico della Dalmazia.
2)      Elvira Dudech (Zara 1930 – Udine 2008), int. del 15 febbraio 2007.
3)    professoressa Antonella Mereu, Treviso (1966), intervista del 12 febbraio 2016.
4)      Antonio Nicolich, Zara (1927), int. del 20 aprile 2007.
5)      Bruno Perisutti, Zara (1936), int. del 11 gennaio 2004.

Bibliografia

- Mario Blasoni, “De Chmielewski, autore di teatro e chansonnier”, in M. Blasoni, Cento udinesi raccontano, Udine, La Nuova Base, 2007, volume III, pp. 36-38.
- Oddone Talpo – Sergio Brcic, ...Vennero dal cielo : 185 fotografie di Zara distrutta 1943-1944 (1.a edizione: Trieste, Libero comune di Zara in esilio, Delegazione di Trieste, stampa 2000). Associazione Dalmati italiani nel mondo, Campobasso, Palladino, 2.a ediz., 2006.
- Natale Zaccuri, Si ricorda padre Cesario, «La Vita Cattolica» del 2 luglio 2015, Udine, pag. 19.

La bandiera dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia
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Questo articolo rientra nelle attività del Centro di ricerca, documentazione e produzione culturale sull’esodo giuliano dalmata, per raccogliere, testi, documenti, interviste e fotografie di quei particolari momenti storici. Il Centro di ricerca è sorto all’interno del Laboratorio di storia dell’Istituto Stringher di Udine, di cui è referente il professor Giancarlo Martina.  È parte del progetto, sostenuto dalla Fondazione Crup, “Storie di donne del ‘900”, che  ha ottenuto, tra gli altri, il patrocinio di: Provincia di Udine, Comune di Udine, Club UNESCO di Udine, Società Filologica Friulana, ANED, ANVGD di Udine.
 

mercoledì 24 febbraio 2016

Moriggi all’Istituto Stringher, Udine. Didattica digitale

Venerdì 19 febbraio 2016 presso l’aula magna dell’Istituto “Bonaldo Stringher” di Udine si è tenuto il primo incontro promosso da School Academy, branchia del Gruppo Spaggiari Parma
L’evento, dedicato alla didattica digitale, era rivolto alla formazione e aggiornamento dei docenti. Ha visto la partecipazione di un centinaio di insegnanti e l'intervento del professore di filosofia della scienza Stefano Moriggi, dell'Università Milano Bicocca.
Udine, Auditorium Istituto Stringher - Corso di aggiornamento con il prof. Stefano Meriggi, filosofo della scienza

Dopo la presentazione del professor Carlo Vendraminetto (docente di Informatica allo Stringher), Moriggi ha motivato lo scopo del corso. «Per aumentare la consapevolezza tecnica nei docenti – ha detto Moriggi – non basta usare le nuove tecnologie, conseguendo risultati didattici in termini di conoscenze e competenze, ma tutto deve partire da una nuova mentalità didattica in modo da attuare una rivoluzione nell'insegnamento».
Moriggi, partendo da esempi storici puntuali, come l'uso dei Lunar Men inglesi di far assistere i bambini ad esperimenti scientifici ha ricordato l'introduzione del libro quale primo strumento didattico di interazione tecnologico. I Lunar Men erano chiamati così perché, al termine degli esperimenti scientifici si recavano a casa propria alla luce della luna. Poi Moriggi ha sottolineato che proprio il libro ha posto fine all'antico metodo di apprendimento della disputa e della dialettica tra maestro e allievi, nel solco della tradizione greca. Se infatti il libro e di conseguenza la scrittura, come supporto alla conservazione della memoria, ha spostato i ricordi dall'interno della mente all'esterno del corpo operando quindi una "sostituzione". 
Già Platone individuò l'equivoco tra la scrittura come rimedio alla perdita di memoria, che definì pharmakon, nel senso di medicina, che cura ma non guarisce, ma anche nel senso di veleno. La scrittura, quindi, per Platone fu la medicina che avvelenò e allo stesso tempo il veleno che curò la memoria umana, che però lo stesso filosofo usò come strumento didattico per redigere i suoi famosi dialoghi aventi scopo pedagogico e didattico.

