sabato 21 marzo 2015

Annalisa Vucusa sugli esodi

Cambiano le scritture dell'esodo. C’è un’aria nuova nella letteratura dell’esodo giuliano dalmata. Se ne è avuta conferma alla presentazione dell’ultimo libro di Annalisa Vucusa, intitolato “Zahra, fiore dei Saharawi e altre storie d'identità”, edito nel 2014, da Pentalux Associazione di Volontariato Onlus “Maurizio Chittaro” di Fontanafredda, provincia di Pordenone. L’incontro si è tenuto il 18 marzo scorso presso la Sala parrocchiale di Vicolo Sillio n. 4/b a Udine, per l’organizzazione dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine. In questo volume ci sono quattro racconti sull’identità e sull’esodo, compreso quello di nonno Bepi, che da Zara bombardata si spostò a Lussino e poi ancora in altri paesi d’Italia.

Udine, 18 marzo 2015 - Marisa Duca, Annalisa Vucusa e Elio Varutti alla presentazione di Zahra fiore dei Saharawi in vicolo Sillio, Fotografia di Giorgio Gorlato

Proprio a nome dell’ANVGD ha aperto i lavori Savina Fabiani, segretaria del Comitato Provinciale udinese, essendo assente per malattia l’ingegnere Silvio Cattalini, presidente del sodalizio dal 1972. Marisa Duca ha effettuato una toccante presentazione del volume della Vucusa, con la fine lettura delle pagine più significative. Ha ricordato che il testo nasce da una serie di viaggi che l’autrice ha effettuato per motivi di volontariato in Africa (Algeria – dove è esule il popolo Saharawi, appunto e Etiopia) e in Asia (India, con passaggi in un’enclave tibetana). La Vucusa tiene sempre a mente lo sradicamento vissuto in prima persona, dopo il 1945, per l’esodo subito dalla propria famiglia italiana, originaria di Zara. Oggetto del libro è il viaggio, dunque, inteso come esperienza emozione, secondo le ultime interpretazioni della moderna Tecnica turistica. Emozioni intense e acuto scavo psicologico scaturiscono dalla lettura di questo interessante volume.

Poi è intervenuto il professor Elio Varutti, del consiglio direttivo dell’ANVGD di Udine. “La letteratura dell’esodo giuliano dalmata, dopo la seconda guerra mondiale – ha detto Varutti –, è stata di due tipologie: la prima, con grande diffusione, con autori come Tomizza, Madieri, Sgorlon, Magris, Bettiza e la seconda con edizioni di piccolo calibro, con autori di diari, memoriali e scritti miscellanei di ricordi, di brani storia, frammisti alle recriminazioni contro l’Italia matrigna, che talvolta, se non spesso e volentieri, ha accolto in malo modo gli esuli. Col nuovo millennio c’è stato un grande cambiamento, anche per l’introduzione della legge sul Giorno del Ricordo  (2004), che ha spinto molti esuli ad aprirsi e a parlare della loro esperienza, senza le remore e le paure di prima della Caduta del Muro di Berlino, del 1989. Tra gli altri sono da ricordare autori come Anna Maria Mori, Gianni Oliva, Mauro Tonino, Simone Cristicchi ed Annalisa Vucusa”.

Marisa Duca, Annalisa Vucusa e Elio Varutti, foto di G. Gorlato 

I fatti dell’esodo giuliano sono trattati in modo nuovo e non solo dai fautori dell’esilio stesso o dai loro discendenti, ma da altri autori, che hanno conosciuto tali fatti storici dai libri, dai racconti delle fonti orali, da qualche programma televisivo. Alcuni scrittori hanno scelto una dimensione europea, una serenità di fondo, il profugo di ieri e quello di oggi (il quadro internazionale addirittura), non l’animosità che si ritrova negli autori, un po’ autoreferenziali, come Flaminio Rocchi, che tuttavia resta un classico, nonostante alcuni errori.

Il volume Zahra, fiore dei Saharawi è già stato presentato con successo, tra il 2014 e il 2015, alla Biblioteca civica di Udine, a Pagnacco, Ronchis, Tavagnacco, Remanzacco, Villalta di Fagagna, a Pordenone e a Toppo di Travesio, in provincia di Pordenone, oltre che a Radio Spazio, voce del Friuli. Pare opportuno ricordare che i proventi della vendita di questo libro saranno interamente devoluti per i progetti dell’Associazione Pentalux, Onlus nata nel 2002, che si occupa di portare aiuti in due zone dell’Africa, in Burkina Faso e in Algeria dove si trovano i campi profughi Saharawi, un aiuto soprattutto sanitario riguardante le problematiche ottiche.
La Vucusa, nata a Vimodrone, in provincia di Milano, nel 1949 da genitori di Zara, è stata un’insegnante. Dopo una raccolta di poesie intitolata “Sprazzi di luce”, del 1999, si è presentata al pubblico friulano e nazionale con “Sradicamenti”, nel 2001. Tale volume è stato molto apprezzato per gli squarci di famiglia raccolti nella casa di Zara dalla mamma, dai nonni e nelle case dell’esodo. Metteva subito in luce quello che pare il futuro della letteratura dell’esodo. Esaltava cioè le figure speciali di dalmati e di istriani, come la cantante lirica Maria Sala, apprezzata in Argentina, figlia di costruttori zaratini.

