lunedì 22 giugno 2015

Mario S., trovato in foiba. Arruolamenti partigiani forzati, 1943

La tematica delle foibe a Trieste è come un nervo scoperto. Lo è in tutto il Friuli Venezia Giulia, dove il ricordo di quei fatti storici è ancora vivo e può generare ancor oggi del dolore nei discendenti delle vittime delle uccisioni nelle voragini del Carso.
Ciò che si è scoperto con la seguente intervista è che nella foiba furono gettati un gruppo di nove partigiani titini del Carso, legati fra di loro col filo spinato. Al momento della riesumazione dei corpi si scoprì che uno solo presentava un colpo di arma da fuoco alla nuca, gli altri furono gettati nell’abisso vivi. E non fu un caso isolato. Incredibilmente uno degli infoibati, Mario Sedmak, fu estratto dalla buca ancora vivo, seppur in gravi condizioni di salute. Condotto all'ospedale partigiano di Bolnica Franja, morì nell’anno successivo. Al figlio di tale partigiano fu detto, alla sua morte, nel 1944, che avrebbe dovuto prendere il suo posto, pur essendo un minorenne.
---
Alle pagine 111 e 112 del romanzo Rossa terra di Mauro Tonino, del 2013, c’è il riferimento al minacciato arruolamento di un giovane tra i partigiani titini, giunti in paese con dei cavalli rubati ai tedeschi.
È Marino Cattunar, figlio di Nazario, l’informatore di Tonino, a ricordare il fatto accadutogli nel suo paese natale, a Villanova di Verteneglio, in Istria, tra il 1943 e il 1944. Marino faceva la questua per il parroco. Prima di tutto i partigiani armati gli sequestrano i soldi, minacciandolo di non rilevare la rapina al parroco: “Se te vol esser vivo stasera”. Poi arrivò l’ultima frase. “Dopo pochi passi fermò il cavallo – racconta l’autore – e volgendosi verso di me, ancora immobile in mezzo alla strada, con un’aria sarcastica pronunciò ‘Te ga undici anni, se te avevi due di più, te ieri a cavallo con noi’, poi si volse di nuovo e ripartì”.
Si conclude questo articolo analizzando la tematica degli arruolamenti forzati nelle file partigiane della Divisione Garibaldi e del IX Corpus titino.


 Partizanska bolnica Franja / L'Ospedale Partigiano di Bolnica Franja, in Slovenia. Ringrazio per la diffusione, la fotografia è ripresa da:  www.slovenia-trips.com


Tale argomento desta oggi un certo interesse da parte degli studiosi, perché in contrasto con quella che si può definire l’epica della resistenza, che cominciò a crescere nel primo dopoguerra e in tutti gli anni 1950-1989. Solo dal 1990-2000 si iniziò a dubitare di certi fatti della lotta partigiana, soprattutto delle eliminazioni eseguite nel primo dopoguerra in Emilia nel cosiddetto Triangolo Rosso. Con ciò si vuole solo sostenere – come ha scritto Giampaolo Pansa, nel suo I gendarmi della memoria , Sperling & Kupfer, Milano, 2007– che non si può ignorare le pagine brutte della resistenza, glorificando soltanto quelle belle. 