Oggi il dialogo può essere ottenuto in classe attraverso la metodologia della flipped class in cui la relazione docente-studenti è ribaltata, in quanto rivoluziona la lezione frontale tradizionale. Così si danno gli input agli studenti per l'uso delle nuove tecnologie (web, tablet, internet, lim etc..) e fornendo contenuti e competenze da discutere in gruppo ed esporre susseguentemente in classe. 
Gli studenti e la classe diventano, quindi, una comunità scientifica di ricerca in cui il sapere è pubblico (di tutti e che tutti hanno contribuito a formare), rivedibile (valido fin a prova contraria) e controllabile (democratico). Il sapere quindi è aperto alla novità ma suffragato dai risultati e non sottoposto al volere delle maggioranze come già Galileo asseriva "nella repubblica delle lettere non si decide per alzata di mano", riprendendo Cartesio che sosteneva che nelle cose "difficili" solitamente ad aver ragione non è la maggioranza ma la minoranza scientificamente qualificata. Questo cambio di mentalità deve essere alla base della nuova tolleranza epistemologica in cui l'idea altrui è valida fino al sorgere di idee nuove.
È compito del docente durante l'uso delle tecnologie, ad esempio, non far sentire i ragazzi in un panopticon benthamiano (carcere ideale), che attraverso l'assiduo controllo inibisce l'uso stesso del mezzo tecnologico. Bisogna fare assumere il ruolo di ricercatore esperto con il compito di guidare verso la conoscenza attraverso la rimozione del rimprovero dell'errore.
È compito infine del docente creare un "bisogno all’uso delle tecnologie". Oggi perciò è fondamentale portare le nuove tecnologie in classe ma prima di tutto i docenti devono modificare la loro mentalità capace di dare significato all'uso di queste, mentalità da trasmettere anche agli studenti. Ai ragazzi nel loro "setting" deputato all'apprendimento, l'aula, bisogna instillare l'abitudine di pensare a come usare le tecnologie ma anche a pensare con le tecnologie, in modo che gli stessi studenti capiscano il valore pedagogico delle tecnologie stesse.
Diventando una piccola comunità scientifica i docenti hanno l'incarico di guidare la classe verso l'apprendimento reciproco, interattivo. Sarà compito dell’insegnante, infine, adottare le tecnologie più idonee ai destinatari e fruitori, ai loro interessi e capacità. (C. M.)




 Col pallino della didattica aumentata

Stefano Moriggi, filosofo della scienza ha il pallino della didattica aumentata. Che cosa significa? La tecnologia è entrata nelle scuole, ma si dovrebbe puntare ad aumentare le possibilità didattiche mediante l’uso consapevole di essa. La tecnologia informatica è uno strumento. Il conduttore privilegiato del processo di apprendimento resta sempre l’insegnante. Egli dovrebbe cambiare pelle e trasformarsi in una sorta di “direttore della ricerca”, per ogni attività didattica. La classe va intesa come una comunità di ricercatori, dove si impara facendo. Così si lavora insieme nell’esperienza di crescita pedagogica.
Allora non si risolve tutto con un tablet, con la LIM, col il notebook per tutti, ma è determinante la rete. È proprio il nodo del discorso. La rete è fondamentale per sviluppare le “casematte” della didattica aumentata. I computer, gli smartphone, gli iPad vanno usati come protesi. Sono solo lo strumento per immaginare il futuro. Da sempre l’uomo usa la tecnica e le macchine per immaginare il futuro.     
Altro concetto caro al professor Moriggi è quello di “classe ribaltata”. Non è certo quella di quando la bidella Mafalda fa le pulizie. La “classe ribaltata” è come un centro di ricerca, dove si sviluppano i comportamenti di “cooperative learning”, con un controllo reciproco, pubblico e rivedibile. Lo studio e l’impegno avverrà per isole, come nelle fabbriche automobilistiche svedesi del 1960, quando si voleva superare il taylorismo. Si andrà verso una scuola integrata? Riprendendo dall'industria, con la sua fabbrica integrata?
Cambierà pure la valutazione. Essa dovrà tener conto dell’apporto del singolo e delle attività di gruppo, mediante l’uso di un “Diario di laboratorio”. Un punto di debolezza di tale approccio sta nell’inibizione del discente, che si sente “controllato” dal professore in ogni sua mossa. Comunque, mettetevi tranquilli: la tecnologia è nella rete. Il computer è solo una protesi.
Come ha ricordato Anna Maria Zilli, Dirigente scolastico dell’Istituto “B. Stringher” di Udine «va sottolineato il fatto che l'investimento e l’iniziativa di formazione con il professor Moriggi è stata lanciata dall’Istituto Stringher, che punta all’innovazione e alla diffusione delle nove tecnologie nella didattica».
«La nostra scuola – ha aggiunto la preside Zilli – ha diffuso la possibilità di aggiornamento, attraverso il polo formativo, di cui la scuola è partner, al territorio ed agli altri istituti della provincia». (E. V.)
                                       Servizi giornalistici di Cristiano Menghel e Elio Varutti



