lunedì 24 novembre 2014

Un romanzo storico di Timilin, 1944-1945



Nel panorama editoriale italiano ci sono libri introvabili, editi da piccole case editrici o, addirittura, da minuscoli circoli culturali. È questo il caso de La guerra di Rosa, romanzo storico scritto da Alfio Anziutti, noto in paese con il patronimico di Timilin, classe 1942. Il volume è molto bello e ricco in chiave iconografica.
Lo troverete in vendita a Forni di Sopra e in poche altre librerie. Si tratta di un’autentica chicca, nella sua specie di romanzo storico ambientato nell’ultima parte della seconda guerra mondiale, tra partigiani, cosacchi e la gente dei paesi carnici che cerca di sopravvivere ai tragici eventi.
Nelle osterie del paese – e Timilin ne sa qualcosa dato che è coautore un saggio storico sulle Locande e gli alberghi dell’Alta Val Tagliamento del 2001 – accade che i cosacchi, i fascisti e i nazisti entrino da una porta, mentre sul retro escono i partigiani, come nelle più fosche situazioni politiche italiane.
Le donne, poi sono sempre con la gerla in spalla, per i lavori nei campi, negli stavoli, nei boschi e per rifornire i fratelli, gli zii e i compaesani alla macchia col mitra e il berretto con la stella rossa (garibaldini), oppure col fazzoletto verde al collo (Brigate Osoppo Friuli).
Anziutti ha scritto questo romanzo con un grande senso delle cose. Il suo è un lavoro di fantasia e creatività, in primis, ma si avvale sicuramente delle ricerche e degli studi di storia del territorio che conduce da decenni. Del resto, come potrebbe staccarsi, estraniarsi dai risultati delle sue indagini storiche?
Dimostra una notevole sensibilità nel trattare le tematiche della Resistenza, in particolare di quella al femminile: nel libro ci sono molte pagine del diario di Rosa, il personaggio principale della vicenda.

Alfio Anziutti Timilin

Leggendo questo accattivante romanzo di Anziutti mi è venuto in mente un altro romanzo della letterature alta. Ho pensato a Forse Esther di Katja Petrowskaja, tradotto dal tedesco per la Adelphi nel 2014. La Petrowskaja ha scritto un capolavoro della letteratura europea, dove la ricerca del mondo ebraico conduce alla fine verso un mistero. L’enigma poi si avviluppa con le vicende dei campi di concentramento nazisti, per sfociare nel silenzio disperato, come per talune posizioni alla Primo Levi.
La Petrowskaja, nata nel 1970 a Kiev, nella vecchia URSS, con studi all’Università di Taru (Estonia), e a Mosca, oggi vive e lavora a Berlino. I capisaldi del suo racconto sono nei personaggi come la zia Lida e la nonna Rosa, se ricordo bene. Comunque di figure femminili e familiari. Anche Timilin lascia trasparire un sottofondo di saga familiare, per tale motivo mi è venuto spontaneo un accostamento, fatti i dovuti distinguo, ben si intende.
Il volume di Anziutti gode di un apparato di 36 pagine di documenti originali, dell’archivio comunale o dell’ANPI e ben 35 pagine di fotografie scelte su partigiani, lapidi, tabelle turistiche e località del paese della Carnia. Troverete, infine, un piccolo repertorio con elenchi dell’antifascismo locale attivo e passivo.

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Alfio Anziutti, La guerra di Rosa. Resistenza e vita a Forni di Sopra: 1944-1945, Forni di Sopra (UD), Circolo Fornese di Cultura, 2013, pp. 190.

Per info ed eventuali acquisti: Grillo Gino edicola, Via Vittorio Veneto, 4 - 33024 Forni di Sopra UD - telefono 0433-88239.

