sabato 6 agosto 2016

Baldasseria capitale della guerra, Udine 1917

Il Comando Supremo dell’esercito italiano nell’estate del 1917 fu trasferito in gran segreto alla scuola elementare “Piutti” in Via Baldasseria Bassa a Udine. Dal 1915 la sua sede  ufficiale era presso il liceo “J. Stellini”, in Giardin grande, oggi Piazza I Maggio.
Il maestro Alfredo Orzan

Pubblico nel web volentieri il seguente articolo del maestro Alfredo Orzan su tali fatti. È una novità. Forse un fatto inedito anche per gli storici più navigati. È suffragato dal racconto di Alfredo Renzi di Bracciano, classe 1894, padre del cognato di Orzan.
L’articolo presente è stato pubblicato sul numero unico per la sagra di Baldasseria, nella zona di Udine sud. Eccone la precisa citazione.

Alfredo Orzan, Estate 1917: Baldasseria capitale della Grande Guerra, «Festa insieme Baldasseria», 2016, pagg. 28-30.

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ESTATE 1917: BALDASSERIA CAPITALE DELLA GRANDE GUERRA
Alfredo Renzi di Bracciano (Roma), classe 1894, padre di mio cognato, quando seppe che avevo acquistato una villetta a schiera a Udine, in Baldasseria, per trasferirmi da Via Treppo dove mi ero stabilito appena sposato, mi disse che conosceva la zona per avervi trascorso tutta l’estate del 1917, quale addetto al comando supremo di Luigi Cadorna.
Incuriosito gli chiesi come mai fosse stato assegnato a un posto così privilegiato anziché al fronte. Vi giunsi per chiamata non per raccomandazione, precisò e mi raccontò le sue vicende militari; da civile lavoravo come magazziniere e all’ufficio collaudi di un’azienda metalmeccanica che forniva materiali per la marina militare e per l’esercito.
Chiamato alle armi fui inquadrato nel 42° reggimento di fanteria e subito dopo destinato a gestire un grande magazzino militare, date le conoscenze in questo campo, a Subida di Cormòns. Un giorno si presentarono per un’ispezione un generale e due ufficiali. Controllarono meticolosamente tutto e mi elogiarono per la tenuta del materiale, ascoltarono anche le mie lamentele su certi materiali fasulli o inservibili che giungevano senza richiesta. Mostrai i cassonetti pieni di chiodi a quattro punte per ostacolare la cavalleria, ben sapendo che, data la natura del terreno, né noi né il nemico poteva impiegarla; indicai loro le centinaia di rotoli di filo spinato acciaioso e quindi, non maneggiabili, infine presi un paio di frontali in dotazione alle sentinelle e alle vedette, da applicare all’elmetto a difesa dei cecchini che miravano alla fronte. Li feci cadere sul pavimento di cemento e si sbriciolarono come grissini. Poi chiesi che fine avevano fatto le cinquemila maschere antigas richieste da mesi.
Luigi Cadorna in una pittura ripresa dal web