 ---

1.    Intervista su Mario «tirà su vivo dela foiba»

Domanda: Sai di qualcuno ucciso nella foiba?
Risposta: So che mio bisnonno è stato trovato in una foiba, nella località di Santa Croce, in Comune di Trieste. Era ancora vivo, era il 1943.
D.: Come si chiamava?
R.: Mario Sedmak, nato a Santa Croce nel 1884 e morto nel 1944 all’ospedale partigiano di Bolnica Franja, vicino a Postumia (dal 1947, Slovenia). Oggi i suoi resti riposano nel monumento dei caduti partigiani.
D.: Chi ti ha raccontato questi fatti?
R.: È stato mio nonno I. S., nato nel 1934 a Santa Croce; ho avuto queste notizie con difficoltà e, in lingua slovena, perché nonno Ivan dice sempre di non voler parlare dei fatti della guerra, per il grande dolore che gli tocca di riprovare.
D.: Chi l’ha gettato nella foiba?
R.: Non si è mai saputo.
D.: Forse una rappresaglia nazifascista? O di altre formazioni militari, come i belagardisti (Unità slovene volontarie in funzione anti partigiana, collaborazionisti dei fascisti italiani)?
R.: Non si sa. Le uccisioni in foiba avvenivano di notte e su di lui si sa solo ciò che hanno trovato.
D.: Cosa vuole dire?
R.: Vuol dire che altri partigiani e certi parenti degli scomparsi hanno cercato ed hanno estratto i corpi dalla foiba. Mario era l’unico ancora vivo, così è stato portato all’ospedale partigiano, dove è stato in coma fino al 1944, quando morì.
D.: Come l’hanno riconosciuto e quante persone erano nella foiba?
R.: L’ha riconosciuto il cane. Era con altri nove disgraziati legati assieme col filo de trinca (“filo spinato”, dialetto triestino). Ogni corpo era avvolto, anche le mani, di filo spinato. Uno solo aveva un colpo di arma da fuoco alla testa, perciò gli altri sono stati trascinati giù dal peso del primo della fila. So di altri casi simili, tutti compaesani. Sono tutti menzionati nel monumento ai caduti di Santa Croce.

---

Intervistato: allievo Christian Ciacchi, Trieste 1995. Intervista effettuata a Udine il 12 gennaio 2015, a cura del professor Elio Varutti, Diritto e Tecniche Amministrative della Struttura Ricettiva, con la collaborazione di Elisa Dal Bello e Nicolò Salvemini, classe 5^ D Dolciaria. Coordinamento didattico: professoressa Carla M., Italiano e Storia, dottoressa Anna Maria Zilli, Dirigente scolastico dell’Istituto “B. Stringher” di Udine.
Cimeli militari della Seconda guerra mondiale e della guerra fredda. Elmetto italiano 1939-1945. Tascapane militare, periodo successivo al 1945, guerra fredda. Borraccia USA 1939-1954, forse appartenuta a un bacolo nero. “I bacoli neri, jera poliziotti vestidi de scuro, solo col manganel”. Fonte orale: signora Luciana Luciani, nata a Pola nel 1936, intervista di E. Varutti del 15 dicembre 2014, Udine. Si trattava di personale di polizia reclutato su scala locale (Trieste, Pola e l’Istria), oltre che nei paesi e colonie del Regno Unito, alle dipendenze degli alleati angloamericani, attivi a Pola, 1945-1947, e nel Territorio Libero di Trieste, 1945-1954. Gavetta di un alpino di Codroipo 1939-1945, con coperchio antecedente. È il contenitore in alluminio più grande. Gavetta del fante italiano G.G. di Percoto, 1939-1945. Il fante, con una punta metallica ha inciso il suo itinerario di guerra: “Perocotto, Udine, Ivrea, Bari, Durazzo, Scutari, Podgoriza, Nichsic, Slavnich, Lubiana, Carlovach, Finito”. Collezione privata Udine. Bustina partigiana, detta "titovka" di un appartenente al IX Corpus di Tito dell’Osvobodilna Fronta - Fronte di Liberazione della Jugoslavia, ucciso in un Campo di concentramento nazista. Nome del partigiano: Luigi Barbarino Mationawa, Resia 14.08.1914 – Flossenbürg, Kersbruch  11.03.1945. Collezione Gemma Valente, Bastajànawa, vedova Barbarino, Resia (Resia 1915-Udine 2008). Gruppo di studio sull’Ultimo Risorgimento, classe 4 ^ C Enogastronomia, anno scolastico 2014-2015. Coordinamento a cura dei professori Maria Carraria (Italiano e Storia), Elio Varutti (Diritto e Tecniche Amministrative della Struttura Ricettiva). Dirigente scolastico: Anna Maria Zilli. Istituto “B. Stringher”, Viale Monsignore Giuseppe Nogara, 33100 Udine, Italia.
---