Alcune fotografie di documenti originali sul periodo 
della seconda guerra mondiale a Forni di Sopra,
riprodotte nel libro di Timilin 

Case in legno a Forni di Sopra (qui sotto) in una bella immagine di Silvio Maria Bujatti, degli anni 1950-1960, il fotografo conosciuto come il Mago del Flou, nato a Udine nel 1890 e ivi scomparso nel 1984 (Gianfranco Ellero, Fotografia nella storia nel Friuli e nella Venezia Giulia, Istituto per l'Enciclopedia del Friuli Venezia Giulia, 1995).

Qui a destra: un altro scatto fotografico esemplare del paese di Forni di Sopra, Carnia, col Clap Savon sulla sinistra, m. 2462.









 Bibliografia
- Alfio Anziutti, Forni di Sopra. Gente, storia e territorio, Forni di Sopra (UD), Edizioni di «Sfuoi Fornès», 1988.
- A. Anziutti, La Dintona (poesie carniche) con fotografie e lettere di emigranti, Forni di Sopra (UD), Edizioni di «Sfuoi Fornès», 1992.
- Se chi rioni = cosa eravamo / a cura di Alfio Anziutti. - Forni di Sopra : Circul Cultural Fornes ; [s.l.] : Coordinamento Circoli Culturali della Carnia, 1993. - XI, 175 p. : ill. ; 30 cm. - (Archivi fotografici della Carnia)
- Mularie di Cjargne : il gioco tra ragazzi /e di Carnia, Cercivento, Forni Savorgnani, Paularo / [William De Stales, Alfio Anziutti, Erminio Polo, Chiara Fragiacomo]. - [S.l.] : Coordinamento circoli culturali della Carnia, stampa 1995 (Tolmezzo : Treu). - 195 p. ; 24 cm. - (Mito e storia della Carnia; 3)
- Fiabe filastrocche racconti : Mularie di Cjargne 2 : Cercivento, Forni Savorgnani, Paularo / [William De Stales, Alfio Anzutti, Erminio Polo, Chiara Fragiacomo]. - [Tolmezzo] : Coordinamento circoli culturali della Carnia, stampa 1995. (Mito e storia della Carnia; 4)
- Un doul a mi strinzeva il cour : 1917, questo terribile mistero / [introduzione di Erminio Polo ; contributi di Alfio Anziutti, Giancarlo L. Martina, Chiara Fragiacomo, Elio Varutti]. - Tolmezzo : Coordinamento Circoli Culturali della Carnia, stampa 1997 (Carnia frontiera; 2)
- Loucs fornès = luoghi fornesi : Forni di Sopra, appunti di toponomastica / Alfio Anziutti ; presentazione di Elio Varutti. - Forni di Sopra : Circolo fornese di cultura ; Tolmezzo : Coordinamento circoli culturali della Carnia, 1997.
- Giochi e cibi a Forni di Sopra : [tra ricordi, ricette e fotografie dell'ultimo secolo] / Alfio Anziutti ; introduzione di Elio Varutti. - Forni di Sopra : Edizioni di Sfuoi Fornés, 1999.
- Idem, La "Cópera" : cent'anni di vita della Cooperativa di Consumo S.M.A. di Forni di Sopra, 1900-2000 / [cura di Sergio Virginio, Giancarlo L. Martina, Elio Varutti, Alfio Anziutti]. - Forni di Sopra : Coop SMA, Stampa 2000 (Villa Santina : Il Segno).
- Vecchie locande fornesi : storia delle osterie e degli alberghi nell'Alta Val Tagliamento / Alfio Anziutti, Elio Varutti. - [Tolmezzo] : Coordinamento circoli culturali della Carnia ; Forni di Sopra : Edizioni di Sfuoi Fornés, 2002. - 191 p. : ill. ; 25 cm. - (Mito e storia della Carnia ; 16). Anche nel web, vedi sitologia.
- Idem, Barba Acu Ticu Taco : filastrocche e villotte di Forni di Sopra, Tolmezzo : Edizioni Ciargne Culture ; Forni di Sopra : Circolo Culturale Fornese, 2004. (Mito e storia della Carnia; 19)
- Dolomiti orientali. I monti dei Forni Savorgnani, Anziutti Alfio, 2009, Tamari Montagna. Acquistabile nel web.