Altre immagini dell'incontro di Udine sugli esodi. Sotto: una parte del pubblico presente - fotografie di Fulvio Pregnolato 


Altri talenti istriano dalmati da non scordare sono Giorgio Luxardo, Ottavio Missoni, Nino Benvenuti, Joe Bastiancich,  Agostino Straulino e così via. Oggi si potrebbero aggiungere altre eccellenze: Sergio Endrigo, Uto Ughi, Alida Valli, Laura Antonelli, fino a scendere sul piano locale con Ovidio Bernes, Luciano Floramo, Fiorenzo Cliselli e Licio Damiani. 
Eccellere nelle arti o nella comunità d’adozione è stato come trovare una nuova identità per questi italiani d’Istria, di Fiume e di Dalmazia. Già, perché come racconta la Vucusa mediante un suo personaggio autobiografico di Zahra, fiore dei Saharawi, “nella scrittura Chiara aveva trovato la sua identità e la sua casa” (pag. 93).

L'evento descritto era stato annunciato dal Messaggero Veneto del 17 marzo 2015. Con lievi varianti, questo  articolo  è comparso  nel  web anche  nel  sito  www.infofvg  del 23 marzo 2015;  per  leggerlo  clicca QUI. Poi è stato ripreso dal sito di Arcipelagoadriatico.it .
La notizia, infine, è stata ripresa e rilanciata nel sito nazionale dell' Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia e inserita in Facebook nel profilo del medesimo sodalizio degli esuli giuliano dalmati.

venerdì 20 marzo 2015

I platani del vial de Palma, Udine 1960-1965

Da bambino mi è capitato di accarezzarli, i platani. Col loro tronco possente e la corteccia così fragile. Con quei nodi, improvvisi e solenni, grossi come dei bubboni. Con quei mimetismi lobati della parte esterna del fusto. Oh, che bei colori! Mi fanno ancora sognare, per la varietà di toni marrone, grigio e verde. Mi vengono in mente i grigi infiniti dei quadri di Afro Basaldella.
I platani sono quelli di Udine in Viale Palmanova, detto pure “Vial de Palma”, in dialetto udinese, oppure “Viâl di Palme” in friulano. Per i più vecchi è “la strade par Palme”. Ci ho giocato attorno per tanti anni. Con gli altri bambini della zona abbiamo costruito certe capanne di rami e fogliame, vicino ai platani. Giocavamo di pellerossa e di guerra. Ci si riferiva alla Seconda guerra mondiale.

Udine, piazzale Palmanova, vecchio toponimo di piazzale D'Annunzio o Porta Aquileia. Cartolina del 1938

Uno più grande di noi, Enrico, una volta si fermò vicino ai platani e alle nostre capanne. Eravamo tutti maschi, dai dieci ai tredici o quattordici anni. Enrico ci disse che alla nostra età, lui andava già a ragazze. Veramente disse: “Cosa fate qui, con quelle piume in testa, come dei cretini, piuttosto andate in cerca di femmine!”. Mi sembra di aver letto che l’educazione sessuale può essere trasmessa da diverse agenzie pedagogiche. Enrico, per noi bambini, si è dimostrato una spavalda agenzia pedagogica. Così, secondo lui, dovevamo abbandonare i nostri bei costumi da pellerossa, per andare a donne.
Certo, qualcuno di noi aveva delle miserabili penne di colombo, attorno alla testa, tenute da vari nastri colorati. Essi nastri venivano asportati artatamente dai cesti di sartoria che molte mamme di Via delle Fornaci avevano poiché, per arrotondare il magro reddito familiare, si occupavano di piccoli lavori da sarta, come molte mamme istriane. Quelli con le penne di piccione venivano considerati dei giovani guerrieri. Ci si arrangiava con ciò che si trovava vicino ai platani. Qualche altro fortunato aveva i copricapo alla Toro Seduto, con una corona di penne nere di corvo imperiale, oppure marroni di poiana. Io avrei dovuto lasciare lo scudo che mi ero dipinto a colori vivaci, come quelli delle antiche civiltà mesoamericane, per cercare le femmine e il sesso? A volte è proprio strana l’educazione sessuale.
Altra storia è quella di Daniele. Era uno della banda di Via dei Medici, un gruppo piccolo e male organizzato. Daniele quando era bambino a scuola leggeva sempre. Anche quando la maestra faceva la sua lezione, lui leggeva, perché gli piaceva tanto. Con lui giocavamo di “indiani e cow boys”. Una volta la mia banda riuscì a farlo prigioniero nel nostro territorio, dove la sua ghenga aveva osato scorrazzare, con grida di guerra Sioux. 
Con un vecchia corda lo avevamo legato ad un albero, come un vero prigioniero. Era pure a torso nudo e con i segni di guerra sul viso. L’abbiamo liberato solo verso sera, quando sua madre era venuta a cercarlo, oltre i platani. Gridava il suo nome come un’ossessa. E gli prometteva: “un tango di chei che tu ti visarâs”. Mi ricordo, che poi lo pestò proprio per bene, perché non riusciva a trovarlo. Mi dispiace ancor oggi per quel fatto, perché lei riuscì a distruggergli tutti i paramenti da pellerossa.