2.    Arruolamenti partigiani forzati

L’eccidio di Porzùs – in sloveno: “Topli Uork”, in comune di Faedis, provincia di Udine – provocò  l’uccisione, fra il 7 e il 18 febbraio 1945, di diciassette partigiani (tra cui una donna, loro ex prigioniera) della Brigata Osoppo, di orientamento cattolico, monarchico e laico-socialista, da parte di un gruppo di partigiani – in prevalenza gappisti (Gruppi di Azione Patriottica) – appartenenti al Partito Comunista Italiano.
Dopo di quel tragico fatto di guerra civile, nella zona del Collio e dintorni ci fu l’arruolamento forzato di giovani locali da parte dei partigiani comunisti della Garibaldi. Siamo nella zona tra Manzano, San Giovanni al Natisone e Cormòns. È il signor B.L. a riportarmi tali notizie, il 22 giugno 2015. Si riferiscono a suo padre Antonio (nome di fantasia, per riservatezza).
Piuttosto che i ragazzi sotto leva finissero nella Todt (a lavorare per i nazisti), o nella Milizia Difesa Territoriale dei fascisti, peggio, nelle Waffen SS italiane, i partigiani se li portano dietro in bosco. Il racconto fatto da Antonio, il requisito dai partigiani, continua così: “Si sapeva che Giacca voleva fare pulizia , allora, si veve plui pôre di lui che dai todescs (si aveva più paura di lui che dei tedeschi)”.
Giacca è il nome di battaglia di Mario Toffanin (Padova 1912 – Sesana 1999), il comandante partigiano che, su mandato del Comando del IX Korpus sloveno e dei dirigenti della Federazione del PCI di Udine, effettuò le uccisioni a Porzùs.
Tra i casi di eliminazione per il rifiuto di arruolarsi tra i partigiani titini c’è il fatto, scoperto nel 2015, dei giovani fratelli Mrak (Andrej, 30 anni, Alojz, 23 anni e Alojza, 17 anni), dei quali una minorenne, vengono catturati dalla polizia politica titina, portati in un bosco e fucilati.
I ricatti dei militi titini sul reclutamento dei giovani per il movimento partigiano gettano una cattiva luce su tutta la Resistenza. Certi giovani si rifiutano di passare coi titini e furono uccisi. “A Sarezzo di Pisino il 26 giugno 1943 – ha scritto Luigi Papo de Montona nel suo L’Istria e le sue foibe. Storia e tragedia senza la parola fine, Roma, Edizioni Settimo Sigillo, 1999, pag. 44 – fu ucciso l’agricoltore Giuseppe Ghersetti di Giuseppe, nato nel 1892, non iscritto al P.N.F. (Partito Nazionale Fascista), reo di essersi rifiutato di entrare a far parte del movimento partigiano slavo”.
Lo stesso Luigi Papo de Montona, alle pagg. 120-121, racconta anche di “Mario Braico, anni 26, di Villanova di Parenzo, Sottobrigadiere Mare (3971-CREM) della Brigata di Civitavecchia della Guardia di Finanza. Dalla relazione ufficiale del Comando Circolo R.(eale) G.(uardia) Finanza di Pola: Durante l’occupazione partigiana di Villanova di Parenzo (circa 7 km da Parenzo), il nostro sottufficiale, perché nativo del posto, venne invitato a prendere parte al movimento slavo-comunista, ma egli ha rifiutato decisamente di aderire. Il giorno 26 settembre 1943, alle ore 22,30, venne portato via dai partigiani e non si ebbero sue notizie sino al giorno 10 dicembre 1943, data in cui venne trovato e riconosciuto dai propri familiari, assassinato nella foiba di Surani (Antignana)”.
Vediamo altri casi ancora sugli arruolamenti forzosi nei partigiani titini. Non volontari, né liberi. Tali arruolati finiscono sempre male: eliminati. Seguiamo sempre le parole di Luigi Papo de Montona, nel suo L’Istria e le sue foibe, del 1999, alle pagine 211 e 212: «In località Sovischine (Montona) il 24 dicembre 1943 i partigiani decisero di arruolare un giovane contadino, Romano Corti – originariamente Chert – il ragazzo rispose che non ne aveva nessuna voglia e la madre, Maria Corti, si schierò dalla parte del figlio, quasi a proteggerlo. I partigiani uccisero tutti e due (…).
Giuseppe Iurincich, di Giuseppe, da Boste (Maresego) fu arruolato forzatamente, una notte tra il 1943-1944; si seppe che era deceduto in bosco.
Francesco Chermaz da Centora Valle (Maresego) fu arruolato forzatamente nel marzo 1944, di notte. Fu ucciso poco lontano dal suo paese; dissero “perché non riusciva a mantenere il passo con la colonna”.
Saulo Dobrigna di Giuseppe, da Sabadini (Maresego) fu del pari arruolato forzatamente e ucciso poco dopo mentre cercava di disertare».
Poi c’erano gli arruolamenti partigiani di requisiti della Todt, ai quali veniva chiesto di effettuare lo spionaggio. Era necessario “restare nell’organizzazione di lavoro tedesca e passare le informazioni alla resistenza”. Successe così a Emilio Biasioli (Ponte di Piave 1920 – Padova 2003), nome di battaglia “Kindeli”. Durante un’azione partigiana a Udine, il 28 aprile 1945, un nazista gli tirò una bomba a mano in faccia. Restò gravemente ferito, deturpato, ma vivo. Con un gruppo di partigiani in Via Volturno aveva fatto 14 prigionieri tedeschi, poi arrivarono centinaia di Waffen SS e lì fu ferito, secondo il racconto del 22 giugno 2015 da parte del nipote Antonio Toffoletti, di Udine. Nel giardino di una casa, lì vicino, durante la guerra ci fu un gran frastuono. "Che cosa è successo?" - chiese una vicina di casa. "Ah, niente, niente: è solo caduto un aereo tedesco qui in giardino" - rispose l'amica. Poi arrivarono un sacco di tedeschi coi camion e portarono via ogni pezzo del rottame.