Sitologia
- https://www.academia.edu/1404067/Vecchie_locande_fornesi._Storia_delle_osterie_e_degli_alberghi_nell_Alta_Val_Tagliamento
- http://www.youtube.com/watch?v=strIC3u7RiA
- http://www.youtube.com/watch?v=FmXhg7KsN2Q

Importante documento riprodotto nel volume di Alfio Anziutti Timilin. Il 23 agosto 1944 il militare italiano Lino Anziutti, nato a Forni di Sopra il 27 luglio 1914, è scarcerato dal Campo di prigionia o Stammlager IV D di Merseburg, in Sassonia- Anhalt per essere inviato a lavorare in fabbrica, quale schiavo di Hitler.

giovedì 20 novembre 2014

Man Ray a Villa Manin di Passariano, Udine, Italy


Questa è una bella mostra. Si comprende tutta l'inventiva del personaggio che vi sta dietro. C'è soprattutto la fotografia di Man Ray, ma anche la pittura, non molto nota al grande pubblico. L'allestimento è meritevole di nota, curato da Guido Comis e Antonio Giusa. Potrete osservare poi i disegni, i collage, persino i film e certe curiosità provocatorie del periodo del Dadaismo. Ci sono pure le opere di Man Ray degli anni parigini tra le due guerre mondiali, per concludere col ritorno negli USA, durante il nazismo e dalla California, nel 1951, ritornerà nella Parigi, dove respirare arte ad ogni angolo di strada. 
Si tratta di circa 300 opere di Emmanuel Radnitzky, nato a Filadelfia nel 1890 da una famiglia di religione ebraica, da poco immigrata dall’Europa Orientale. Poi i Radnitzky cambiano cognome, contraendolo in: "Ray" e lui sceglie l'abbreviativo: "Man". 

  Le Violin d'Ingres, Man Ray, 1924

Passa un periodo giovanile a New York, durante il quale si avvicina ai lavori delle avanguardie. Fa amicizia con alcuni fra i più importanti artisti dei Primi del Novecento, come Marcel Duchamp; con cui condivide la passione per gli scacchi. In mostra vedrete una bella scacchiera progettata dall'artista con delle geometriche pedine. Una composizione veramente interessante, per il pensiero che sta dietro ad ogni pezzo. Tutto è ben spiegato nelle tavole illustrative della rassegna o, ben raccontato, nell'audio guida compresa nel prezzo del biglietto d'ingresso.
Nel 1921 Man Ray va a Parigi, ricevuto, anzi "accettato" - come dice in certe interviste- da numerosi colleghi artisti. La scelta è dovuta alla convinzione che a New York non sia il momento di sviluppare un modo nuovo di fare arte. Man Ray è, infatti, uno sperimentatore incallito e un innovatore unico. I movimenti artistici ai quali si avvicina, Dadaismo e Surrealismo, sono il gancio per creare nuove opportunità. 
Nel settore fotografico, si inventa i rayograph e le solarizzazioni, forse il linguaggio più originale ed innovativo di Man Ray. Nel 1922 Man Ray produce i suoi primi fotogrammi, che chiama: rayographs. Una rayografia è una immagine fotografica ottenuta appoggiando degli oggetti direttamente sulla carta sensibile, procedimento apparentemente semplice, ma che egli usò per riproduzioni fortemente coinvolgenti.
In pittura, nella cinematografia e nella creazione di oggetti e di assemblaggi ha cento, mille idee. L'artista, dopo tanti amori, si sposa con Juliet e con lei vivrà a Parigi, fino alla morte, avvenuta nel 1976.
Nella mostra a Villa Manin ci sono i ritratti fotografici di tutti i grandi artisiti del Novecento: James Joyce, André Breton e Gertrude Stein. Oppure certi aristocratici, come la Marchesa Casati – già citata da D’Annunzio nel listino personale delle sue amanti – ai colleghi artisti, come Picasso (immortalato come un "bronzo" nel suo "impermeabile sporco e colore della sua stessa pelle" - disse Man Ray in un'intervista. Si va da Braque, Henri Matisse a Max Ernst, e naturalmente a molte donne, delle quali Man Ray riesce a riportare sulla carta fotografica quel non-so-che, a tutt'oggi, ancora irresistibile. 
Nel 1925 è in esposizione con Jean Arp, Max Ernst, André Masson, Joan Miró e Pablo Picasso. È la prima rassegna surrealista della galleria Pierre di Parigi. Nel 1934, la celebre artista surrealista Meret Oppenheim, conosciuta per la sua tazza da te ricoperta di pelliccia, posò per Man Ray in quella che divenne una ben nota serie di foto che la ritraggono nuda in piedi vicino a un torchio da stampa. 
Insomma l'individuo non andava mai a pesca coi coetanei e nemmeno giocava a bocce nel campetto del dopolavoro...