Gli ispettori verbalizzarono tutto e mi fecero leggere e sottoscrivere, i verbali e li inviarono a un ufficio tecnico del Comando Supremo che a sua volta informò la procura militare per le competenze del caso.
A mia insaputa segnalarono anche la capacità, la serietà e l’impegno nel mio lavoro, che poteva servire in ambiti più importanti. Una settimana dopo mi giunse la comunicazione di tenermi pronto perché ero destinato al Comando Supremo. Mi venne a prelevare un’automobile con un ufficiale e due carabinieri mi condussero allo Stellini, sede del comando. Ero l’uomo che Luigi Cadorna cercava da mesi fra i ranghi dell’esercito per sistemare il suo disordinato archivio a cui nessuno voleva por mano.
Mi accolse calorosamente un maggiore della fureria. Mi assegnò una cameretta ben arredata, mi indicò la mensa e gli orari di lavoro e mi presentò agli altri soldati e ufficiali del Comando, infine mi condusse in uno stanzone dove erano accatastati pile di faldoni e mi disse se me la sentivo di catalogare e archiviare tutta questa mole cartacea. Acconsentii a condizione che mi assegnassero una decina di collaboratori, scaffali, registri, oggetti di cancelleria. Sarai accontentato, mi assicurò.
Il giorno dopo giunsero falegnami e tipografi a cui chiesi istruzioni precise su come doveva essere svolto il lavoro richiesto. Furono assai solleciti perché fornirono l’occorrente nel giro di poche ore. Nel contempo arrivarono anche i collaboratori tratti dagli uffici dei vari enti statali e momentaneamente militarizzati. Mi misi subito all’opera. Illustrai ai miei collaboratori il lavoro da svolgere secondo il mio piano che fu subito approvato pur con qualche suggerimento che io accolsi di buon grado.
Feci suddividere il materiale per argomento e affidai a ciascuno un compito preciso. Per prima cosa li pregai di accantonare solo le buste rosse spillate che contenevano documenti riservatissimi e che Luigi Cadorna volle subito custodire nella sua cassaforte.
Pur tra qualche difficoltà, il lavoro procedette spedito. Impiegammo un mese per sistemare tutto. A lavoro ultimato invitai il comandante della fureria e l’ufficiale di ordinanza di Luigi Cadorna per il collaudo. Spigai loro il funzionamento per reperire i documenti. In mattinata era giunta al Comando la proposta di conferire la medaglia d’oro a un ufficiale vivente, per l’assenso, stavano cercando il suo fascicolo personale.
Indicai nel voluminoso registro, alla lettera effe, “fascicoli personali” seguito da centinaia di nominativi. Il fascicolo cercato recava il codice: scaffale quinto, piano terzo, scomparto settimo. Li condussi nell’archivio, indicai la collocazione ed estrassi subito il fascicolo posto in ordine alfabetico in un faldone. L’ufficiale di ordinanza pose subito sulla scrivania di Cadorna che si meravigliò sulla celerità con cui era stato reperito abituato com’era ad attendere un paio di giorni e l’impiego di quattro furieri per rintracciare un documento.
L’indomani Luigi Cadorna mi convocò nel suo ufficio privato fra lo stupore generale dei presenti perché era noto che egli disdegnava l’incontro diretto con il personale sottoposto e delegava sempre i suoi aiutanti per i rapporti.
Udine - Controra alla scuola elementare di Via Arnaldo Piutti n. 156, oggi Centro socio riabilitativo educativo. Nel passato si chiamò anche scuola elementare Maria Boschetti Alberti. Qui fu trasferito nel 1917 il Comando Supremo dell’esercito italiano, con il generale Luigi Cadorna. Fotografia di Elio Varutti 2016

Mi presentai all’ora convenuta molto intimorito e imbarazzato. Egli mi accolse cordialmente, mi strinse la mano, mi fece accomodare e mi mise a mio agio. Così si rivolse: Caro Renzi, ringrazio te e i tuoi solerti collaboratori per l’ottimo lavoro svolto, superiore alle mie aspettative. Il tuo lavoro agevola anche il mio perché mi fa risparmiare tempo, fatica e rabbie. Un premio te lo meriti cosa desideri? la promozione ad ufficiale per meriti speciali, una decorazione, una licenza straordinaria, una sommetta di denaro.
Eccellenza non voglio nulla, risposi. Ho solo il desiderio di andare al fronte a combattere. Sono stanco di essere tacciato da imboscato da tutti i soldati e ufficiali di passaggio. Io lavoro anche quindici ore al giorno e non merito di essere insultato. Dovevi informarmi subito mi redarguì. Sta sicuro che da oggi in poi sarai rispettato. E così fu.
Quanto alla tua richiesta di essere trasferito al fronte non se ne parla. Capisco il tuo amor proprio, il tuo patriottismo, ma tu sei più utile qui di un battaglione in trincea. Ricordati che la patria si serve anche con la penna e non solo con il fucile. E tu l’hai dimostrato. Tu sei insostituibile e sei l’unico che sa tenere il mio archivio aggiornato e funzionale. Tu rimani qui. Questo è un ordine! A che rassegnato risposi: obbedisco eccellenza.
Prima che mi congedasse ebbi il coraggio di chiedergli una medicina introvabile per una mia zelante collaboratrice che aveva una figlia ammalata e non la poteva più curare. Il giorno dopo un carabiniere le recapitò a domicilio una buona scorta di flaconi. Si comportò con me da vero gentiluomo e mi congedò con molta signorilità dicendomi: se hai problemi Renzi rivolgiti pure a me senza timore. E me ne andai soddisfatto e rincuorato.


