sabato 2 luglio 2016

Memorie italiane su Fiume, esodo 1947

Giovanni Lupetich mi telefona mentre sto buttando la pasta.  «Mio papà ha potuto parlarmi poco di Fiume e dell’esodo perché è morto quando ero bambino – mi dice – allora, posso avere notizie da lei sul Campo Profughi giuliani e dalmati di Udine?»

Fiume 1942. Edizioni G.P., Fiume. 
Collezione Conighi, Udine

Ecco com’è ormai l’approccio, nel mio caso, sulla questione del confine orientale d’Italia, dopo la seconda guerra mondiale. Altri discendenti di esuli delle terre perse mi contattano sui social network, per posta elettronica e cartacea.
Stanno scomparendo, per motivi demografici, i protagonisti diretti dell’esodo. Si parla di quei 350 mila italiani d’Istria, di Fiume e della Dalmazia, fuggiti dal 1943 al 1960 circa dalle loro case e dalle loro terre occupate dagli jugoslavi. Scappavano essi dalle prevaricazioni se non dalla violenza fisica dei titini. Se ne venivano via per la paura di sparire, di finire imprigionato o ammazzato nelle foibe. I miliziani di Tito realizzarono la pulizia etnica, oppure si vendicavano dei torti subiti sotto il fascismo, prendendosela con tutto ciò che fosse italiano.
Secondo una ricerca sociologica dell’Istituto di Sociologia Internazionale di Gorizia, pubblicata nel 2008, la prima generazione dell’esodo giuliano dalmata comprende i nati in quelle terre tra il 1916 e il 1951. La seconda generazione è formata, per quattro quinti, dai nati lontano dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia tra gli anni 1933 e il 1980, mentre solo un quinto è nato nei medesimi luoghi dei genitori. La terza generazione dell’esodo è costituita dai nipoti, ossia dai discendenti nati in Italia o all’estero dopo il 1960 e fino al 1989.
La seconda e la terza generazione dell’esodo puntano tutto sulla memoria. I discendenti degli esuli che, per motivi vari hanno saputo poco e hanno scarse notizie sulla propria famiglia sono in cerca di informazioni sui libri e da altre fonti. Hanno sete di storia e di memoria.

Renato Lupetich nel 1928 a Fiume. Fotografia Andrioni & Co, Fiume. (Collezione privata, Belluno). 
Per la Storia della fotografia del Quarnaro: nel 1914 Andrioni & Co è succursale di E. Jellusich, Fiume, Corso, 23.

Metto da parte la mia pastasciutta e rispondo al signor Lupetich. È contento perché è riuscito a trovare in una libreria di Via Piave a Udine il libro sul Centro di Smistamento Profughi che ho pubblicato nel 2007. Esso è esaurito dal 2013 presso la sede di Udine dell’ANVGD, ma varie copie sono disponibili presso la Biblioteca Civica “Vincenzo Joppi” di Udine, o in altre pubbliche biblioteche italiane.
«Ho letto sul suo libro di mio zio Nereo Lupetti – mi dice – che aveva cambiato il cognome secondo le norme fasciste, ma mio padre invece non ha voluto, perciò io sono un Lupetich, poi c’era anche lo zio Pietro Lupetti e il signor Marco Cerlenco, che era insegnante, nato a Fontane d’Istria nel 1896 e morto a Latisana nel 1973».
In effetti Nereo Lupetti, nel 1959, risulta parte del Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD, occupandosi specificatamente del settore assistenza, mentre Marco Cerlenco appare in veste di fiduciario per Latisana e Lignano Sabbiadoro del Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD nel 1955.
Il sodalizio dei profughi si occupava, in accordo con la prefettura, di oltre 200 esuli a Udine e di altri 300 nella provincia, per la maggior parte anziani. Quindi gli chiedo ciò che sa e se intende raccontarmelo. Incontrarsi non è così immediato, dato che egli vive a Belluno.
«Mio padre è venuto via da Fiume nel 1947 – risponde Lupetich – io sono nato a Udine nel 1953 e abbiamo vissuto a Latisana, in provincia di Udine».
Come si chiama suo padre?
«Era Renato Lupetich, nato a Fiume il 3 marzo 1900 e morto nel 1960, quando era direttore didattico a Palazzolo dello Stella, in provincia di Udine – precisa il testimone – mio padre si è laureato in Pedagogia all'Università di Urbino il 16 giugno 1955, col rettore Carlo Bo. Renato Lupetich era un “ufficiale postale”, poi legionario di D’Annunzio, come pure mio zio Nereo Lupetti. Essi sono citati in un libro di Amleto Ballarini, intitolato: Diedero Fiume alla patria».