MAN RAY A VILLA MANIN
13 settembre 2014 - 11 gennaio 2015 (prorogata fino al 1° febbraio 2015!!!)
a cura di Guido Comis e Antonio Giusa
SEDE ESPOSITIVA
Villa Manin (Passariano di Codroipo)
ORARI DI APERTURA:
dal martedì a domenica: 10-19
chiuso lunedì

INGRESSI

€ 10,00 intero
€ 8,00 ridotto
€ 5,00 ridotto gruppi
Servizio di audioguida (italiano, inglese) compreso nel biglietto di ingresso
Biglietti acquistabili fino a 45 minuti prima della chiusura del la mostra


Special thanks for photos with blue sky: D & C
 Special thanks for this photo: Ant & V Studio
Articolo di Teho Teardo su Il Friuli del 24 dicembre 2014 riguardo alla mostra su Man Ray a Villa Manin. Attenzione: la rassegna è stata prorogata fino al   1° febbraio 2015
Vedi altri eventi su Il Friuli in riferimento alla mostra di Villa Manin.
 

mercoledì 19 novembre 2014

Lis Sedonariis, le venditrici friulane di mestoli


Lis sedonariis, in lingua friulana, erano le venditrici ambulanti di mestoli, fusi, cucchiai, seggiolini ed altri oggetti casalinghi in legno. Singolare: sedonarie (mestolaia). Si muovevano a piedi per le città e i paesi del Friuli e del Veneto. Alcune di loro dormivano da Fusâr, un'osteria storica, in Via Pradamano a Udine. Proprio l'appellativo dell'osteria deriva da loro. Il fusâr era un Roiatti, che poco prima e dopo la Grande guerra le ospitava nel fienile della sua osteria. Un cenno su di loro c'è pure in un articolo di Elena Commessatti sul Messaggero Veneto del 30 gennaio 2011.

Una fotografia di Udine del 1860. Si vede che nella Loggia di San Giovanni; c'era ancora la scala e una porticina che dava sulla salita del Castello, vicino all'arco Bollani privo del leone marciano, rimesso là sopra il 6 luglio 1953. 
Fu, infatti, nel 1933 sotto il podestà Gino di Caporiacco, che la giunta comunale udinese deliberò di ricollocare il leone, in risposta all’abbattimento dei leoni veneziani, avvenuto a Traù, in Dalmazia, da parte delle autorità del Regno di Jugoslavia. Così negli anni ’30 fu riposto un modello di gesso. L’originale, pesante 35 quintali, realizzato dall’artista vicentino Egisto Caldana, fu posizionato sopra l’arco palladiano la sera del 6 luglio 1953, con la elegante novità che il felino volge la fronte, anziché la coda ai cittadini che transitano ai suoi piedi.