Ricordo, poi, uno spaventoso incidente, avvenuto alla fine degli anni Cinquanta contro un platano. È quello che sta a sinistra, entrando in città, appena si inizia la salita del cavalcavia. Tronco poderoso. Una chioma enorme e splendida che io mi gustavo in tutti i suoi colori dalla primavera, con una miriade di gradazioni di verde, fino ai gialli, agli aracioni e ai marroni dell’autunno. Ci finì contro una Fiat di quel tempo, con cinque giovani dentro che tornavano da una festa. Tutti morti! La gente diceva che sul tettuccio dell’automobile c’erano parti del cervello di qualcuno di quei poveri disgraziati.
I platani di viale Palmanova a Udine 
fotografia di:  www.lavitacattolica.it

Quello fu solo l’anticipo della “strage del sabato sera”. Tale evento si sviluppò prevalentemente negli anni Ottanta, Novanta e pure dopo il 2000, quando al ritorno dalle serate passate in discoteca, contro i platani, che si trovano lungo la strada per Grado, andavano a sbattere le automobili dei ragazzi, lasciandoci la vita. Nei giorni successivi c’era il rito delle pagine di cronaca nera sul quotidiano locale e dei mazzi di fiori portati dagli amici affranti lì, vicino al platano assassino. Il sabato seguente tutto ricominciava daccapo. Discoteca, voglia di sballare, alcol, droga e poi alle sei di domenica mattina quello che guidava, s’addormentava e portava un’altra automobile contro il platano. Con altre vittime.
Il poeta Elio Bartolini su fatti analoghi, accaduti lungo la strada statale n. 13, la cosiddetta Pontebbana, che va da Venezia a Pontebba e poi in Austria, ha scritto le seguenti parole, nell’ultima parte della sua poesia intitolata “Corot par un di vinc’ ains”:

            “(…) Invessit a’ murin.
                        E nol è nancje un sigo a durâ
                        sot il fueam dai platanos
                        di lunc la Pontebane, ma
        Nel fiore dei suoi vent’anni –
‘pene un lament”.



Vedi: Elio Bartolini, Poesiis protestantis, 1982. Si riporta la traduzione della poesia “Lamento funebre per un ragazzo di vent’anni”. “(…) Invece muoiono. / E non è nemmeno un grido quello a durare / sotto il fogliame dei platani / lungo la Pontebbana [strada statale], ma / – Nel fiore dei suoi vent’anni – / appena un lamento”.

I primi platani che affiancano il viale Palmanova furono piantati a metà dell’Ottocento, in applicazione della delibera del Consiglio Comunale del 21 aprile 1846, come ha scritto monsignore Aldo Moretti nel suo: “Il viale Palmanova e i suoi platani”, nella pubblicazione intitolata Baldasseria ’91. Dovevano servire, nel 1846, a dare un po’ di ristoro, con l’ombra delle loro grandiose chiome, ai viaggiatori in carrozza per la strada di Palma. Ho conosciuto don Aldo Moretti, perché operò nella parrocchia di San Pio X, dove sono nato. Lui era “aiutante” del parroco dal 17 ottobre 1971 al 1992. Fu compagno di studi e amico di mio padre, Giacomo Varutti, che conservò alcune sue lettere. Furono assieme anche nella Resistenza, pur occupando posizioni, evidentemente, assai diverse, visto che lui era un capo.
Nel 1995, don Moretti lo vedevo nelle riunioni della Società Filologica Friulana, dove si accendevano grandi discussioni sul modo di trovare una grafia comune per la “marilenghe”. Una volta gli parlai di mio padre. “Sono il sesto figlio di Giacomo” – gli dissi. E lui pronto a ribattere: “Ah, il plui piçul… la code!”. Ebbene sì, ero la “coda” della famiglia, il più coccolato. Gli epiteti in italiano e in friulano potrebbero continuare, ma non vado oltre. Mi pare più importante, qui, raccontare la vita di don Aldo, che riprendo dal volume pubblicato per il 50° anniversario della fondazione della parrocchia di San Pio X a Udine.

Vedi: Franco Sguerzi – Elio Varutti, La nostra Parrocchia di San Pio X a Udine 1958-2008. Cinquant’anni di memorie condivise, Academie dal Friûl, Udine, 2008. Per informazioni questo è l’indirizzo: Parrocchia di San Pio X, Via Aurelio Mistruzzi, 1 - 33100 Udine.

Don Aldo Moretti era nato a Tarcento il 20 novembre 1909 da Antonio e Giuseppina Rumiz, ultimo di dodici figli. Studiò a Tarcento, Mels e Udine. A Roma fu ospite del 1928 al 1935 del Pontificio Seminario lombardo per gli studi universitari. Vi conseguì il dottorato in filosofia scolastica all’Accademia S. Tommaso (1931), il dottorato in teologia all’Università Pontificia Gregoriana (1932) e al Pontificio Istituto Biblico (1935). Fu consacrato sacerdote da Mons. Giuseppe Nogara nella metropolitana di Udine il 26 marzo 1932. Tenente cappellano del 40° Reggimento fanteria “Bologna”, con cui partecipò alle campagne di guerra in Africa Orientale.  Il 26 novembre 1941 ferito e catturato, fu prigioniero in Egitto. Rientrò in Italia per uno scambio di prigionieri nel 1942.
Dal 1943 al 1945 fu cappellano dei partigiani delle formazioni Osoppo Friuli e componente dell’Esecutivo militare del Comitato di Liberazione Nazionale (CNL). Il suo nome di battaglia fu Don Lino.
Don Aldo Moretti, DON LINO - Fotografia di: www.anpigiovaniudine.org

