venerdì 24 giugno 2016

Marconi spiega il Monumento alla Resistenza di Udine

«Mia mamma restò male quando i tedeschi, dopo l’8 settembre 1943, ci hanno requisito la casa di Via Cairoli 1, a Udine così, portati un po’ di mobili in un magazzino, siamo finiti sfollati a San Vito al Tagliamento, presso dei parenti». Con queste parole Federico Marconi, classe 1932, architetto allievo e collaboratore di Gino Valle, si è raccontato in pubblico il 21 giugno 2016.

L'architetto Federico Marconi, giacca e cravatta, spiega il Monumento alla Resistenza. Fotografia di Elio Varutti

L’occasione per sfoderare la memoria gli è stata fornita dal Fondo Ambiente Italiano (FAI) in una meritoria iniziativa per la cittadinanza: spiegare il Monumento alla Resistenza. È stata Laura Stringari, capo delegazione del FAI di Udine, ad aprire l’incontro per i soci e per gli interessati. L’intelligente evento si è svolto nel tardo pomeriggio presso l’area del Monumento alla Resistenza, in Piazzale XXVI Luglio a Udine.
Udine, 25 aprile 1969 - Inaugurazione del Monumento alla Resistenza. Fotografia ripresa da Alessandro Rizzi, nel gruppo di Facebook "Sei di Udine se..."

Così quasi 150 dopo che i primi reparti di cavalleggeri del Regno d’Italia entravano a Udine, per unificarla alla nazione, un gruppo di trenta persone si acculturava sulle bellezze museali grazie al FAI. Era proprio il 26 luglio del 1866. Tutto avvenne senza entusiasmi, come annotarono le autorità dei Savoia. È ben vero che c’erano stati i moti mazziniani del 1864, dove furono coinvolti diversi giovani friulani, appartenenti a varie classi sociali. La Udine del Novecento ha intitolato un parcheggio sotterraneo a quell’Antonio Andreuzzi che fu a capo di una delle bande di rivoltosi mazziniani negli scontri di Navarons contro i gendarmi austriaci. A contarla tutta, Udine è piena zeppa di toponimi dedicati al Risorgimento; basta cercare.
Torniamo a Federico Marconi e alla sua magistrale illustrazione del Monumento alla Resistenza. «Io sono un sopravvissuto – ha detto Marconi, schernendosi – perché gli altri autori di questo monumento sono già morti». Gli altri progettisti sono Gino Valle con il paesaggista belga Gissel. Fu proprio il trio Marconi-Valle-Gissel con l’aggiunta dello scultore Dino Basaldella a vincere il concorso del Comune di Udine nel mese di aprile 1959, su 33 progetti presentati. Pochi di architetti.
Fotografia sopra: una delle quattro fasce quadrangolari con la scritta di Calamandrei, il Tempio Ossario sullo sfondo e (sotto) la scultura di Dino Basaldella: Monumento alla Resistenza, 1968-1969.
Fotografie di Elio Varutti

La concorrenza era forte. Ad esempio lo scultore Renato Marino Mazzacurati, secondo certa critica cinghia di trasmissione del PCI, aveva proposto una montagnola coi partigiani tesi a conquistarla. Molti altri progetti erano figurativi e plastici. Alcuni facevano il verso, o si accostavano al realismo socialista. «Rispetto allo spazio di questa rotonda col traffico veicolare intorno – ha precisato Marconi – ogni idea artistica scompariva, perché questa è una piazza grande e con altre opere di grande imponenza, come il Tempio Ossario».
A chi venne l’idea di fare un monumento ai partigiani? «Facciamo un passo indietro – ha detto Marconi – tutto cominciò nel 1958, quando il sindaco Giacomo Centazzo e la sua giunta vollero dedicare un monumento alla Resistenza nella rotonda di Piazzale XXVI Luglio, davanti al Tempio Ossario, così fu indetto il concorso senza grosse restrizioni».

A questo punto c’è un’aggiunta dello scrivente. Si pensi che nel 1959, qualcuno delle ultime ondate di profughi giuliano dalmati, in fuga dalle prevaricazioni titine, fu messo a dormire nella cripta del Tempio Ossario. Succedeva che il Centro di Smistamento Profughi di Via Pradamano fosse stracolmo e allora i nuovi arrivi finivano accolti in questo modo abborracciato. Vedi in merito: «L’Arena di Pola» del 28 aprile 1959.
Un altro passo indietro è stato fatto dall’architetto Marconi, per descrivere la nascita del Tempio Ossario, dato che è opera di Provino Valle, padre di Gino. Nata come nuova chiesa di San Nicolò, dopo la Grande Guerra, fu trasformata sotto il fascismo in un tempio per i caduti, con l’intervento dell’architetto Edoardo Limongelli. Era il 1930 e le autorità fasciste vollero concentrare i resti di 25 caduti di guerra, dei quali 5 mila ignoti, sotto un unico sacrario. Fu scavata una profonda cripta adatta all’uopo. Nel 1938 intervenne addirittura Mussolini ad inaugurare la costruzione con la facciata terribilmente disadorna. Ci pensò l’ufficio di propaganda fascista a preparare un bel fotomontaggio col duce in primo piano, dopo il 1940, anno della consacrazione al culto con la facciata odierna, abbellita dalle quattro imponenti statue militari.
Udine, Il Piazzale XXVI Luglio nel 1969 - Foto da Internet