Le mestolaie (sedonariis) camminavano moltissimo. In fondo, avevano la cultura del muoversi a piedi, del conoscere gente, oltre che del vendere, che era una necessità per l'economia della famiglia. Bussavano alla porta, proponendo i loro prodotti, con semplicità, senza arrecare disturbo alle persone. Intanto cercavano di chiacchierare par furlan, come si può immaginare.
In quei tempi, anche un piatto di minestra poteva rappresentare un buon corrispettivo per un pezzo della loro originale mercanzia. In lingua friulana “sedon” significa cucchiaio, appunto. Quindi loro facevano il mestiere di: mestolaie.
Tali informazioni sono state raccolte in una ricerca scolastica, svolta da alcuni insegnanti di Italiano e Storia dell'Istituto "Bonaldo Stringher" di Udine, in collaborazione con la locale Camera di commercio e con i Civici Musei. Si è scoperto che l’osteria da “Fusâr” reca quel nome (il fusaio, o fabbricatore di fusi per filare) proprio in onore di quelle donne, che, gerla piena in spalla, affrontavano, camminando, i percorsi dei loro tentativi di vendita domiciliare. «A vignivin di Claut – ha detto il signor Gino Nonino, di Baldasseria – e a lavin a durmî tal toglât dai Roiats lì di Fusâr» (Venivano da Claut, in provincia di Pordenone e andavano a dormire nel fienile dei Roiatti, da Fusâr). 
In un’altra intervista si è saputo che «Me nono Zuanin Roiatti, nassût tal 1863 e muart tal 1941 – ha riferito Elsa Roiatti - che al faseve l’ustîr e al dave di durmî ai fusâr a lis sôs feminis e alore ducj lu lamavin fusâr» (Mio nonno... faceva l’oste e dava dormire ai fusai e alle loro donne e allora tutti lo chiamavano fusâr).
Erano donne di Cimolais, Claut e della Val Cellina, in provincia di Pordenone, oppure della Carnia. C’era una certa Letizia Sottocorona, da Collina di Forni Avoltri. Dalle 293 interviste, raccolte dagli studenti dell'Istituto Stringher, si è saputo che le mestolaie venivano chiamate in vari modi. Ad esempio “lis montagnaris”, poiché scendevano coi carri e i loro uomini dalle montagne friulane.

Per tali figure del commercio ambulante c’era il nome di “Chei des cjaçutis”, ossia: quelli delle stoviglie. “Las Nardanas” erano dette le donne che provenivano da Erto, con una parlata friulana tutta particolare, corrotta dal vicino dialetto veneto, secondo il professor Giovanni Frau, dell'Università di Udine. Esse venivano da Erto, in provincia di Pordenone, "Nert" in friulano. Naturalmente “las Clautanas cu las crassignas" erano le Clautane con la cassetta portaoggetti. Queste altre erano le portatrici di Claut, sempre in provincia di Pordenone. La “crassigne” è uno strumento a spalla, usato addirittura dai “cramars”, gli ambulanti carnici del Settecento e dei secoli precedenti, che giravano per tutta l'Europa a vendere spezie, tessuti ed erbe medicinali. La "crassigne" o "crama" era un contenitore di legno, da portare a mo' di zaino, tutta la mercanzia sulle spalle. 
Era in montagna, in Carnia e nei paesini del Pordenonese che, nei lunghi e freddi inverni, gli uomini lavoravano il legno per fabbricare i cucchiai, i seggiolini, le gerle ed altri oggetti casalinghi, venduti poi dalle mogli, dalle figlie o dalle sorelle. Ecco spiegato allora il termine “lis cjargnelis cul zei plen di robe” (le carniche con la gerla piena di roba). Altre donne erano dette proprio "lis fusanis" perchè vendevano i fusi per filare, molto usati nel passato, quando nelle famiglie patriarcali le donne dovevano filare, fare i lavori domestici, accudire e allevare i figli, lavorare nell'orto e curarsi degli animali da cortile. Agli uomini spettavano i lavori più duri, con gli animali da tiro, arare, falciare il fieno, raccogliere i prodotti dell'agricoltura e così via. Oltre il 90 per cento della popolazione era dedito all'agricoltura, a fine Ottocento.
Il punto di ritrovo per "fissare i prezzi" dei mestoli da fare nel mercato udinese, secondo Rina Bernardinis (Castiglione delle Stiviere 1908 - Udine 2010) era il Palazzo Giacomelli, in via Grazzano. Oggi è la sede del Museo Etnografico del Friuli, che raccoglie proprio gli oggetti della cultura materiale e quotidiana, di cui "lis sedonariis" erano le vestali.