Medaglia d’oro al valore militare con Decreto del 27 ottobre 1950. “Cappellano militare presso un reggimento di fanteria impegnato in aspri combattimenti si prodigava al di là di ogni umana possibilità, a capo di squadre porta feriti, per raccogliere ed assistere numerosi feriti sotto violento fuoco avversario. Mentre assolveva la sua pietosa missione riportava gravissime ferite ad una mano e ad una gamba. Pur stremato di forze rifiutava ogni soccorso fino a quando non si era assicurato che non vi fossero accanto a lui altri feriti da raccogliere. Catturato quasi privo di sensi, e trasportato in ospedaletto da campo, appena in grado di farlo, riprendeva la sua missione a conforto dei compagni connazionali. Rimpatriato come mutilato, appena inizia la lotta di liberazione contro i germanici in Friuli, si prodigava con grave pericolo, nell’organizzare, guidare ed assistere le formazioni partigiane del gruppo divisioni d’assalto Osoppo – Friuli. Magnifico esempio di ardente patriottismo e di sublime carità cristiana.
Africa Settentrionale, novembre 1941 – fronte della Resistenza 1943-45”.
Fu docente di Sacra Scrittura, Catechetica e Teologia del Sacerdozio presso il Seminario dal 1935 al 1971 e assistente dei Laureati Cattolici nel 1938 e della Federazione Universitari Cattolici Italiani (Fuci) dal 1945. Divenne delegato vescovile dell’Azione Cattolica e Opere Cattoliche dal 1947 al 1955. Fu direttore della Scuola Cattolica di Cultura dal 1955 al 1962, Canonico Teologo del capitolo Metropolitano di Udine dal 1960 al 1971. Fu fondatore del Carmelo di Montegnacco, presidente della sezione provinciali dell’Associazione Mutilati di Guerra dal 1969 al 1979. Divenne vicepresidente dell’Istituto Friulano di Storia del Movimento di Liberazione di Udine dal 1970 al 1991. Fece parte del Consiglio Generale della Società Filologica Friulana. Dopo il pensionamento fu ospite del Seminario dal 5 settembre 1973. Monsignore Aldo Moretti morì a Udine il 26 luglio 2002.
Ho visto dei bellissimi platani anche in Provenza. Ero in vacanza a Cavaillon nell’agosto del 2008. Che bella gente! Che bei posti pieni di storia. Davanti all’Hotel du Parc c’erano dei possenti alberi con i rami potati in modo da fare più ombra possibile alla facciata stessa dell’albergo. Era il depliant della struttura ricettiva, dato che i bei platani da poco erano stati tagliati del tutto, per fare più spazio ai parcheggi. Accidenti all’invasione delle automobili!
Un altro platano mitico era quello di Piazza del Pollame, a Udine, tanto decantato da Renzo Valente nel suo libro “Udine 16 millimetri”, del 1987. Fu anche fotografato in vari decenni, con la gente lì sotto a fare mercato. L’albero morì col Novecento, se ricordo bene. Oggi c’è una pianta giovane al suo posto. C’è sempre lo stesso fervore nella piazzetta tra Via del Gelso, Via Zanon e Via Poscolle.

Udine - Piazza del Pollame, antico toponimo di via Zanon; fotografia del 1915, archivio Brisighelli.

Una strada costellata di alberi è pure Via Marangoni a Udine. Fu lì che D., un mio amico sindacalista decise di farla finita col mondo, gettandosi nel canale Ledra che scorre lì appresso. Il suo corpo fu recuperato dai pompieri. Non ricordo bene se era il 1998 o l’anno seguente. Posso dire che pure lui visse accanto ai platani di Viale Palmanova. Forse ne accarezzò la corteccia, come capitava pure a me di farlo. E giocò con noi, “mularie” delle bande di Via delle Fornaci.

Riproduco qui di seguito l'articolo di don Aldo Moretti su "Il Viale Palamanova e i suoi platani", pubblicato sul numero unico della parrocchia di San Pio X di Udine, per la sagra di Baldasseria del 1991.


IL VIALE PALMANOVA E I SUOI PLATANI

Il Viale Palmanova “Stradon di Palme” come allora si chiamava, ideato e costruito nel secolo scorso, quando il nome Aquileia, nonostante la Porta Aquileia e il “Borc d’Olee”, era sfumato nei ricordi come le nebbie della Bassa e lontano perché oltre confine, nell’Impero Austriaco, non si chiamò strada per Aquileia, ma strada per la più vicina e veneta Palma. Adir vero allora sia Palmanova che Aquileia erano Austriache; ma la prima apparteneva, come Udine al Regno Lombardo– Veneto, mentre Apparteneva alla “Principesca contea di Gorizia e Gradisca", austriaca dunque di seria A.
Sull’origine di questa grande strada di comunicazione ho trovato su gentile segnalazione del Dr. Renzo Moreale di Cussignacco, una Delibera del Consiglio Comunale  di Udine che val la pena di riportare integralmente [con la grafia del tempo].

Consiglio Comunale della regia città di Udine – seduta del 21 aprile del 1846 (al XIII punto dell’o.d.g.) piantaggione pella strada r. da Udine a Cussignacco.
Leggesi al Consiglio il Delegazio Decreto 31 marzo pp. 8792 ed il successivo 16 aprile corr. N. 9821 coi quali viene chiamato il Comune all’assunzione delle spese pella impiantaggione dei platani lungo la R. Strada Postale che ora si costruisce dalla Porta Aquileia ai Casali Papparotti oltre Cussignacco arrivando la spesa stessa a lire 798,30.
Ciò premesso il Municipio col rapporto 19 corr. N. 2197/2540 facendo conoscere come la R. Delegazione nel proporre alla Superiorità la piantaggione suddetta non fece che secondare i desideri degli abitanti, e come la piantaggione stessa sia necessaria per iscorrere la strada fra mezzo a campagne la maggior parte nude, oltrechè di abbellimento per essere strada di pubblico passaggio per indursi alla vicina frazione di Cussignacco, propone che il Consiglio adotti la spesa pel tratto però da Udine a Baldasseria, intendendo che ciò basti per pubblico passeggio , con che però il Comune debba usufruire dei vantaggi derivabili dalle ordinarie potature delle piante.
Il Consigliere cav. Beretta facendo plauso alla proposizione Municipale manifesta il suo avviso che il Comune assuma invece la spesa totale per la impiantaggione fino alla strada che dalla R. Postale mette a Cussignacco anzichèlimitarsi soltanto fintai Casali di Baldasseria, sia perché il tratto da raggiungersi è piccolo, come a motivo per la passeggiata dei Cittadini essendo per solito fino a Cussignacco, sarebbe innoportuno il privarli della grata ombra dei platani prima di giungere al convegno.
Essendo quasi unanime il voto manifestato a favore di questa proposizione, il Presidente pone a partito di assumere la spesa pella impiantaggione dei platani a destra e a sinistra della nuova Strada dal piazzale di Porta Aquileia fino alla strada divergente per Cussignacco nella avvisata somma di lire 798,30.
Girato il Bosslo e raccolti i voti si trovano favorevoli n. 29, contrari uno.
Il Presidente Doimo Conte Frangipane.