La cupola del Tempio Ossario si scorge da varie parti della città, tanto è grande. È alta 60 m, con una base quadrata di 21 m. Proprio a 21 m corrisponde il lato della fascia quadrangolare del monumento progettato da Valle-Marconi, eretto nel 1968-1969.
Già perché il Consiglio comunale di Udine impiegò ben dieci anni prima di dare il via ai lavori di cantiere. Missini e liberali fecero il diavolo a quattro pur di contrastare l’opera, ma con scarsi risultati. Ci mise lo zampino pure la stampa locale, rimestando nel torbido. Furono amplificate le polemiche, anche quelle più sterili, creando un certo astio popolare nei confronti dell’opera giudicata dalla critica d’arte come innovativa.
Ricordo anch’io come la gente comune nelle chiacchiere d’osteria lamentasse il fatto che «al posto de quel bruto cubo de cemento xera mejo far una scuola, un reparto de ospedal o un zardin».
Centazzo era morto nel 1960 e, al suo posto, c’era il sindaco Bruno Cadetto, che sette anni dopo ruppe gli indugi, decidendo di fare questo contestatissimo monumento. Fu costruito in un anno e mezzo. Non è costato molto, perché c’è cemento grezzo. «Sono costate molto le scandole di pietra della fontana – ha spiegato Marconi – perché solo così si ha l’effetto delle cascatelle dei rivoli di montagna dove erano forti i partigiani. Poi guardando in alto si vedeva il cielo racchiuso dalla cornice quadrata sorretta da tre pilastri. Ne abbiamo messi solo tre per dare spazio alla fontana. Sulla cornice quadrata di cemento c’è una frase storica di Pietro Calamandrei, uno dei padri costituenti. Poi c’è la scultura di Basaldella, costruita col ferro di una locomotiva, vedete quella parte tondeggiante è il muso di una vecchia locomotiva ed altri pezzi di fonderia. Poi ci sono le piante basse che ricordano tutta la vegetazione della regione, dal Carso alla Carnia, dove marciavano i partigiani».

Tra il pubblico si è notato anche il signor Maurizio Corrado, in rappresentanza della sezione ANPI città di Udine “Giovanni Spanghero”. È stato lui a ricordare agli intervenuti dove era il palco delle autorità il 25 aprile 1969, giorno dell’inaugurazione ufficiale del Monumento alla Resistenza. «Era in quello spazio lì, io ero presente con mio padre – ha indicato il signor Corrado la zona dove oggi c’è il bar Ai Bagni – c’era il primo ministro Mariano Rumor, poi Luigi Longo, per il Corpo Volontari della Libertà e Fermo Solari, oltre al sindaco Bruno Cadetto, poi da Via Duodo giunse un corteo di Lotta Continua con lo striscione che diceva, se ricordo bene, ‘Questa Repubblica non è nata dalla Resistenza’, in prima fila c’erano Toni Capuozzo, Ferruccio Montanari e Gianna Malisani».
Federico Marconi ha poi parlato alle singole persone che gli rivolgevano domande più specifiche. Non ha nascosto la sua esecrazione per il nazismo. Del resto come potevano essergli simpatici i tedeschi, dato che la sua famiglia venne sloggiata una seconda volt dalla casa di San Vito al Tagliamento, presso la quale si erano sistemati, dopo essere sfollati da Udine? Anche nell’abitazione di San Vito dovevano piazzare un comando tedesco o delle Waffen SS. E cosa dire dei conoscenti e dei parenti finiti nei campi di concentramento?

Era dal 1946 che a Udine c’era la fissazione di costruire case. La fissa non era solo del sindaco Giacomo Centazzo. Dopo la guerra e i bombardamenti anglo-americani c’era effettivamente una gran fame di case. La gente, non solo i profughi istriano dalmati, viveva nelle baracche di San Rocco, di San Domenico e di Via Cividale. Oppure vivevano nella bidonville del Villaggio Metallico di Via Monte Sei Busi (passato agli zingari dopo il 1960) e, perfino sotto il Cavalcavia Simonetti.
C’era una gran voglia di abbattere gli edifici colpiti dalle bombe. Si volevano tirare giù pure le case vecchie, qualche cinema Liberty e tutto ciò che era antico. Il sindaco Centazzo e la sua giunta, ad un certo punto, presi dal furore distruttivo, intendevano demolire l’intero isolato della farmacia Beltrame in Piazza Vittorio Emanuele II o, come fu denominata dopo lo sfrecciare delle autoblinde neozelandesi del 1945, Piazza Libertà. Ai tempi della Serenissima Repubblica di San Marco: Piazza Contarena.
Era il 1955 circa. Fu così che tre studenti sbarbatelli di architettura scrissero una lettera al direttore del «Messaggero Veneto» in difesa delle antiche case. Esse furono salvate. Il sindaco cambiò idea uno dei tre studentelli era Federico Marconi. Noi oggi abbiamo la Piazza Libertà con edifici storici e anche qualche casa, negozio o ufficio in quell’antico agglomerato che sorge sul fronte meridionale della Loggia del Lionello.


Laura Stringari, capo delegazione del FAI di Udine, al centro con le maniche corte, apre l'incontro presentando l'architetto Federico Marconi il 21 giugno 2016

Targa esplicativa dell'opera

Udine 25 aprile 1969, sfilata dei labari dei Comuni medaglia d'oro, per l'inaugurazione del Monumento alla Resistenza. Fotografia ripresa da Alessandro Rizzi, nel gruppo di Facebook "Sei di Udine se..."

Udine 25 aprile 1969, Sfilata delle bandiere delle formazioni partigiane. Fotografia ripresa da Alessandro Rizzi, nel gruppo di Facebook "Sei di Udine se..."