martedì 23 febbraio 2016

La patria perduta. Profughi da Fiume, 1943-1947

Da questa testimonianza si sente un grande senso di smarrimento. I protagonisti della vicenda non sanno prendere decisioni. Lo mettono persino per iscritto in certe missive ai loro cari. Per il presente racconto ho potuto utilizzare le lettere dell’esodo giuliano dalmata, come in altri casi. 
È un filone di ricerca assai affascinante, perché dai messaggi scritti si possono cogliere talune originali espressioni dialettali, oltre al lessico familiare e ai contingenti sentimenti collettivi riguardo ai fatti della storia dopo la Seconda guerra mondiale.
La targa del negozio di frutta D’Arrigo di Trieste, verso gli anni 1920-1930
Testimone dell’esperienza è il professore Daniele D’Arrigo di Udine, classe 1951. «Mio padre, che si chiamava Giuseppe D’Arrigo – inizia così il racconto – era nato a Messina il 1 marzo 1920 e morì a Udine nel 1987».
Domanda: Cosa c’entra con Fiume?
Risposta: «Mio nonno paterno Mariano D'Arrigo (classe 1882) era siciliano di Messina e come macchinista delle Ferrovie di Stato si distinse nei soccorsi ai terremotati della sua città, nel 1908 – risponde il professore. Successivamente, con la nonna Anna Martino e i loro figli, si trasferì a Trieste, dove il figlio Domenico iniziò a gestire un negozio di agrumi. In seguito tutta la famiglia, dal 1937, si trasferì a Fiume, dove nonno Mariano morì durante la guerra nel 1943».
D.: Certo era un buon mercato. La vitamina delle rosse arance di Sicilia poteva ben sostenere le malattie del tempo diffuse sulla costa triestina e istriana, come la tisi, lo skrilievo (una forma di sifilide) e il tifo. Tuo padre si sentiva profugo di Fiume?
R.: «Sì, lo diceva, anche se parlava poco di questi  fatti – risponde – si sentiva ed era stato dichiarato dalle istituzioni di Udine come profugo di Fiume nel maggio 1951, dopo aver fatto la domanda d’opzione nel 1948, come pure la nonna Anna Martino. Anche mia madre, Maria Narduzzi (1916-2000), insieme a mio fratello Elio, fu acquisita come profuga. Nel 1956 vivevamo a Udine in un appartamento dell’Opera per l’Assistenza ai Profughi Giuliani e Dalmati».
Gruccia, omenetto o picadin, in dialetto fiumano. Un piccolo ricordo della vita a Fiume negli anni 1930-1940