Dunque nel 1848 questa “nuova strada R(egia) Strada Postale” si stava costruendo. D’altronde se siamo alla “piantaggione dei platani”, si è già alla fase finale. Ma i lavori devono aver occupato almenouna ventina d’anni. Cel lo fa presumere, per non far altre ricerche, la iscrizione che sovrasta all’interno, la porta d’ingresso alla chiesina di Baldasseria ( rif. 150 anni senza tramonto di Don Aldo Moretti).In data 1831 vi si afferma che quella chiesina è la ricostruzione in forma più ampia di un sacello “haud procul eversum” (cioè: abbattuto non lungi da qui), alludendo all’ancona “della madonetta” che diede il nome alla strada della Madonetta. Poiché l’erigenda strada per Palma passava proprio per il luogo occupato da quel sacello, esso dovette venir abbattuto. Così prima del 1831… Ma, almeno la tradizione, dà questo Viale per “napoleonico”: del 1810. Può ben darsi che a tale data risalga la prima progettazione, se è vero che fra il dire e il fare ci passa del tempo. C’è in proposito un singolare accostamento. Dopo che alla ferrovia per Trieste si aggiunge nel 1879, quella per Pontebba, le sbarre del passaggio a livello che separava la Porta Aquileia dal Viale Palmanova restano abbassate oltre 20 volte al giorno, (rif. cent’anni fa: la ferrovia pontebbana e Cavalcavia di Porta Aquileia di Arduino Cremonesi) e per quel grave inconveniente la progettazione del Cavalcavia si iniziò nel 1896, ma attuazione è di 30 anni dopo e il Cavalcavia, che rese libero l’accesso a un traffico fino allora strozzato, avvenne nel 1926.
Siamo dunque intorno al 1840, quando questa Regia Strada Postale fu aperta. A dare il nome onorifico di Regia era allora Ferdinando d’Asburgo-Lorena Imperatore d’Austria dal 1935 e Re del Lombardo-Veneto dal 1938. Il consiglio della città di Udine – anch’essa Regia Città – deve decidere se affrontare o meno la spesa di lire 798,30 per la “impiantaggione” richiesta dalla Delegazione  - noi diremmo – Amministrazione della Provincia.
Nella mappa del catasto del 1844, che ho potuto consultare, sono segnate anche le piante di cui qui si parla: per il tratto dall’inizio del viale fino alla strada che immette a Cussignacco vi sono – uno più uno meno – 190 puntini. Non si può dire che contassero molto allora altrettanti platani, sia pure di pochi anni, da mettere a dimora per lire 798,30! Tuttavia se non ci fosse stato l’intervento del Consigliere Cav. Beretta – come recita il verbale – il Consiglio, con la buona ragione che Cussignacco faceva allora comune a sé si sarebbe limitato a pagare solo per il tratto iniziale fino al confine del territorio del comune di Udine, confine che per il Viale era all’incrocio con l’attuale Via Tre Galli – Via Lavariano.
Il cav. Beretta riuscì a far votare a favore del prolungamento con 29 sì e uno solo no ricordando che quella strada era frequentata dai cittadini per le loro passeggiate fino a Cussignacco e che perciò “sarebbe innoportuno” il privarli della grata ombra dei platani prima di giungere al convegno. Il quale convegno, da informazioni offertemi dal già citato studioso di storia locale dott. Renzo Moreale, sarebbe stata una rinomata “locanda” od “osteria” di Costantino Disman. Ma a rendere gradevole la passeggiata era anche il fatto che il rettifilo attraversava pacifiche e silenti campagne salvo il suburbio iniziale e i tratti – ma sempre verso l’inizio – dove si stava scavando l’argilla. Beata pace di tempi che furono.
Don Aldo Moretti, 1991

lunedì 16 marzo 2015

Le bande di Via Fornaci a Udine, 1960

Kekko, Sergio, Michele, Sandro: sono solo alcuni dei nomi dei ragazzi che facevano parte delle bande di Via delle Fornaci. Sarà stato il 1961. Poi giù, in Baldasseria, c’era Luciano, che da bravo figlio di contadini se la prendeva con tutti noi figli di impiegati, di poliziotti, di maestri o di pompieri. Erano botte da orbi, ma non ricordo grandi spargimenti di sangue. Sergio, ad esempio, era uno che menava. 
Gli incontri di lotta erano sempre preceduti da certi rituali, come fanno due galli in un pollaio. Sguardi, controllo dei movimenti... Si iniziava con delle parolacce. Poi il capo di una delle bande in attrito passava a dare delle spinte al capo delle banda contendente. Tutti i componenti delle rispettive bande stavano ai margini ad osservare, comprese le femmine, come Gigliola, Isabella, Loredana, Rosanna e Gabriella.
Il tutto era molto scenografico ed abbondavano le parolacce. C’era la platea di spettatori, che annuiva, che mugugnava o che condivideva le frasi declamate con grida ed applausi. Il rituale, a volte, era lungo e complesso. 