Riconoscimento della qualifica di profugo per Renato Lupetich, nato a Fiume il 3.3.1900, rilasciata dalla Prefettura di Udine il 14.12.1948. (Agganciata sotto, in colore rosa): Tessera n. 1096 dell’Associazione Nazionale per la Venezia Giulia e Zara, sede di Udine, firmata dal presidente Carlo Leopoldo Conighi, per l’iscritto Lupetich Renato fu Giovanni “Profugo Giuliano” del 12 giugno 1947. Collezione privata, Belluno.

Posso sapere quale mestiere facesse suo padre a Fiume e i suoi antenati erano sempre di Fiume?
«Mio padre a Fiume aveva ricevuto il lasciapassare per recarsi a Sussak, sia nel 1928 che nel 1947, in quanto era esperto nelle traduzioni dei valori patrimoniali dal serbo-croato all’italiano – è la risposta di Giovanni Lupetich – era perito contabile e lavorava alla Raffineria di Olii Minerali Società Anonima, costruita tra il 1882 e il 1883 (ROMSA), dopo l’esodo fece il maestro a Pertegada, a Latisana e a Gorgo di Latisana, in provincia di Udine. Mio nonno, che si chiamava come me, era maestro falegname a Fiume. Pure il bisnonno Francesco Lupetich era di Fiume; il mio trisnonno faceva di nome Felice ed era marinaio».
Da una ricerca nel web, si legge che Felice Lupetich a Fiume era “marinaio di 2^ classe dei Regii Uffizj Capitanali di Porto”. Si veda lo Scematismo del Littorale Ungarico, edito nel 1838.
In una telefonata successiva gli chiedo qualcosa sulla parentela ed, eventualmente, qualcos’altro sui rimasti, ossia sugli italiani restati nelle loro case e terre, dopo l’avvento del potere di Tito.
Signor Lupetich, per caso, ha dei parenti sparsi per l’Italia o altrove? È mai andato a Fiume dopo l’esodo?
«Sì, ho degli zii ad Ancona e negli Stati Uniti d’America – mi dice – e sono andato a Fiume/Rijeka coi parenti quando avevo quindici anni dal 1968, perché abbiamo la tomba di famiglia a sarcofago a Cosala, fabbricata dai marmisti Grubesich, quando c’era l’Italia».
Ha dei conoscenti o parenti che sono restati a Fiume, dopo il 1945-1947?
«Sì, era il medico veterinario di Fiume. Si chiamava Stanko Veselić – risponde Giovanni Lupetich – poi c’erano suo fratello Milan Veselić e la sorella Zora Veselić».


Il maestro Renato Lupetich con le sue scolare di Latisana nel 1948-1949. Collezione privata, Belluno.

