mercoledì 14 dicembre 2016

Visita al Magazzino 18 con l’ANVGD di Udine

Ci sono stati un’emozione grandissima e tanto dolore a Trieste nel vedere il Magazzino 18, coi suoi cumuli di masserizie abbandonate dagli esuli italiani. Queste parole riassumono bene lo stato d’animo dei visitatori giunti in pullman da Udine, per l’organizzazione del Comitato Provinciale udinese dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD).
Trieste, Magazzino 18 - Franco Degrassi, presidente dell'IRCI, con cravatta chiara, assieme alla comitiva di soci dell'ANVGD di Udine. Con la cravatta rossa: Giovanni Picco, presidente regionale dell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra, che ha portato la bandiera storica del sodalizio cucita e ricamata nel 1924. "Xe gavemo accorti dopo che la bandiera xe ribaltada, perché la emozion del posto iera granda".

Non tutti sanno che gli esuli italiani fuggirono dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia, per la paura delle violenze dei titini e dell’uccisione nelle foibe a partire dal 1943. Il loro esodo è andato avanti poco oltre il 1960 anche in forme clandestine, quando i graniciari (milizie confinarie per lo più serbe) al confine tiravano contro di loro con i mitra.
Il gruppo di 22 persone, provenienti da Udine, ha visitato il Magazzino 18 a Trieste il giorno 12 dicembre 2016 nella mattinata. È stato accolto da vari volontari guidati da Piero Delbello, direttore dell’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-Fiumano-Dalmata (IRCI) di Trieste.
«Vi prego di portare i miei più cari saluti – ha detto Franco Degrassi, presidente dell’IRCI – all’ingegner Silvio Cattalini, presidente del vostro Comitato Provinciale dell’ANVGD, oggi assente per malattia, come mi avete detto».
Appena arrivati al Magazzino 18

Il racconto su Cristicchi
Mentre Delbello introduce il gruppo nella prima stanza, quella delle fotografie, sbircio un nome scritto in grande dietro un mobile: Gastone Benussi. È così il Magazzino 18Duemila metri cubi di masserizie. Contiene mobilia e oggetti della vita quotidiana della gente italiana in fuga dalla Jugoslavia, poi abbandonata per l’emigrazione verso l’Argentina, gli Stati Uniti d’America o l’Australia. Oppure quella roba non stava nelle case, dove i profughi trovavano un domicilio in varie parti della penisola. Quasi ogni pezzo ha il nome o l’etichetta col nominativo dell’originale proprietario.
La roba era al Magazzino 18 o a quello n. 26, mentre i proprietari stavano al Campo profughi. L’Italia ha aperto una grande quantità di Centri di Raccolta Profughi (CRP). Secondo padre Flaminio Rocchi erano 109, invece circa 140 secondo Guido Rumici. «Venivamo qua – ha spiegato Delbello, classe 1961, quindi è un cucciolo dell’esodo – a prendere i vestiti dell’inverno, ogni famiglia aveva i mobili e le sue cose messe assieme a cubo, poi per fare la mostra abbiamo scelto di presentare i generi: le sedie, le madie, i letti, le fotografie, i piatti e così via».
Ingresso al Magazzino 18, Trieste

Delbello, molto coinvolgente, racconta che verso il 2011 un certo Simone Cristicchi volle visitare questo contenitore di vecchi e impolverati mobili e masserizie situato nel porto vecchio di Trieste. Così iniziò l’interesse del famoso cantautore per la tematica dell’esodo giuliano dalmata. «Cristicchi guardava e ascoltava molto, ma proprio molto – ha detto Delbello – saremo stati qui oltre quattro ore, poi io ho provato a dirgli di scrivere una canzone su questi fatti e lui dopo un po’ di silenzio, mi ha risposto: No ne farò uno spettacolo». In questo modo è nato lo spettacolo teatrale “Magazzino 18” di Cristicchi, che ha registrato centinaia di repliche in Italia, Slovenia, Croazia, Stati Uniti, Canada, Argentina...
Trieste, Porto vecchio, Magazzino 18, la montagna di sedie

Poi Delbello descrive l’anonimato delle numerose fotografie appese alle pareti. «Solo da poco – ha spiegato – abbiamo saputo che quella donna di Capodistria è una De Manzin».
Alla visita guidata partecipa anche Giovanni Picco, presidente regionale dell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra, che ha portato la bandiera storica del sodalizio cucita e ricamata nel 1924. 
Nella seconda stanza ci sono alcune gigantografie con le classiche immagini dell’esodo da Pola e dagli altri luoghi degli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia. Osservo molte tavole di legno per fare il bucato a mano nei mastelli (“le mastele”). Addirittura ci sono dei setacci (“crivei par tamisar”) per passare le farine o le salse, le composte. C’è molta etnografia in questi spazi, c’è proprio la storia delle tradizioni popolari, degli usi e dei costumi. Sarebbe molto interessante se accanto agli oggetti esposti ci fossero i termini in dialetto istro-veneto, oltre che in italiano e, magari, in inglese, per indicare cosa sono.