Le case Fanfani di via delle Fornaci a Udine, foto del 1952. Archivio dell'Azienda Territoriale per l'Edilizia Residenziale (Ater) di Udine, già Istituto Autonomo Case Popolari (Iacp) di Udine

Gli spintoni da ruzzolare a terra erano all’ordine del giorno. Non parliamo delle minacce, tipo: “E io chiamo mio papà, che è poliziotto!”. Ricordo che partecipavano anche le femmine, con voci grosse, gridolini, gesti osceni, urla e quant’altro. 
Ogni tanto incontro Claudio, che oggi lavora in Comune e mi dice: “Che cosa vuoi, a quel tempo si giocava così!”. Kekko era il capo della mia banda e si scontrava sempre con Sergio. Eravamo tutti appartenenti alle bande di Via delle Fornaci. Poi c’erano Rudi, Sandro e Paolo lo Svizzero sempre di Via delle Fornaci, mentre Aurelio, Lino, Cesco e Marco erano di Via Strassoldo, ma nostri alleati.
Quando si andava a dottrina da don Adelindo nella neonata parrocchia di San Pio X, che sorse nel 1958, succedeva che ci si scontrasse con la Banda di Luciano. Erano il gruppo dei Leoni. Le abbiamo sempre prese da quella banda. Potrei giungere ad affermare che il gruppo dei Leoni ne dava un sacco e una sporta a tutte le altre bande, tranne a quella di Titti il Terrore di Via Celebrino.
I componenti di tale banda, della quale facevano parte il tale Maurizio e poi c'era un tipo detto "Testadoppia", erano veramente dei duri.  Essi erano proprio il Terrore di Via Celebrino, dove sorse la nuova chiesa e la nuova parrocchia di San Pio X, nel 1958. Fortuna che arrivò don Adelindo. Con le sue grandi mani della pedemontana sapeva mettere ordine con le bande più cattive.
Alcuni di noi, i più irrispettosi, lo chiavavamo "Din don dan Delindo". Erano cose innocenti, fatte senza cattiveria nei confronti di un parroco assai buono e benvoluto da tutti. Don Adelindo Fachin nacque a Segnacco, in Comune di Tarcento il 9 luglio 1922 e morì a Udine il 7 settembre 1966.
Torniamo alle bande govanili di Udine sud. È che la Banda di Luciano era composta da figli di contadini. Erano tutti sani, rubizzi e forzuti. Mi ricordo certe sventole prese dalle manacce di Luciano, che oggi conduce un Agriturismo. Ed è bravissimo!

Gruppo Leoni di via Baldasseria Alta. Luciano è il secondo da sinistra, accosciato, 1965 - Per la gentile concessione alla pubblicazione della fotografia ringrazio Germano Vidussi

“California” era il soprannome di uno vicino alla Banda di Titti il Terrore di Via Celebrino, che abitava vicino alla parrocchia. Peccato che la vicinanza del parroco di fresca nomina, don Adelindo Fachin, non gli abbia giovato molto, considerato che Titti rimane nel ricordo di molti di noi come un violento terribile. California era diverso. Secondo me era un buono. Gli piaceva suonare la chitarra. Era bravo con le canzoni dei Dick Dick. “Ti sogno California…”. Ecco da dove può essere nato il suo pseudonimo. California era il soprannome di Giorgio Masiero, un designer. 
Come è accaduto per qualcun altro di quei ragazzi, oggi non c’è più. L’infarto, o il tumore o qualche altro accidente - persino il suicidio - si sono portati via qualche pezzo delle bande di quel tempo. Giorgio Masiero amava definirsi il designer di Gheddafi, l'autodidatta di successo, l'uomo che si vantava di aver arredato il centro residenziale militare libico (Tripoli e Bengasi), la Sberbank a San Pietroburgo e gli interni della Camera di commercio a Mosca. A 18 anni Giorgio Masiero seguì un corso di disegno alla Scuola d'arte e mestieri “Giovanni da Udine” e iniziò a disegnare e progettare. A 21 anni lavorava a Udine per la boutique Mic Mac di Marino Pasqualin, per il Lambertin sportivo di Lamberto Favella. Poi si lanciò nel mondo del design.

La chiesa di San Pio X a Udine, costruita nel 1959-1961, progetto dell'architetto Giacomo Della Mea
Archivio della parrocchia di san Pio X

Mi ricordo che qualche decina di anni or sono incontrai California e ricordavamo assieme i tempi delle bande. Si parlava del libro scritto da Lino Leggio sulle nostre bande giovanili. Il mio amico Marcello era assieme a noi. California ci raccontava di avere sfondato nel mondo del design e dell’arredamento. Lavorava in Libia, nei paesi arabi e in Russia. Si dedicava all’arredamento di grandi alberghi. Faceva affaroni d’oro. Aveva uno studio a Milano. Lavorava molto a Padova. Ad un certo punto aveva perfino l’autista, con un’automobile privata.
Per un certo periodo di tempo California aprì uno studio di progettazione di interni addirittura in Piazza Libertà, a Udine. Era il massimo per tutti noi vedere che aveva fatto carriera uno delle bande di ragazzi degli anni Cinquanta e Sessanta. Eravamo molto orgogliosi. Lo siamo tutt’oggi.
Ci faceva morire dal ridere California, perché qualche volta viaggiava in treno e si portava dietro la valigia ventiquattrore, molto professionale. Poi aveva un’altra custodia ampia, dalla quale, come un mago, estraeva un motorino pieghevole con certe ruote piccine, da sembrare un giocattolo. Metteva in moto, saltava in sella e via andava agli appuntamenti per il centro delle città, dove firmava contratti a tanti zeri. Era una soluzione pratica, che gli invidiavano in molti. Lui aveva delle idee geniali. Se pioveva si metteva un cappellaccio e un impermeabilone scuro e via col quel motorino da circo. Anche se c’erano gli ingorghi, lui passava a zig zag e raggiungeva il luogo dell’appuntamento, dove firmava altri contratti da Nababbo.
Udine - Case dei ferrovieri di Via Pradamano angolo Via Cernaia, costruite nel periodo 1920-1930. Ringrazio per la fotografia: Alessandro Rizzi.