Il carretto delle montanare, fotografia ripresa dal sito di Anellina Colussi
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Questo articolo, in una prima versione, è stato pubblicato su UISP atletica del 2009. Qui è stato ripreso ed ampliato. Qui sotto: una gerla (zei, in friulano, con i termini in lingua friulana delle sue parti di fabbricazione (Per questa immagine così istruttiva sono grato a La Patrie dal Friûl, gruppo di Facebook).

domenica 16 novembre 2014

Udine, la Todt in Baldasseria e i Cosacchi in Porta Aquileia

Nel presente articolo troverete alcune storie di parrocchiani della zona di Udine sud e di altri friulani nella seconda guerra mondiale. Poi si cercherà di rispondere ad alcune domande, con l’utilizzo di fonti orali, oltre che della pubblicistica. Ringrazio sentitamente gli intervistati e i prestatori delle fotografie.
Che ci facevano i Cosacchi in Porta Aquileia? Che cos’era la Todt? Cosa succedeva alla GIL di Via Pradamano? Cercherò di rispondere a queste domande, con l’aiuto di alcuni parrocchiani e di altre persone che ho intervistato. La signora Franca Vidussi, classe 1933, ricorda che quando era bambina andava da casa sua, in Baldasseria, al campo della GIL di Via Pradamano.

 Il Collegio Convitto della GIL di via Pradamano a Udine in una foto del 1955,  quando era adibito a Centro di Smistamento Profughi d'Istria e della Dalmazia 
(Fototeca dei Civici Musei di Udine)

“Sarà stato il 1939 o il 1940 – mi ha detto la Vidussi – per due ore il sabato pomeriggio si doveva fare la ginnastica in divisa da piccola italiana, gonna nera a pieghe e camicia bianca, io ero la più piccola del gruppo”. La sigla GIL significa Gioventù Italiana Littorio. La struttura sportiva appartenne alla Gil dal 1937, dovendo sottostare alle dirette dipendenze del Partito Nazionale Fascista (PNF). Prima era proprietà della Opera Nazionale Balilla (ONB). “Qualche volta, in divisa – conclude il suo racconto la Vidussi – si doveva andare a fare la ginnastica in Via Girardini in un’altra casa della GIL”.
Fu l’architetto razionalista di San Daniele del Friuli, Ermes Midena (1895-1972) a progettarla come Collegio Convitto ONB nel 1934-1936. Prima ancora lì c’era una caserma dei Regi Carabinieri. Midena volle il giovane pittore Afro Basaldella, che affrescò il ciclo “Si fondano le città”, come ricorda a pag. 169 Gianfranco Ellero nella sua Storia di Udine. Oggi in quella stessa area c’è la scuola secondaria di primo grado “E. Fermi”, un campo di pattinaggio, la piscina, la biblioteca di quartiere, la pista di atletica, la sede dell’Associazione Nazionale Alpini (ANA) e il campo di calcio.
Nel Collegio Convitto ONB, poi GIL, studiarono e si diplomarono alla scuola magistrale le nuove leve dello sport italiano. Era chiamato la Prefarnesina, perché i neo diplomati potevano accedere alla Scuola Superiore di Educazione Fisica di Roma, diventando gli insegnanti di ginnastica delle scuole del Regno, anzi dell’Impero. Col 1940 e l’entrata in guerra dell’Italia, la scuola magistrale di ginnastica fu spostata a Tarvisio. Nel 1943 il complesso GIL di Via Pradamano fu occupato dai nazisti. Bombardato dagli aerei angloamericani nel 1944-’45, fu utilizzato dalle truppe inglesi alla fine della guerra. Dal 1947 al 1960 fu adibito a Centro di Smistamento Profughi, dato che in città cominciarono ad arrivare i fuggitivi dalle terre perse (Istria, Dalmazia, Fiume e Valle dell’Isonzo). Di esuli giuliani ne passarono oltre centomila al Campo Profughi di Udine. Si tratta di un terzo di tutto l’esodo istriano dalmata.