È che il Magazzino 18 non è un museo nel senso classico del termine. Pur con una forma espositiva, curata dai volontari, è tuttora un semplice contenitore di masserizie, diventate di proprietà dello stato nel 1978, dopo l’ultimo manifesto indetto per andare a riprendersi le cose in esso contenute.
«Cos ti vol far con quele quatro scovaze de roba rota e sporca?» Dicevano così i profughi e i loro discendenti fino agli anni 1970-1980. L’esodo era un fenomeno di cui vergognarsi. Non si poteva parlare molto di quegli avvenimenti. Oggi gli storici dicono che dal dopo guerra c’era la congiura del silenzio, per non disturbare Tito che si era staccato dall’URSS. Si discute ancor oggi del silenzio dei profughi istriani. 
Nel terzo millennio si è perfino formata una corrente di storici negazionisti, che negano o riducono i dati sulle morti nelle foibe, sulle violenze titine e sulle prevaricazioni jugoslave contro gli italiani d’Istria, di Fiume e Dalmazia.
Il Magazzino 18 è un luogo di memoria, di storia e di etnografia. Non è un museo ufficiale, ma un contenitore culturale di alto profilo, perché evoca pensieri, eventi, vicende familiari di una comunità gettata fuori dalle proprie case con la violenza psicologica e fisica nella metà del Novecento.
Trieste, Magazzino 18, il canyon di mobili

I visitatori con le lacrime agli occhi
Si pasa in altre stanze. Ci sono pochi giocattoli o oggetti d’infanzia: un monopattino, una carriola, un passeggino, un girello e qualche bambola di pezza. E tanti bauli. Anche fatti male. Fatti di corsa dal nonno, dallo zio “con pochi ciodi, perché mancava i ciodi”.
A qualche visitatore viene la lacrima agli occhi. Baule di G. Petronio, collo n. 46. Baule: F. Stivek, CRP Trieste. Baule di Milanese Giovanni. Delbello si ferma vicino alla fotografia di una coppia al Campo Profughi di San Sabba. «Lori i xe miei cugini – ha raccontato commosso – al Campo Profughi di San Sabba a Trieste, vedè col filo spinato intorno alle baracche».
Trieste, Porto vecchio, Magazzino 18

La Risiera di San Sabba, dopo essere stata unico lager nazista in Italia per concentrare ebrei ed altri prigionieri diretti ad Auschwitz per l’eliminazione è stata utilizzata, per le baracche di legno, come Campo Profughi istriani, fiumani e dalmati. 
Del resto a Trieste sono stati aperti 18 CRP. L’ultimo a chiudere, nel 1976, è stato quello di Padriciano, dove «è morta di freddo una bambina di dodici mesi, Marinella Filippaz l’8 febbraio del 1956, anche ela mia cugina seconda, perché no se podeva far fogo nelle baracche de legno, dopo sempre al CRP de Padriciano mio nonno, nato nel 1895 e morto nel 1971 vardava dalla finestra della baracca, ma no iera niente de vardar, perché iera el bosco, nonno iera cussì, nol parlava mai, anche i miei parenti gà parlado poco dell’esodo, mi penso: per vergogna. Sarebbe interessante approfondire certe tematiche delle quali adesso si comincia a parlare, come il suicidio degli esuli, oppure come l’alcolismo degli esuli, oppure la malattia mentale degli esuli».


Marinella Filippaz, morta di freddo in Campo profughi, fotografia dal gruppo di Facebook "Esodo istriano per non dimenticare"

Ci commuoviamo un po’ tutti quando uno della nostra comitiva, il signor Flavio Fiorentin, nato a Veglia, trova due sedie di casa sua, legate assieme con lo spago col nome segnato sopra e il luogo di destinazione: “Fiorentin, Trieste”. Ora sono lì un pezzo del museo. C’è chi si agita e vorrebbe raccontare centomila cose, come il geometra Piccoli, coi genitori che stavano a Fiume.
Molti altri si commuovono e ricordano i propri cari, finiti nella foiba, come succede alla signora Bruna Travaglia di Albona. Il gruppo è ammutolito in un silenzio assordante. 
Nella generale commozione sento dire da una signora esule da Pola: «Più che se va drento, più che ne se ingropa el cuor».