Medaglia in ricordo della guerra 1915-1918 al caporale Alfredo Renzi, del 42° Reggimento di Fanteria. Collezione Alfredo Orzan, Udine

IL TRASFERIMENTO DEL COMANDO SUPREMO NELLE SCUOLE ELEMENTARI DI VIA PIUTTI
Tale trasferimento fu dovuto a causa delle rivelazioni di un disertore nemico. Nel maggio 1917 si presentò a Tolmino ai nostri soldati un ufficiale Boemo dell’esercito Austroungarico. Interrogato dai nostri ufficiali disse che era esasperato dalla guerra e non voleva più combattere perché aveva perduto il figlio sul fronte russo e qualche mese dopo la moglie per malattia. Temeva di lasciare orfana l’unica figlia adolescente rimasta che viveva con una sua vecchia zia.
Riferì, anche, di aver saputo da un suo collega dell’ufficio operazioni Isonz Armee del federmaresciallo Svetozar Borojević von Bojna che gli austroungarici avevano da tempo individuato la sede del nostro comando supremo allo Stellini e che si apprestavano a bombardarlo con raid aereo diurno. Luigi Cadorna informato, non diede gran peso a questa soffiata. Egli nutriva un sovrano disprezzo per i vili e i disertori che, oltre a tradire la loro Patria, disonoravano anche la casta militare. Sapeva che trovavano tutte le scuse per giustificare la loro diserzione e perciò erano poco credibili.
Ci ripensò quando dall’osservatorio militare del castello, il giorno dopo, gli comunicarono che due aerei nerocrociati avevano sorvolato ad alta quota in lungo e in largo piazza Giardin Grande mentre un nostro ricognitore notò un insolito movimento all’aeroporto di Aidussina. Allora per precauzione diede l’ordine di piazzare lungo la probabile rotta, (la ferrovia Gorizia – Udine e la strada parallela) tutte le batterie e le mitragliatrici antiaeree disponibili. Indovinò. Una mattina di giugno comparvero nei cieli di Lucinico e Mossa una decina di Albatros nerocrociati.
Ignari del tradimento del fedifrago Boemo, furono subito oggetto di un intenso fuoco di sbarramento. Due furono colpiti, uno precipito in fiamme nel cimitero di Lucinico; l’altro cercando un atterraggio di fortuna, si schianto nelle campagne di Villanova di Farra.
Svanito l’effetto sorpresa, gli altri otto, impediti nelle manovre dal pesante carico, sganciarono le bombe sul ponte ferroviario dell’Isonzo e si dileguarono fra le nubi per atterrare a stento  all’aeroporto di Aidussina con le ali e la fusoliera sforacchiati dai proiettili.
Il raid fallì, ma, conoscendo la caparbietà teutonica, Luigi Cadorna era certo che avrebbero ritentato l’impresa. Difatti Erich Ludendorff cercò di convincere Franz Conrad von Hötzendorf ad effettuare un bombardamento notturno sullo Stellini, sotto il comando Germanico, con i possenti dirigibili Zeppelin. Ma il federmaresciallo comandante dell’esercito imperiale Austroungarico, rifiutò sia per non subire un altro smacco, sia perché convinto che l’imminente offensiva di Caporetto avrebbe messo l’Italia fuorigioco e consentito a Erich Ludendorff di riprendersi le sue agguerrite divisioni per dare la spallata finale alla Francia, memore che le battaglie si vincono con il buon acciaio e i bravi generali, ma dimentico che le guerre si vincono con l’oro e l’abbondanza di pane di cui l’intesa, dopo l’intervento americano, era ben fornita.
Luigi Cadorna, pur all’oscuro di questi calcoli, si allarmò per le notizie fornite dai disertori di movimenti di truppe germaniche (disponibili dopo la pace con la Russia) che affluivano di notte silenziosamente sull’alto Isonzo attraverso le gallerie di Cave del Predil.
Il nemico che premeva alla calcagna e il timore che il suo comando, ormai noto, visibile e vulnerabile, venisse assaltato dalle famose pattuglie di incursori nemici di Otto von Below, lo indussero, per maggior sicurezza, a trasferire il Comando Supremo, in gran segreto, nelle scuole elementari di Via Piutti nella nostra Baldasseria, situate in una zona, allora isolata circondata dal verde della campagna.
Del nuovo Comando qui posto nessuno se ne accorse perché era mascherato da presidio militare, come uno dei tanti che sorgevano nelle nostre retrovie, ma sorvegliato con discrezione da una decina di carabinieri.
Di questa sua decisione Luigi Cadorna informò solo il re e i comandanti di Armata. Per tutti gli altri la sede ufficiale rimaneva sempre allo Stellini. Nei suoi spostamenti Luigi Cadorna non usava mai l’automobile di servizio, ma un camion militare, confuso tra gli altri ufficiali e soldati in divisa di tenente colonnello per non farsi riconoscere dalle spie che circolavano dappertutto.
Qui, mentre era intento a studiare le misure per arginare un’eventuale offensiva nemica, gli giunse la notizia dello sfondamento di Caporetto che per lui non fu una sorpresa ma non pensava di proporzioni così disastrose.
Concessione della Croce al Merito di Guerra al caporale Alfredo Renzi, del 42° Reggimento di Fanteria, secondo il Regio Decreto del 29 gennaio 1918, n. 205. Collezione Alfredo Orzan, Udine