1. La memoria collettiva
Finisce così la mia intervista al signor Giovanni Lupetich. Per le mie ricerche egli è la fonte orale n. 258 sull’esodo giuliano-dalmata. Essi sono citati ed elencati nei libri ed articoli che ho scritto sul tema.
Ho iniziato a raccogliere le testimonianze in modo organico nel 2003, mentre era dal 1995 che ascoltavo i racconti riguardo alla biografia familiare dei Conighi di Fiume, annotandomi i particolari più curiosi, con un totale di 12 fonti diverse, tra i discendenti e gli affini. È altrettanto vero che sin da bambino sono stato a contatto con i figli dei profughi istriani, fiumani e dalmati, avendo abitato con la mia famiglia, in Via delle Fornaci, dove c’era uno degli ingressi al Centro di Smistamento Profughi di Via Pradamano. Giocavo con loro. Abitavano essi nelle stesse case popolari dove stavo io. E ho dovuto ascoltare le mamme del rione che ai propri bimbi capricciosi dicevano: “Sta bon, se no te fasemo magnar dai profughi!”. Ho conosciuto, peraltro, molti amici dei profughi; alcuni di essi sono stati pure da me intervistati. Mi hanno riferito dati, informazioni e hanno fatto da tramite per prendere contatto con esuli del borgo, della città o di altri luoghi.
Ho sentito i racconti dei profughi del mio quartiere quando mi dicevano che il loro padre aveva trovato, per l’ennesima volta in ufficio, un cartello con la scritta: “Morte ai profughi!”.
Forse è giunto il tempo di scrivere una Topografia degli italiani d’Istria, di Fiume e della Dalmazia. Intendo con ciò uno studio sociologico sulle orme del saggio di Maurice Halbwachs intitolato “La mémoire collective”, stampato nel 1950. Certo, la ricerca di questo sociologo francese mira in alto e mette in luce la spiegazione mitologica delle leggenda di Gesù. Le topografie da lui indagate si riferiscono alla Palestina.
Per i discendenti dei giuliani, dei fiumani e dei dalmati è sempre più importante la ricerca delle proprie ascendenze e dei luoghi di famiglia – la topografia, appunto – ove vissero, a volte per secoli, i propri antenati.
Memoria e oblio. Ecco due sfaccettature dello stesso magazzino delle informazioni di un organismo vivente. Poi c’è il fattore della interferenza; essa sorge quando le informazioni si contraddicono. L’interferenza crea pasticci nella successione temporale degli avvenimenti, creando ansia nell’individuo. In certi casi una forte nebbia avvolge le rimembranze. C’è comunque chi preferisce l’oblio. Meglio cancellare tutto e non riparlare di certi avvenimenti che ci provocano solo dolore.
Trieste, cartolina viaggiata e timbrata il 19 dicembre 1949, affrancatura con sovrastampa del Governo Militare Alleato Territorio Libero di Trieste, AMG-FTT(in inglese: Allied Military Government - Free Territory of Trieste). Collezione Lucio Barbarino, Udine.

2. Fonte 1, fonte 2… sull’esodo istriano
Ricordo ancora le mie prime interviste sull’esodo istriano. Era il 2003. Cercavo sicurezze scientifiche negli autori dei testi di ricerca sociale studiati all’Università di Trento. Mi sono basato soprattutto sull’esperienza acquisita, facendo indagini socio-economiche e socio-psicologiche con la stessa università, con l’Istituto di Sociologia Internazionale di Gorizia (ISIG) e con altri istituti di ricerca. Ritengo che mi abbia aiutato non poco nelle relazioni sociali il ruolo di giornalista pubblicista che ho svolto per alcune testate giornalistiche locali
Avevo ricevuto l’incarico specifico dalla Commissione Istruzione, Cultura e Partecipazione della Circoscrizione n. 4 - Udine Sud, del Comune di Udine, di cui facevo parte. Il titolo della ricerca era: “Il Campo Profughi Istriani di Via Pradamano a Udine”. La Commissione si riuniva nella sede circoscrizionale, proprio in Via Pradamano al civico numero 21, dove operò il Centro di Smistamento Profughi più grande d’Italia, dal 1945 al 1960, ma questo lo scoprii durante le ricerche.
Ho registrato alcuni momenti critici. Certi intervistati non hanno consentito la divulgazione del proprio nome e cognome, certuni nemmeno in sigla. In cinque o sei casi ho scelto di interrompere l’intervista, scusandomi con il testimone, per il dolore arrecato dal rimestare nei tremendi fatti accaduti (familiari gettati nelle foibe). Ho sentito racconti riguardanti i profughi italiani delle terre perse al confine orientale su suicidi, ricoveri in manicomio e, addirittura, di stupri. Erano fatti sconvolgenti sui quali ho promesso di non dare i nominativi.



Belluno - Il Monumento alle Vittime delle Foibe nel piazzale della stazione ferroviaria, divenuto anch’esso: Piazzale Vittime delle Foibe. Inaugurazione del 10 febbraio 2016