Ricordi strazianti
Vedo il signor Celso Giuriceo, nato a Veglia nel 1936, che osserva la scritta “Marsi” dietro un mobile. «Con un cognome così – ha detto Giuriceo – sarà stato di Veglia, quasi sicuro». Si procede nella vista al museo-non museo Magazzino 18. Una stanza è piena di stufe, in un vano ci sono le macchine per cucire. «Chissà quanti sacrifici per comprarla – ha detto una signora di Pirano – e poi vadra lì, dove è finita». Molte altre visitatrici annuiscono e raccontano delle loro mamme, delle zie, delle rispettive famiglie.
Si passa nella stanza delle stoviglie. Ci sono centinaia di piatti bianchi col bordo lobato e spesso, fabbricati in Cecoslovacchia. «Sono come quelli della mia famiglia – ha detto la signora Daniela – quando stava a Fiume».
Altra stanza. Tra un gruppo di signore esce la frase tenerissima: «Varda el strucapatate!» La visita prosegue nello stanzone finale. Decine di mobili ammucchiati alle pareti. Sembra di passare in un canyon tra credenze e armadi. Ad un certo punto c’è una “muraglia” di sedie. È quella che ha ispirato una delle scenografie più toccanti dello spettacolo di Cristicchi. Migliaia di sedie ammonticchiate una sull’altra. Senza ordine, casualmente. Con qualche gamba rotta. Qualcuna mostra delle riparazioni casalinghe fatte da un papà, uno zio, un nonno. Perfino quelle con la paglia di Vienna «le gà giustade con lo spago». È una straziaria di affetti.
Etichetta su un mobile al Magazzino 18 di Trieste

Molte suppellettili hanno il nome, come già detto. In qualche caso c’è l’etichetta della prefettura di un'altra provincia, perché erano ferme in altri magazzini d’Italia e poi sono state concentrate qui a Trieste, negli anni 1965-1975.
Sono assorto. Chissà dove è finita la signora Maria Degrassi, di cui osservo la sedia, mentre mi chiamano perché è ora di andare via. C’è solo il tempo per le fotografie di gruppo e per le firme sul libro dei visitatori. «L’ingresso è gratuito – ha concluso Delbello – ma vi chiedo di apporre la vostra firma sul libro delle visite, poi stringerò la mano ad ognuno di voi».
Le firme di saluto

Al Museo Revoltella
Dopo il pranzo in un ristorante della zona, la comitiva dell’ANVGD di Udine ha visitato, con una competente guida, il Museo Revoltella e i mercatini di Natale, prima di rientrare nel capoluogo friulano.

Proprio nel giorno della suddetta visita al Magazzino 18 usciva su «Il Piccolo» di Trieste una pagina intera del giornalista Silvio Maranzana sul futuro del Museo dell’esodo istriano, comprese le masserizie del Magazzino 18, che si cita nella bibliografia.

Riferimenti bibliografici
- Sui “cuccioli dell’esodo” si veda: Michele Zacchigna, Piccolo elogio della non appartenenza. Una storia istriana, Trieste, Nonostante Edizioni, con una Postfazione di Paolo Cammarosano, 2013, pagg. 68, euro 10.
- Simone Cristicchi, Jan Bernas, Magazzino 18. Storie di Italiani Esuli d'Istria, Fiume e Dalmazia, Milano, Mondadori, 2014.
- Silvio Maranzana, “Il Museo dell’esodo istriano si sposta in Porto vecchio”, «Il Piccolo», Trieste cronaca, 12 dicembre 2016.
- Salvatore Samani, Dizionario del Dialetto Fiumano, a cura dell’Associazione Studi sul dialetto di Fiume, Venezia-Roma, 1978.

Filmografia
- Simone Cristicchi, Magazzino 18, 2013.

Sitologia
- Elio Varutti, Cristicchi a Udine, "Il Giornale del Friuli", 2014.
Ringraziamenti

Ringrazio i volontari dell’accoglienza alla visita del Magazzino 18 che mi hanno consentito di effettuare alcuni scatti fotografici.
Trieste, Museo Revoltella, i visitatori dell'ANVGD di Udine
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Servizio giornalistico, fotografico e di networking di Elio Varutti.

Il registro delle visite al Magazzino 18, Trieste

Informo il lettore che il 18 dicembre 2016 ho ricevuto questa lettera per e-mail. La riproduco senza il nome dell’autore, che era in visita al Magazzino 18. Mi ha molto colpito…

Caro prof. Varutti,
La ringrazio per il suo articolo che per me rappresenta uno splendido regalo di Natale. Esso ha reso esattamente lo stato d'animo di tutti noi visitatori di una struggente e vivissima testimonianza di un dramma che ci ha visto involontari, ma consapevoli protagonisti e che ha lasciato in ciascuno di noi una ferita che il tempo non rimargina. Complimenti per l'interpretazione di ciò che la visita e la splendida guida ci hanno fatto rivivere  e che la commozione ci ha impedito di comunicare esteriormente. Grazie ancora!
Con l'augurio di un sereno Natale e di un felice 2017.

El mucio de sedie