Luigi Cadorna allora per giustificare se stesso e i suoi inetti generali di non essere stati in grado di opporsi allo sfondamento, incolpò i soldati con questo bollettino di guerra da qui diramato: “La mancata resistenza dei reparti della 2ª Armata vilmente ritiratasi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze austro germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte Giulia”.
Ma la censura si affrettò a mutare le espressioni infamanti in: “La violenza dell’attacco e la deficiente resistenza di alcuni reparti della 2ª Armata hanno permesso alle forze austro germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte Giulia”. Si evitò, così, oltre lo sfacelo militare anche quello morale delle nostre truppe.
La verità è che nessun esercito si sarebbe potuto opporre a quello austrogermanico disciplinato, organizzato e ben armato, comandato da generali capaci e preparati forgiati da severe accademie, costantemente esercitati nelle manovre e impiegati nello studio delle strategie tattiche dei grandi condottieri da Alessandro Magno a Napoleone e talmente legati alla vita di caserma da rinunciare anche alla licenza pur di non staccarsene.
Il nostro regno nato da poco, ancora municipalistico non poteva vantare questa tradizione militare, perciò contraeva o scindeva alleanze anche impopolari con le nazioni più potenti.
L’ultima di queste alleanze: il famoso patto d’acciaio con la Germania Nazista fu infausta per noi e l’Europa e fece perdere il trono a Vittorio Emanuele III, preoccupato di tutelare solo i suoi interessi dinastici. Comunque, prima che gli imperiali occupassero Udine, il nostro generalissimo ebbe l’accortezza di spedire a Padova, in treno, l’archivio militare di tutti i documenti riservati perché non cadessero in mano nemica.
Poi seguì le sorti della ritirata fino alla sua destituzione e la nomina del generale Armando Diaz, un gran signore napoletano di animo nobile, che risollevò il morale dell’esercito e li portò alla riscossa.
Messo in disparte, Luigi Cadorna fu riabilitato nel 1924 e promosso a Maresciallo d’Italia. Una severa inchiesta militare appurò che la rotta di Caporetto fu dovuta ai suoi inetti generali che avevano taciuto o informato mali il Comando Supremo, sulla situazione militare dei settori loro affidati. Luigi Cadorna se ne accorse perché le notizie fornite dai rapporti che gli pervenivano non collimavano con il quadro realistico basato sulle informazioni dei prigionieri di guerra, dei disertori,  e i nostri soldati sfuggiti alla prigionia e dal nostro servizio di spionaggio. La commissione accertò che il generale Luigi Capello, comandante della 2ª Armata, anziché trovarsi al suo comando, nonostante il pericolo incombente, se la spassava nelle case di intrattenimento per alti ufficiali, mentre il suo avversario Otto von Below (prussiano di Danzica con il sangue ribollente di spirito bellico) se ne stava tutti i giorni chino sul suo tavolino ad esaminare fotografie aeree, plastici orografici, carte topografiche del fronte per preparare nei minimi dettagli l’offensiva che stava per scatenare. Aveva perfino scelto le marce militari da suonare per l’entrata trionfale nelle città che avrebbe occupato. Lui ormai era sicuro di sé e così non potevano sfuggire alla sua mazzata.
Alfredo Orzan