3.         L’arrotino partigiano

In Val Resia, in provincia di Udine, il mestiere più diffuso, nel passato, era quello dell’arrotino. Si tratta di un mestiere ambulante. L’arrotino (“il gua”, in lingua friulana) girava di casa in casa, domandando se ci fossero forbici, coltelli o altre lame da arrotare. Luigi Barbarino Matiònow (Resia 1914 – Flossembürg 1945) faceva questa vita, tanto che negli anni 1930-1940 aveva la residenza a Gorizia, come altri suoi parenti, perché il mercato di riferimento era la Valle dell’Isonzo, annessa al Regno d’Italia, nel 1918, fino a Lubiana, in Slovenia, nel Regno di Jugoslavia (in questo caso la denominazione cambia, secondo i decenni).
Nel 1943, durante i suoi spostamenti per lavoro – come ha riferito Lucillo Barbarino, Matiònawa (Resia, 1941), da me intervistato il 7 luglio 2015 a Udine – fu intercettato dai partigiani titini del IX Corpus, guidati da un capo slavo dell’interno. Iniziarono a dileggiarlo, dicendogli che “era una spia dei fascisti”. Si creò molta tensione. Egli ribatté che non era vero e che nei paesi lo conoscevano per ciò era: un arrotino ambulante tra Gorizia, Udine e Lubiana (che nel 1941 era stata invasa dalle truppe del fascismo ed annessa al Regno d’Italia). Allora il capo partigiano, tenendo bene il mitra in evidenza, gli disse: “Vai pure!”. L’arrotino non si mosse. “Avevo paura che mi sparasse alle spalle!” – raccontò poi ai familiari Luigi Barbarino. Così ad andarsene furono i partigiani titini e lui si salvò.

Il colmo è che quell’arrotino aveva simpatie comuniste, tanto che divenne partigiano pure lui. Col IX Corpus, per giunta! Durante una retata nazista nell’inverno 1944 in Val Resia fu imprigionato e portato a Udine in Via Spalato. I tedeschi avevano ricevuto una spiata, perché risalirono la stretta valle lungo il fiume ed avevano l’elenco degli individui da imprigionare. Fucilarono sul posto un capo partigiano slavo dell’interno. Poi il 10 gennaio 1945, con l’ultima tradotta in partenza per i campi di concentramento nazisti, Luigi Barbarino fu deportato a Flossembürg, per morire a Hersbruk, campo satellite. “In camerata fu colpito alla schiena col calcio del fucile da una sentinella, secondo un compaesano testimone salvatosi dal campo, mentre riporta deceduto ‘per malattia’ il referto medico pervenuto dalla Germania alla famiglia e al Comune di Resia negli anni Sessanta”. 