Ho assistito ad alcune interviste di gruppo non programmate. Nel senso che prendevo appuntamento con una fonte e mi ritrovavo quattro o cinque esuli al tavolo dell’intervista. I più simpatici sono stati un gruppo di italiani di Pinguente. Alla fine dell’incontro hanno tirato fuori una bottiglia di Malvasia, quattro pezzi di formaggio e abbiamo fatto un brindisi. In altre case ho bevuto decine di caffè.
Desideravo ascoltare la testimonianza di una signora di Rovigno e mi son trovato di fronte tutta la famiglia schierata, con tanto di genero e nipoti minorenni. Penso sia stato un buon collante per essere accettato come ricercatore l’uso del dialetto veneto, appreso in famiglia avendo una nonna veneziana. Ho provato a parlare dialetto sin dalle prime interviste, intercalando l’italiano. Qualcuno addirittura mi chiedeva di dov’ero, dando per scontato che pure io fossi profugo, o figlio di profughi istriani. La figlia di una esule intervistata su una certa risposta di sua mamma alla mia domanda, se ne è uscita con questa frase: «Mama, questo no te me gà mai contado!»
Per le mie ricerche gli esuli mi hanno dato fotografie, documenti di espatrio, cartoline, certificati di battesimo, fogli di congedo, lettere, diari, articoli di giornale, libri e vari cimeli di famiglia. Col loro consenso ho fotografato tutti questi tasselli della memoria. Li ho riprodotti nelle pubblicazioni, nelle ricerche scolastiche e li ho mostrati in diapositiva negli oltre 50 incontri pubblici che ho tenuto, dal 2004, in Friuli Venezia Giulia e in Veneto, soprattutto per il Giorno del Ricordo
La prima fonte in assoluto è stata, per la verità, un’amica dei profughi. Si tratta della signora Quinta Cicerchia vedova Mencarelli, nata a Fossombrone (Pesaro) nel 1922; si tratta di una mia vicina di casa. Mi ha fatto ricordare tutti gli istriani e dalmati che abitavano vicino a noi. È da loro che ho iniziato a fare domande sull’esodo. La seconda intervistata è Cristina Dilena in Benolich (Gorizia 1949-Udine 2004), amica di infanzia. «Io un profugo me lo sono sposato – mi ha detto la signora Dilena – e da bambina, avrò avuto 7-8 anni sono venuti a cercarmi a casa i figli dei profughi, amici di giochi, perché volevano che io andassi a vedere ‘televizija’ in campo, dato che le autorità avevano appena comprato una televisione per lo stesso Campo Profughi».
L’intervistata n. 5 è la signora Alma Visintin vedova Benolich, nata nel 1936 a San Giovanni di Portole, in presenza del figlio Fiorentino Benolich nato a Umago nel 1957. «In Campo di Via Pradamano a Udine si aveva letto a castello con una branda vicino a noi – mi ha raccontato la signora Visintin – io e mio marito Valentino col piccolo Fiorentino siamo venuti via col lasciapassare e non siamo più ritornati. Era il 20 maggio 1958 e al 20 luglio 1958 ci hanno destinato al Campo Profughi di Altamura, dove la gente del posto aveva avvelenato l’acqua. Meglio el Campo de Udine piuttosto de San Sabba de Trieste, lì de la Risiera, dove no se podeva neanche uscir per passeggiata. Siamo venuti via senza bagaglio se no te rimandava dendro i graniciari. Go ancora la borsetta de quando son passada, la tegno per ricordo. No si salutava nessuno se no i fazeva la spia e no te podevi partir. Mia sorella Maria, il cognato Marcello e il bimbo no se passadi subito, solo dopo un po’ de ore e i doganieri slavi se gà tignudo 16 mila dinari. Mia sorella Bruna è passata nel 1948 a Muggia, gà domandado a un edicolante i schei per l’autobus per andare a Opicina dove jera una zia e lui ghe gà dado anche i schei per un caffè».
C’è chi è scappato da Zara nel 1943, come il signor Bruno Perisutti, intervistato n. 16. «Con la mia famiglia eravamo ospiti ad Ajello del Friuli – ha detto Perisutti – poi al Campo Profughi c’erano gli inglesi e ogni settimana ci davano un pacco col sapone e altri generi fino al 1947, in campo è passata anche una mia zia, è stata lì tre mesi poi l’hanno mandata al Campo Profughi di Tortona, provincia di Alessandria, poi ero in Via delle Fornaci a Udine nelle case popolari».