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Servizio giornalistico di Alfredo Orzan
Networking di Elio Varutti
Banconote emesse dal Comune di Udine nel 1918, durante l'occupazione austro-tedesca. Fotografie da Internet. 
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Biografia di ALFREDO ORZAN
Alfredo Orzan, nato a Mossa, in provincia di Gorizia, nel 1930, visse a San Lorenzo Isontino. Si diplomò all’istituto magistrale “Scipio Slataper” a Gorizia nell’immediato dopoguerra.
Interruppe gli studi durante l’occupazione tedesca per paura delle Waffen SS, che facevano continue retate nelle scuole per scovare e deportare i figli dei partigiani e i ragazzi ebrei che si nascondevano sotto falsa identità, grazie al soccorso di tanti ignoti “giusti”. In questo periodo trovò occupazione, come apprendista, in un laboratorio di falegnameria che produceva mobili di lusso per i gerarchi nazisti.
Ripresi gli studi, dopo il diploma non riuscì subito a entrare di ruolo per la precedenza data agli esuli, agli ex combattenti e agli orfani di guerra e la provincia di Gorizia, territorialmente ridotta a un terzo con i nuovi confini, aveva pochi posti disponibili.
Così, dopo qualche saltuario impiego, per accumulare punteggio, dovette accettare incarichi annuali a Sacile, a Isili (Nuoro) e Saronno (Varese). Qui frequentò un corso serale di ragioneria per tenere la contabilità alle piccole aziende e arrotondare lo stipendio.
Finalmente, dopo sette anni di pellegrinaggio da una sede all’altra, vinse il concorso magistrale a Udine dove arrivò secondo su oltre un migliaio di concorrenti e venne assegnato alla scuola elementare “Ada Negri” nella quale insegnò (tranne pochi anni, per scambio di sede con la moglie) fino alla quiescenza. Fu in questa scuola che conobbe e sposò la collega Annamaria Loria e si stabilì in città dopo cinque anni di pendolarità in treno.
In gioventù, prima del matrimonio, nel suo Comune ricoprì diversi incarichi nell’ambito sociale. Fu il presidente dell’E.C.A. (Ente Comunale Assistenza), presidente del Patronato Scolastico e Giudice Conciliatore, più volte elogiato dal Pretore di Cormòns per la saggezza e la rapidità con cui                 dirimeva le controversie contribuendo così a sgravare la pretura dai contenziosi.
In Baldasseria arrivò nel 1975 e si ambientò subito. Fondò l’anno dopo insieme a Don Aldo Moretti e il collega e amico Aldo Cettul (anche lui goriziano) il numero unico della sagra, e sempre con Aldo Cettul e il maresciallo Pascolo anche “Su il cappello, portavoce degli alpini di Udine – sud” per il quale scrisse diversi articoli.

Nel 2013, in occasione del 790° compleanno della Città di Udine gli fu assegnata la dedica di benemerito udinese di origine foresta assieme con Nicola Borgo (sacerdote), Francesco Guidolin (allenatore dell’Udinese), Mario Tosoni (giornalista) e Lorenzo Ventre (medico).


Udine - Altre due immagini della scuola elementare di Via Arnaldo Piutti n. 156, oggi Centro socio riabilitativo educativo. Nel Novecento (verso gli anni 1970-1980)si chiamò anche scuola elementare "Maria Boschetti Alberti". Qui fu trasferito nel 1917 il Comando Supremo dell’esercito italiano, con il generale Luigi Cadorna. Oggi la scuola primaria "Maria Boschetti Alberti" è allocata in Via Baldasseria Media al civico numero 25.
Fotografie di Elio Varutti 2016