D.: Era in una delle case del Villaggio Giuliano, sorto in Via Casarsa angolo Via Cormòr Alto nel 1951-1952?
R.: «No, abitavamo in Via Fruch al numero 55 – è la risposta di D’Arrigo – ma mio padre prima di essere profugo di Fiume aveva lavorato ai Cantieri Navali del Quarnaro. Era disegnatore dal 1937, quando fu chiamato alle armi nel 1940 ed inviato in Francia. Successivamente fu trasferito in Russia, da dove tornò nel 1943 ammalato ed iniziò la convalescenza per ospedali. Dopo il giorno 8 settembre i miei nonni Mariano D’Arrigo e Anna Martino pensarono di venir via da Fiume [vedi lettera, oltre], per giungere a Udine. Trovarono casa in Via Bertaldia al civico numero 79, ma nel 1944 col bombardamento USA persero tutto, poi andarono a vivere in una vecchia casa in Via Gemona e, infine, in Via Fruch nelle case assegnate ai profughi».
Ricevuta del 4 dicembre 1956 per l'affitto di Lire 7000 della casa al Secondo Villaggio Giuliano di Udine, paga Giuseppe D'Arrigo

Udine, Via Fruch n. 55, case del Secondo Villaggio Giuliano. Fotografie di Elio Varutti

D.: Si pensi che nella stessa Via Bertaldia, angolo Via Manzini, dal 2010 c’è il monumento nel Parco Vittime delle Foibe, in ricordo degli esuli d’Istria, di Fiume e della Dalmazia, inaugurato dal presidente del Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia, l’ingegnere Silvio Cattalini, dal sindaco Furio Honsell e da molte autorità. Posso vedere quei documenti e pubblicarli nel mio blog e in altri spazi?
R.: Sì, certo, se pubblicati su giornali stampati o libri, mi piacerebbe averne una copia.

Lettera di Mariano D'Arrigo al figlio Giuseppe, detto Pippo, da Fiume 17 settembre 1943

1. Letteratura dell’esodo da Fiume

La lettera seguente è stata scritta da Mariano D’Arrigo al figlio Giuseppe D’Arrigo, chiamato familiarmente “Pippo”, in forma sicula. Al di là di alcuni errori di grammatica, il messaggio trasmette la grande tensione psicologica vissuta dagli italiani in quel frangente. Dal manoscritto traspare la paura per i “ribelli”, ossia i partigiani di Tito. Si legge della presenza dei tedeschi, anzi i “titische”, come li appellava nonna Anna Martino (1884-1969), così ricorda Daniele D’Arrigo.
Non c’è alcuna consapevolezza sulla perdita di quei territori per l’Italia. Persi a favore della Jugoslavia, come accadde nel 1947, oppure a favore della Germania che con la “Operazionszone Adriatische Küstenland” del 1943. Hitler aveva, in pratica, annesso entro i propri confini le province di Fiume, Pola Trieste, Gorizia, Udine, Lubiana, assieme a Belluno, Trento e Bolzano con operazione militare analoga, la “Alpenvorland”.
Colpisce la paura di restare soli a Fiume, vedendo che scappano le famiglie vicine di casa, come i Colombo e i Crovatto. Colpisce pure il verbo usato per descrivere ciò che fanno i nazisti o i partigiani nei confronti della popolazione: qui siamo tutti bloccati!

«Fiume, 12. 9. 1943
Carissimo Figlio pippo / noi siamo ancora / a Fiume e non so quale / decisione debo prendere / qui siamo tutti i blocati / dei tetesch [cancellato, prevale la pronuncia sicula] titische e i / ribelli pero tutti rimanca / no qui perche dicono che non / sara nulla
            bacioni i tuoi
            Genitori Mariano
[recto del foglio]

Colombo e crovatto non / cisono piu sono partiti / siamo soli».
[verso del foglio]
Informativa del 9.9.1948 sul diritto d'opzione per il signor Giuseppe D'Arrigo

Il secondo scritto ha la forma di un memoriale. Scritto dopo il mese di maggio 1947 a Udine, mostra tutta la disillusione del fiumano Giuseppe D’Arrigo, disegnatore ai Cantieri Navali di Fiume dal 1937 e mobilitato dal fascismo per le guerre contro la Francia e contro la Russia. Il disegnatore si ritrova nel dopo guerra senza patria, perché ceduta agli slavi. Lo stato cui si rivolge per avere aiuto, anche per la famiglia, gli dà ben poca soddisfazione.
Tale atteggiamento rientra nel comportamento generale di rassegnazione vissuto dagli esuli d’Istria, di Fiume e della Dalmazia. Si pubblica uno stralcio di questo memoriale, scritto a matita, con varie abbreviazioni e cancellature; è quasi una minuta di testi da proporre alle sedi istituzionali. Sono molto interessanti e significative le cancellature: non posso rientrare, sostituito con non voglio ritornare

«Dopo tre mesi [si riferisce all’anno 1940] fui mob.[ilitato] ed inviato allo scacchiere Occidentale. Rientrato fui inviato per oltre un anno in Russia. Ora mi trovo ancora alle armi trattenuto perché non posso rientrare [due parole cancellate, n.d.r.] voglio ritornare a Fiume essendo italiano (…) [poiché territorio ceduto alla Jugoslavia, n.d.r.]».