Fiume, 13 agosto 1937 - Asilo Casette Operaie. 
Collezione Conighi, Udine

È stato il professor Stefano Perini a comunicare alcuni dati sul Comune di Ajello del Friuli riguardo ai profughi italiani d’Istria, di Fiume e della Dalmazia nel 1945, durante una manifestazione pubblica al Liceo Classico “J. Stellini” di Udine, tenutasi il 22 aprile 2016. «Nel 1945 ad Ajello del Friuli – ha detto Perini – c’erano 110 profughi italiani di Zara e molti altri dell’Istria nel 1946». Sono queste le prime forme di accoglienza riservate a quelli che, con notevole paradosso, sono esuli in Italia (in patria), senza che sia loro riconosciuto il fatto di essere una parte integrante della Storia d’Italia.
Alcune fonti orali hanno sorvolato su alcuni tristi particolari. Ad esempio la signora Maria Chialich, nell’intervista n. 22, non mi ha detto di avere avuto ben sette parenti uccisi nella foiba. L’ho saputo nel 2010, da altri parenti intervistati e, confermato, dalla segreteria dell’ANVGD di Udine e dall’ingegnere Silvio Cattalini, presidente dal 1972 del sodalizio udinese (fonte n. 19). Cattalini, da me contattato per informarlo della mia indagine storico-sociologica mi ha accolto fraternamente e da subito mi ha permesso di condurre alcune interviste nella stessa sede dell’Associazione, presentandomi ai soci disponibili ad essere sondati.  «Siamo venuti via nel 1957 – ha detto Maria Chialich, di Dignano d’Istria – e mio zio Giuseppe Gonan se gà fermado in Campo Profughi de Udine, poi semo andadi a Imperia. Jera tanta gente in campo e anche jera la ciesa de campo».
Ho ascoltato la signora Elvira Dudech di Zara (fonte orale n. 24), che abitava nel mio quartiere a Udine. La incontrai varie volte nel borgo ed ogni volta che mi rivedeva voleva raccontarmi un altro pezzo della sua vita nei Campi Profughi. «Semo vignudi via da Zara nel 1948 con mio fratello Arturo fino al Campo Profughi di Ancona – ha riferito la signora Dudech – poi per quattro anni e mezzo eravamo al Campo de Laterina, in provincia di Arezzo, anche i cugini jera in campo, poi altro campo de Chiari, in provincia de Brescia e poi a Roma con mia sorella, in campo jera fioi che i pianzeva, i voleva la casa e le mame diseva: no gavemo più la casa».
Secondo il mio modesto parere, certe interviste sembrano dei piccoli poemi di umanità.
Fiume, Chiesa di San Romualdo e Ognissanti, nel cimitero di Cosala, detta pure Tempio votivo, eretta su progetto dell’architetto Bruno Angheben del 1934. Cartolina stampata per il 2° raduno degli Esuli del Quarnaro, svoltosi ad Ancona il 16 settembre 1956.  


RINGRAZIAMENTI E FONTI ORALI
Ringrazio sentitamente il signor Giovanni Lupetich, con padre di Fiume. Egli è nato a Udine nel 1953 ed è residente a Belluno; è stato da me intervistato al telefono il 10-14 giugno, il 7 agosto 2016, oltre ad un contatto faccia a faccia del 1° settembre 2016, verificatosi a Udine assieme a sua figlia Marianne Lupetich.
Nello stesso mese di giugno 2016 egli ha avuto anche vari contatti telefonici con la segreteria dell’Istituto “B. Stringher” di Udine, per ricevere il libro Ospiti di gente varia. Cosacchi, esuli giuliano dalmati e il Centro di Smistamento Profughi di Udine 1943-1960, edito nel 2015.
Sono riconoscente alle seguenti persone intervistate all’inizio delle mie ricerche sull’esodo giuliano dalmata. Le interviste si sono svolte a Udine, in casa degli interessati con taccino, penna e macchina fotografica a cura dello scrivente. Talvolta ho provato a registrare la voce, con il permesso del testimone, ma ciò che veniva raccontato era molto soffuso, rispetto al racconto ricopiato con carta e penna. L’effetto di autocensura è ancora più evidente nelle interviste video-registrate, mentre il soggetto si dilunga su particolari insignificanti e fuorvianti, mescolando fatti di allora con la contemporaneità. Tali tecniche di ripresa del sonoro e delle immagini sono state abbandonate nella gran parte delle successive interviste, nonostante siano piuttosto apprezzate dai docenti universitari di Storia.
1)      Silvio Cattalini, Zara, 1927, intervista del 22 gennaio 2004. 
2) Quinta Cicerchia vedova Mencarelli, Fossombrone, provincia di Pesaro, 1922, intervista del 23 dicembre 2003, vive a Udine.
3)      Cristina Dilena in Benolich (Gorizia 1949 - Udine 2004), int. del 23 dicembre 2003; è vissuta a Udine.
4)      Alma Visentin vedova Benolich, San Giovanni di Portole, 1936, int. del 27 dicembre 2003, in presenza del figlio Fiorentino Benolich, Umago, 1957, con i saluti di Leonora, una istriana vicina di casa, dispiaciuta di non poter assistere all’intervista per la malattia del marito.
5)      Bruno Perisutti, Zara, 1936, int. del giorno 11 gennaio 2004, vive a Udine.
6)      Maria Chialich vedova Pustetto (Dignano d’Istria, 1919 - Udine 2010), int. del 27 gennaio 2004.
7)      Elvira Dudech (Zara, 1930 – Udine 2008), int. del 28 gennaio 2004.