4.    Tra miseria e autogestione

In Friuli, negli anni della guerra fredda, circolava una barzelletta. Nel 1960-1970 certi negozi di Fiume avevano ancora l’insegna “Frisoir” (dal francese: “arricciacapelli”) per intendere il parrucchiere. In Slovenia altri negozi, dalle vetrine semivuote, per la carenza nei rifornimenti di generi di prima necessità, ma zeppe di ritratti di Tito e di bandiere rosse, recavano l’insegna “Chemiserie” (ancora dal francese, la lingua internazionale della moda femminile: “camiceria”). La storiella, a questo punto, racconta di due amici friulani, di ritorno da un viaggio di là della Cortina di ferro, che si dicono: “Âstu viodût, Toni, che di tante miserie che a àn, lu scrivin nuie mancul che tai negozis, cun la peraule “Che-miserie”, che al vûl dì: ce miserie!” (Hai visto, Toni, che da tanta miseria che hanno, lo scrivono perfino sui negozi, con la parola “Che-miserie”, che vuole dire: che miseria!).
Per la cosiddetta “miseria” patita dal 1947 al 1960, quando l’economia iugoslava mostrò un cenno di ripresa, altri italiani se ne vennero via di filato. È il caso dei Socolich di Lussino, che gestivano un forno. C’erano così pochi affari, persino nella vendita del pane, che si rifugiarono a Trieste, lasciando là la nonna che non voleva abbandonare la sua casa. Ancor oggi i discendenti delle famiglie degli esuli di Lussino, riparate a Ravenna e Rimini negli anni cinquanta, si recano sull’isola per le vacanze. Hanno ereditato una casa dai vecchi che erano rimasti a tutti i costi là. La fonte del racconto sui Socolich è: Alessandro Burelli (Udine, 1962), intervistato a Udine il 7 marzo 2015, che ha riferito le notizie di Alfio Socolich (Trieste, 1957).
Nel 1963 la Jugoslavia di Tito introdusse il principio dell’autogestione delle imprese, che fu perfezionato nel 1964-1965 e nel resto degli anni sessanta. Divenne oggetto di studi, addirittura, alla facoltà di Economia e commercio di Trieste, negli anni 1972-1975, poi finì nell'oblio, soprattutto dopo la Caduta del Muro di Berlino e la crisi delle ideologie.
Il fenomeno dell’autogestione, in realtà, provocò l’ennesima spinta all’esodo di altri italiani dell’Istria, espulsi per primi dalle strutture produttive “autogestite”. Come ha raccontato Eda Flego, di Pinguente d’Istria (Buzet, in croato), che riporta i ricordi del babbo Viecoslav Luigi Flego e della mamma Emma Nicolausich: “Mio padre era infermiere e fu il primo ad essere licenziato dopo la novità dell’autogestione, così siamo dovuti venire via dall’Istria, per giungere in Friuli da esuli. Le foibe furono usate prima dai fascisti per gettarci dentro i corpi degli antifascisti croati e sloveni, poi arrivò la vendetta dei titini che in quelle voragini buttarono i corpi degli italiani”.  Eda Flego, nata a Pinguente (Jugoslavia) nel 1950 è stata intervistata a Udine il 31 dicembre 2005.


Sitologia

Per Biasioli Emilio “Kindeli”, vedi:
http://ricerca.gelocal.it/messaggeroveneto/archivio/messaggeroveneto/2010/04/25/UD_05_UDE1.html

Bibliografia
Mauro Tonino, Rossa terra. Viaggio per mare di un esule istriano con il nipote. Tra emozioni, storia, speranze e futuro, Pasian di Prato (UD), L’Orto della Cultura, 2013.
---

Questo articolo rientra nelle attività del Centro di ricerca, documentazione e produzione culturale sull’esodo giuliano dalmata, per raccogliere, testi, documenti, interviste e fotografie di quei particolari momenti storici. Il Centro di ricerca è sorto all’interno del Laboratorio di storia dell’Istituto Stringher di Udine, di cui è referente il professor Giancarlo Martina.  È parte del progetto, sostenuto dalla Fondazione Crup, “Il secolo Breve in Friuli Venezia Giulia”, che  ha ottenuto il patrocinio di: Provincia di Udine, Comune di Udine, Club UNESCO di Udine, Società Filologica Friulana, ANED, ANVGD e del Comune di Martignacco, nel cui ambito territoriale sorge Villa Italia, che fu residenza del re Vittorio Emanuele III dal 1915 al 1917.