Udine, Via Fruch – 9.12.1956, invito per l’inaugurazione del Secondo Villaggio Giuliano. Il Primo Villaggio Giuliano di Udine sorse nel reticolo di Via Casarsa, angolo Via Cormòr Alto, Via Cordenons nel 1951-1952

Ringraziamenti
Desidero ringraziare il professor Daniele D’Arrigo di Udine, che mi ha messo a disposizione, con grande generosità, documenti esclusivi, oltre a svariate informazioni della sua famiglia. Ho potuto intervistarlo il 23 dicembre 2015, oltre a certi contatti telefonici e per e-mail. Le immagini qui riprodotte, riferibili alla vicenda della famiglia D'Arrigo, fanno parte dell’Archivio Daniele D’Arrigo di Udine. Fotografie di Elio Varutti.

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Una versione della prima parte di questo articolo è apparsa il 23 febbraio 2016 nel web su infofvg.it col titolo:  Fiume 1943, profughi
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Riconoscimento dello stato di profugo a Giuseppe D'Arrigo, Prefettura di Udine, 2 maggio 1951

2. San Nicolò tra il Moskowitz di Fiume e il Mocambo di Udine

Helga Conighi, nata a Fiume nel 1923, ricordava che, dopo l’esodo a Udine, i bambini alla festa di San Nicolò, che si teneva nella sala del Mocambo, in Piazza XX Settembre, al Palazzo Antivari Kechler, per ogni regalo «che fazeva veder el santo, i zigava tutti mi [a me], un po’ come succedeva davanti al negozio Moskowitz a Fiume» dove pure veniva inscenata la consegna di doni ai bimbi da parte di un barbuto San Nicolò, che, ovviamente era un parente o un conoscente del negoziante, disposto, nella pantomima a vestire i panni del santo. (E. Varutti, Il Campo Profughi di Via Pradamano a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo. 1945-2007, Udine, Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia, Comitato Provinciale di Udine, 2007, p. 112).

Un altro San Nicolò per così dire smascherato, fu il signor Sante Modesto, nato nel 1890, maestro elementare a Fiume dal 1922 al 1944. «Sì, per San Nicolò – ha detto Fabiola Modesto – ogni bambino delle classi prima, seconda e terza elementare aveva un regalino sul banco, poi arrivava proprio lui San Nicolò, con la lunga barba bianca, il bastone, la tiara, attorniato di diavoletti e angioletti. San Nicolò diceva certe frasi ad ogni bimbo, per essere buoni. Mi ricordo che lui sapeva certi fatti miei e non capivo chi glieli avesse raccontati, poi da grande ho scoperto che era proprio mio padre a travestirsi da San Nicolò». Fabiola Modesto Paulon, nata a Fiume nel 1928, è stata intervistata dallo scrivente il 5 e del 13 aprile 2016 a Udine. Vedi in questo stesso blog: Via da Fiume nel 1944, colpa dei partigiani.