Carlo Ferruccio Conighi (Fiume 1912 - Roma 1998)La nonna di Fiume, 11 novembre 1932, matita su carta, cm 33 x 41. Collezione Conighi, Udine

BIBLIOGRAFIA ORIENTATA
- Amleto Ballarini (a cura di), Diedero Fiume alla patria (12/9/1919 Marcia di Ronchi - 27/1/1924 Annessione  all'Italia), Società di Studi Fiumani, Roma, 2004.
- Alberto Gasparini, Maura Del Zotto, Antonella Pocecco, Esuli in Italia. Ricordi, valori, futuro per le generazioni di esuli dell’Istria-Dalmazia-Quarnero, ISIG-Istituto di Sociologia Internazionale di Gorizia, ANVGD-Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia, Gorizia, 2008.
- Maurice Halbwachs, La mémoire collective, Parigi, Les Presses Universitaires de France, 1950.
- Scematismo del Littorale Ungarico, Fiume, Tipografia Regia Governiale, 1838.
- Elio Varutti, Il problema del confine orientale nella storia italiana, [S.l. : s.n.], 1997-98. - 12 p.; ill.; 30 cm., Tesi di perfezionamento presso l'Università degli Studi di Udine, Corso di perfezionamento per la formazione degli insegnanti delle scuole secondarie.
- Elio Varutti, Il Campo Profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo 1945-2007, ANVGD, Comitato Provinciale di Udine, 2007.
- Elio Varutti, Cara maestra, le scrivo dal Campo Profughi. Bambini di Zara e dell’Istria scolari a Udine. 1948-1963, «Sot la Nape», Udine, LX, n. 4, otubar-dicembar 2008, pp. 73-86. (Clicca qui per la versione nel web con il titolo medesimo).
- Roberto Bruno, Elisabetta Marioni, Giancarlo Martina, Elio Varutti, Ospiti di gente varia. Cosacchi, esuli giuliano dalmati e il Centro di Smistamento Profughi di Udine 1943-1960, Istituto Statale d’Istruzione Superiore “B. Stringher”, Udine, 2015. (Si può cliccare qui per la versione nel web con lo stesso titolo).

SITOLOGIA
Specificatamente ho scritto nel mio blog i seguenti articoli su Fiume e sugli italiani in fuga dalla loro città dal 1943 sino agli anni cinquanta.

- Fiume, 1945. Compagno Zutti, libera il mio papà.

Quella vecchia zia di Pola. Un racconto sull’Istria e sull’esodo a Firenze.

UN PROGETTO SCOLASTICO
Classe 5^ C turistica Istituto "B. Stringher" Udine, Maieta istriana, installazione con maglia di cotone (Collezione privata Gradisca d’Isonzo), carta, pietra e borraccia militare italiana del 1940-’45 (Collezione privata, Udine), dicembre 2011, a cura del professor Elio Varutti.

Maieta istriana, testo plurilingue

Maglia dell’Istria del 1955 aggiustata dalle zie e dalla nonna.

Malla de Istria de 1955 se ha ajustado a sus tías y su abuela (Spagnolo).

Jumper from Istria dated 1955 repaired by grandmother and aunts (Inglese).

Pull de l’Istrie de 1955 reparé pour les tantes et le grand-mère (Francese).

Bluse aus Istrien aus dem Jahr 1955 von den Tanten und von der Grossmutter reparient (Tedesco).

Triket e Istriës e 1955 ishin të punuara nga Tezet dhe nga gjyshja (Albanese).

Maiute istriane dal 1955 justade des agnis e de none (Friulano).

Maieta istriana del 1955 agiustada da le zie e da la nona (Istriano).