Ad un certo punto California dovette decentrare il lavoro, perché ne aveva troppo, offrendolo a certi architetti e professionisti di Udine. “Anche se eravate di un’altra banda – avrà pensato California – vi do da lavorare per me”. Già, perché California era così buono, che cercava gli architetti della sua stessa parrocchia, per offrirgli un certo lavoro. Non erano mica spiccioli. Agiva così solo perché li conosceva ed aveva una certa fiducia in loro. Non ci fu mai nient’altro. Forse un caffè offerto al bar, oppure un “tajut di Tocai”. 
Cose che farebbero rabbrividire certi costruttori del terzo millennio, ingolfati come sono in storie di tangenti a funzionari, di “escort” e di altro malaffare. Bravissimo California! È la frase che ci si ripete oggi, quando ci incontriamo nelle osterie del quartiere, abitato ormai da oltre il 30 per cento di extracomunitari.

Udine - La nota azienda "Società Anonima Molini sul Ledra" in Viale Palmanova, nel 1938, dietro ci sono i campi di Baldasseria. Demolita negli anni 1990-1995. Oggi c'è la sede del Consorzio per Acquedotto del Friuli Centrale (CAFC)

Altri autori locali si sono cimentati con racconti e romanzi sugli anni 1950-1960 a Udine e dintorni, oltre a Lino Leggio, con la sua Banda delle cataste. Penso al romanzo di Daniele Murello, oppure alla banda di Chei dal ueli (Quelli dell’olio), cui faceva parte Fausto Deganutti. Erano ragazzi di Via dei Medici e di Via del Vascello, oltre il Viale Palmanova. Avevano tutti una spilletta di un distributore di benzina di Piazzale D’Annunzio, dove sta la stupenda Porta Aquileia.
Torniamo alla muleria di Via Celebrino e Via di Brazzà, le strade vicine alla Cappella e alla Chiesa di San Pio X. Ernesto il Rosso era un tipo a muso duro. Faceva parte di una delle bande di quelli che abitavano vicino alla parrocchia di San Pio X. Quando c’era lui avvenivano delle zuffe di sicuro, ma non si andava mai oltre le parolacce, gli spintoni e qualche pugno male assegnato.
I figli dei ferrovieri come Gianpaolo, Lucio ed altri appartenevano alla Banda dei Ferrovieri. Il loro territorio confinava con quello delle bande di Via delle Fornaci. Guai a chi, vestito da pellerossa, da “cowboys”, o da soldato USA del 1945 osasse sconfinare. Scattava subito una battaglia con sassi, frecce, lance (ossia dei volgari stecchi), stoppini di carta lanciati con le cerbottane. Altre armi usate erano i ciuffi d'erba, per cui il manto erboso della zona veniva frequentemente saccheggiato. Poi c’erano i sassi lanciati con la fionda, che potevano provocare delle brutte ferite. Le fionde erano, tuttavia, un ordigno che veniva confiscato spesso dalle mamme, preoccupate che il figlio andasse a fare del male ad altri. Molto utilizzati erano i bastoni di ogni misura. Servivano a costruire anche i mitra Sten, quando si giocava di partigiani.

La copertina del libro di Fausto Deganutti, del 2012. La fotografia mostra la banda di "Chei dal ueli" (Quelli dell'olio, nel senso di 'olio motore', dato che usavano per riconoscersi un distintivo della benzina Esso).

Talvolta la Banda dei ferrovieri fu nostra alleata in certe guerre contro la Banda di Via Medici (Chei dal ueli), oppure contro la Banda di Via Strassoldo, dove abitavano le famiglie dei postelegrafonici. Con i ragazzi di questa strada ricordo che, invece di fare delle guerre, si organizzavano dei festini col mangiadischi. I balli erano tipo twist, rock and roll e poi i famosi lenti. La grande preoccupazione delle madri era per le luci roche utilizzate nel soggiorno durante il ballo della mattonella.
Udine - Ecco il distributore di benzina della Esso in Porta Aquileia, meglio dire Piazzale D'Annunzio. Qui si riforniva di distivi della Esso la Banda di Chei dal ueli di Via dei Medici. Cartolina degli anni 1960-1970. Collezione E. Varutti, Udine

Molti ragazzi di quei tempi potrebbero condividere i miei racconti. Sarebbero concordi senz’altro sulla seguente frase: “Eravamo poveri sì, ma non ladri”. È accaduto, infatti, che certi autori hanno descritto le bande di ragazzi udinesi degli anni Cinquanta, come delle gang americane. Secondo questi scritti le bande erano dedite al furto dei materiali ferroviari, per rivenderli al ferrovecchio e guadagnare qualche soldo. 
Io non posso affermare che siano avvenuti fatti del genere. So che giravano delle voci su come Tizio si facesse i soldi. In ogni caso era un fatto veramente isolato. Tizio era un fanfarone. Quello che andava raccontando doveva essere sempre diviso per due. Altro che ladri, eravamo pieni di fame.