3. A Bihać i partigiani titini ne sparava de notte

Cambiamo un po' argomento. Un'altra fonte - Alberto G., di Rovereto (TN), testimonianza del 1979-1980 - mi ha riferito del suo peregrinare, in veste di soldato italiano, tra Zara, Fiume e Bihać, "dove i partigiani titini ne sparava de notte - ha detto - fin dal 1941-1942, dopo i scamapava via e chi li ciapava?". Gli italiani d'Istria, di Fiume e della Dalmazia il signor Alberto G., negli anni 1980-1990, se li é trovati esuli in Trentino: "I era tutti missini - ha ricordato - e inrabiadi con l'Italia che taseva sui lori fatti, povereti".
La "congiura del silenzio", come è stata definita dalle autorità italiane di oggi, è data dal tacere nel dopo guerra sui fatti della pulizia etnica, delle uccisioni nelle foibe ed altri crimini iugoslavi, per non disturbare Tito e il suo distacco progressivo dall'URSS.
C'è poi il silenzio degli esuli istriani, che si accompagna alla poca capacità di ascolto dei discendenti dei profughi d'Istria, di Fiume e della Dalmazia.
Fiume (nel cerchio verde) e Bihac, a nord della Bosnia Erzegovina

4. L’esodo da Fiume in Lombardia
«Mia madre era di Fiume - ha riferito un'altra fonte, Anna Ghersani Durini, nata a Monza - i miei genitori mi parlavano poco o in modo frammentario dell’esodo da Fiume. Nel dopoguerra si spostarono in Lombardia, poi in Friuli.
Uno zio, di nome Iti Mini, ha tenuto una sorta di diario degli eventi. Non sono mai passati per i Campi Profughi. 
Domanda: allora il caso della sua famiglia rientra nel tema del silenzio dei profughi, che non raccontavano l’esodo ai propri figli?
Risposta: Più che un silenzio dei profughi è da dire qualcosa sulla sordità dei discendenti, nel senso che i giovani, per tanti motivi (lavoro, famiglia ed altro), non stavano ad sentire i racconti dei vecchi, anche se poi ci si è rammaricati di aver poco ascoltato i propri familiari esuli dalle terre adriatiche».
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Data e luogo dell’intervista alla professoressa Anna Ghersani Durini : Udine, 2 dicembre 2015, a cura di: Elio Varutti

Cartolina di Fiume, un viale del centro cittadino negli anni '10 del XX secolo. Ripresa da Internet

5. Memoriale di Iti Mini, Fiume 1939-1950

«Sono nato a Fiume il 19 agosto 1921. Vivevo con i miei e con mio nonno materno che, dopo la morte della nonna aveva abbandonato l’attività di un negozio di abiti con sartoria annessa. A casa mia si parlava soltanto dialetto fiumano.
Mio padre era un impiegato d’ordine in una società che commerciava in carbone, molto richiesto, essendo allora Fiume un porto di mare. (…) Due sorelle di mio padre erano andate a lavorare a Milano subito dopo la prima guerra e ivi si erano sposate. Queste parentele saranno utili a me e a mia sorella appena abbandonata Fiume alla fine della guerra [nel 1945]».
Nel 1939 scoppia la Seconda guerra mondiale e l’Italia di Mussolini sceglie la non belligeranza. Nel 1940 Mussolini cambia idea, dichiarando guerra a Francia e Gran Bretagna. Iti Mini studia all’Università di Padova.