Udine - Via Baldasseria Bassa in uno scatto del 1977. Questo è il borgo della Piccola Parigi, luogo equivoco di un tempo
 Archivio della parrocchia di San Pio X

Il maestro Alfredo Orzan ha descritto, nel 1984, il borgo della Piccola Parigi sul numero unico della parrocchia di San Pio X, dedicato alla sagra di Baldasseria. Secondo Carletto Domenico, intervistato nell'agosto del 1971, quando aveva 79 anni, in occasione della locale sagra, i casali di Baldasseria Bassa vennero denominati Piccola Parigi all'inizio del '900 (forse anche prima), quando la zona era un covo di contrabbandieri. Il centro della borgata era costituto dallo stallone o stazione per il cambio dei cavalli, fabbricato che fu poi adibito ad abitazione.
Nell'Ottocento, quando c'era il Regno Lombardo Veneto, le diligenze e le carrozze trainate da cavalli provenienti da Trieste, da Gorizia e dirette a Vienna, sostavano qui, per il cambio dei cavalli. Tale sosta favoriva il contrabbando di merci reperibili nel porto giuliano, ma attirava anche donne compiacenti in cerca di zerbinotti danarosi. Forse il toponimo nacque allora, per significare, come raccontava Carletto Domenico, il luogo poco raccomandabile e malfamato simile a certi quartieri della capitale francese. Era un quartiere a luci rosse, dove si sviluppava la prostituzione.

L'osteria Al Francese sorse dopo il 1945, per coincidenza nella stessa zona della Piccola Parigi. La intitolò Gino Colle, un emigrato in Francia per tanti anni. Ad intitolarla così furono gli stessi avventori che dicevano: "Anin a bevi un tai là dal francês" (Andiamo a bere un bicchiere di vino là dal francese). Ecco spiegati i francesismi di Baldasseria...

 Germano Vidussi, accosciato secondo da destra, nel gruppo Leoni di Via Baldasseria Media nel 1965; dietro si scorge la Cappella di San Pio X. Ringrazio per la fotografia: Germano Vidussi

Bibliografia: fonti edite


- Roberto Bruno, Elisabetta Marioni, Giancarlo Martina, Elio Varutti, Ospiti di gente varia. Cosacchi, esuligiuliano dalmati e il Centro di Smistamento Profughi di Udine 1943-1960, Udine, Istituto d’Istruzione Superiore “Bonaldo Stringher”, 2015.


- Fausto Deganutti, In seconda io ero quasi sicuramente bravisimo! Adesso mi scricchiolano le ginocchia, [S.l., ma: Udine] : Selekta, 2012.

- Daniele Murello, Fantastici ’50 & ’60, Romagnano al Monte (SA), Book Sprint Edizioni, 2013.

- Li Noleggio (Lino Leggio), La banda delle cataste. I ragazzi del Friuli anni Cinquanta, Pordenone, Biblioteca dell’Immagine, 1999.

- Li Noleggio (Lino Leggio), Il resto a casa, Cierre Grafica, 2015 (vedi articolo di Fabiana Dallavalle sul "Messaggero Veneto" del giorno 8 giugno 2015, col titolo: "Quelle bande giovanili che a casa le buscavano").

- Franco Sguerzi – Elio Varutti, La nostra parrocchia di San Pio X a Udine 1958-2008. Cinquanta anni di memorie condivise, Udine, Academie dal Friûl, 2008.

- Per approfondire gli aspetti storici di Baldasseria, si può vedere in questo blog: Itinerario storico di Baldasseria, Udine, 19.04.2016.

-Per vari riferimenti ai tratti biografici di Giorgio Masiero sono riconoscente all’ottimo lavoro di Mario Blasoni, giornalista del Messaggero Veneto di Udine. Vedi in merito:

“Giorgio Masiero, il designer di Gheddafi”, in Mario Blasoni, Cento udinesi raccontano, Udine, La Nuova Base, 2004, pp. 282-284. 
Udine, 1964 chierichetti di San Pio X, tutti nelle varie bande degli anni '60. Tutti agli ordini di don Adelindo dispensava certe forme educative che sono molto servite... Ringrazio per la diffusione della fotografia Germano Vidussi

Fonte auditiva
           
- Udine anni cinquanta [Audioregistrazione] / con Lino Leggio, Nicola Cossar, Umberto Sereni; introduzione di Romano Vecchiet. - [Udine : s.n.], 2003. - 2 audicassette (180 min.). - (Incontri con l'autore ; 2003/07/17) [Biblioteca civica V. Joppi, Udine].

Udine, Via della Madonnetta, anni 1965-1970. Ringrazio per la fotografia: Alessandro Rizzi.


Informatori



Oltre a Luciano Gon, Marcello Mencarelli, Germano Vidussi e Claudio Smedile, sono grato a Giorgio Romanello per avermi precisato i ricordi di quando eravamo ragazzini.

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- L’articolo presente è stato in parte pubblicato sul numero unico per la sagra di Baldasseria, nella zona di Udine sud. Eccone la precisa citazione.


Elio Varutti, Le bande di Via Fornaci e di Baldasseria, «Festa insieme Baldasseria», 2016, pagg. 34-36.

Udine - Una cartolina di Porta Aquileia, 1949. Alle spalle del fotografo, oltre la ferrovia, c'è il quartiere di Udine Sud, con le case popolari di Via delle Fornaci, in costruzione dal 1950. In Via Pradamano, presso la ex-GIL funziona dal 1947 il Centro Smistamento Profughi, operativo fino al 1960. Di qui passarono oltre centomila esuli italiani d'Istria, di Fiume e dalla Dalmazia.