«La guerra cambia alquanto la situazione. La classe del 1921, leva di terra, viene chiamata alle armi all’inizio del secondo anno di studi mente si salva la leva di mare – alla quale appartenevo essendo stato nei marinaretti e non nei Balilla [organizzazioni giovanili fasciste]. Inspiegabilmente – ma forse qualche grosso gerarca che teneva famiglia e figli lo sapeva – rimane a casa la precedente classe 1920. La conseguenza fu una immediata riduzione delle frequenze alle lezioni e ben quattro fiumani partirono. Uno morì subito silurato. Ritrovai altri due molto indietro con gli esami, quando mi stavo laureando. qui ha giocato la fortuna a mio favore. Fui chiamato alle armi nel giugno 1942, quasi un anno e mezzo dopo. Riuscii mio malgrado ad essere invischiato nella guerra ugualmente.
Fui candidato per l’esame all’Accademia di Livorno ed ammesso al corso di “Armi navali gruppo T (siluri, torpedini e bombe di profondità”, della durata di quattro mesi e mezzo e non fu lieve. Alla fine del corso fui promosso aspirante ed inviato all’Arsenale di Taranto, quale appartenente ad un corpo tecnico.
Verso la primavera del 1943 si cominciarono ad avvertire i primi sintomi di una guerra che andava male, anche se la Marina era meno invischiata dell’Esercito. non subimmo bombardamenti. A marzo tornai a Fiume in licenza per esami. Ne feci due. Fu l’ultima volta che vidi Fiume italiana. Passeranno oltre 40 anni prima che ci tornassi e in Fiume croata.
Il 25 luglio 1943, caduta di Mussolini, ero ancora in arsenale; poco dopo assieme ad altri ufficiali fui spostato alla Difesa, dalla parte opposta della città, per opporci ad un eventuale sbarco. Quivi ero presente all’armistizio dell’8 settembre: vidi partire la flotta verso Malta, sostituita dal 9 settembre da quella anglo americana.
L’Ammiraglio comandante della Difesa ci fece subito un discorso per dirci che gli Anglo-americani erano ancora nostri nemici e ciò provocò una repentina fuga di molti elementi, specie fra i marinai. Alcuni giorni dopo altro discorso assembleare per dirci che no, contro ordine, gli Anglo-americani erano nostri amici. Effetti della grave disorganizzazione che imperava (…) ».
A Taranto «Ci trovavamo spesso tra Fiumani la sera a mangiare quello che si trovava, spesso rubato agli Americani. Alcuni erano giunti a Taranto col piroscafo Abbazia che apparteneva a mio zio, ma era stato requisito. Un viaggio lungo 1500 chilometri con una nave adatta al lago di Como! Non ho mai chiesto come si fossero riforniti di carburante per un simile viaggio».

«A metà maggio 1945, dopo due mesi passati solo a seguire qualche lezione, partii con mezzi di fortuna, cioè treni e camion verso Padova da cui potei finalmente ai miei che mi sconsigliarono caldamente di tornare a Fiume occupata dai titini (…).
Conobbi a Padova le novità di Fiume occupata dalle bande di Tito interessate alla pulizia etnica. Furono per primi uccisi tutti gli anti-Dannunziani e antifascisti – fautori di “Fiume città libera” come sotto l’Ungheria – (perché politicamente i più pericolosi), per secondi i fascisti e i capi che non erano riusciti a fuggire. Venne poi la sorte dei più ricchi o considerati tali, uccisi o imprigionati. Lo fu anche mio zio che se la cavò con il carcere solo perché aveva settant’anni ed era ammalato di cancro».
Nel dopoguerra Iti Mini lavorò all’ACNA di Cesano Maderno, poi a Spinetta Marengo, provincia di Alessandria e a Pieve Vergonte, in Valle d’Ossola.
Nel 1949 «a Pieve Vergonte mi trovai subito male. Livello tecnico a terra, tutti pronti a colpi bassi e per completare tutti comunisti, dal direttore agli operai. Quando seppero che ero di Fiume ci fu uno che mi accusò di aver combattuto con gli ustascia, i fascisti croati. Era un fatto pericoloso. (…) dimissioni e ritorno a Milano» vicino alla sorella.
Nel 1949 Iti Mini andò a vivere in una casa popolare e nel 1950 si sposò. Nacquero quattro figli. Nei decenni successivi ebbe dieci nipoti.

Bibliografia esclusiva sul Memoriale di Iti Mini ed altro
- Iti Mini, Autobiografia, Moggio, provincia di Lecco, 1994, dattiloscritto, pp. 4, Collezione famiglia Mini, Milano.
E. Varutti, Il Campo Profughi di Via Pradamano a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo. 1945-2007, Udine, Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia, Comitato Provinciale di Udine, 2007.


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Questo articolo rientra nelle attività del Centro di ricerca, documentazione e produzione culturale sull’esodo giuliano dalmata, per raccogliere, testi, documenti, interviste e fotografie di quei particolari momenti storici. Il Centro di ricerca è sorto all’interno del Laboratorio di storia dell’Istituto Stringher di Udine, di cui è referente il professor Giancarlo Martina.  È parte del progetto, sostenuto dalla Fondazione Crup, “Storie di donne del ‘900”, che  ha ottenuto, tra gli altri, il patrocinio di: Provincia di Udine, Comune di Udine, Club UNESCO di Udine, Società Filologica Friulana, ANED, ANVGD di Udine.