Lavorare per la Todt

Verso la fine della guerra, i nazisti e i fascisti, nell’ultimo disperato tentativo di rallentare l’avanzata delle truppe alleate, fecero costruire delle opere di contrasto all’avanzata dei carri armati inglesi e americani. Esisteva allora una struttura, creata da Friedrick Todt, ingegnere tedesco, Ministro nazista degli Armamenti e degli Approvvigionamenti e capo della omonima organizzazione, che si occupava di ripristinare ferrovie e strade colpite dai bombardamenti alleati. Era la Organizzazione Todt (OT).

Spallina di un lavoratore coatto della TODT

Requisiva i ragazzi, le donne e gli anziani per tali lavori di scavo e di riporto. Albino Braida, classe 1919, era un giovane della Todt a San Giovanni al Natisone, come ha raccontato al figlio Livio, che mi ha riferito il fatto. Pure Arnaldo Geatti, nato nel 1924 a Bressa di Campoformido, doveva lavorare per la Todt e mi ha raccontato che aveva anche una tessera di riconoscimento intestata alla OT. Gli operai della Todt avevano le mostrine, erano militarizzati. 
Anche la signora Licia Degrassi, nata a Isola d’Istria nel 1931, ricorda le vicende della Todt, perché coinvolsero suo fratello Antonio, morto nel 1991. “Lui era un ragazzino e fu requisito prima nella Todt – mi ha detto la Degrassi – poi fu costretto, in divisa da Waffen SS a stare di guardia davanti alle banche di Milano, Como e Trieste… una volta era di guardia a Osoppo e da lì scappò, perché aveva tanta paura, così la famiglia lo nascose in casa a Trieste”.


Donne udinesi della Todt sul trincerone di Baldasseria, Udine.
Si riconosce Leony Talotti (1926-2014), seconda da sinistra. Collezione Monica Secco, Udine

Esistevano delle squadre di lavoro di donne friulane requisite dalla Todt nel 1945. Una di queste lavorò in Baldasseria e nella parte sud della città, per scavare un “trincerone anticarro”. Me lo racconta la professoressa Monica Secco (Udine, 1963), perché tra di loro fu costretta a lavorare una sua zia. Si chiamava Leony Maria Talotti; era nata nel 1926 a Périgueux, in Francia, figlia dell’emigrazione friulana degli anni Venti, sotto il fascismo ed è morta nel 2014 a Osimo, in provincia di Ancona. Nella fotografia sottostante la zia Leony Maria è la terza da destra, seduta con i pantaloni militari mimetici (Collezione Monica Secco, Udine).
Le altre ragazze udinesi requisite sono di borgo San Lazzaro e c'è qualcheduna di Baldasseria, come Teresa Novelli vedova Marioni (Udine 1922). Gli unici maschi nella fotografia sono militari dell’ormai sballato esercito nazista, che oltre ai ragazzini incorporava anziani e persone non del tutto abili, come si può notare dall’immagine. In questo caso di tratta di tedeschi della provincia di Bolzano, che davano così gli ordini in italiano alle donne requisite (obbligate al lavoro).


Squadra femminile della TODT al lavoro sul trincerone anticarro
di Baldasseria, 1945. Si riconoscono Leony Talotti (1926-2014), 
terza in basso, da destra e Teresa Novelli Marioni, seconda a sinistra in alto (Collezione Monica Secco, Udine)

C'è un personaggio molto noto in Baldasseria, che ha scritto e raccontato molti fatti del quartiere: il suo nome è Alfredo Orzan. Secondo il maestro Alfredo Orzan (San Lorenzo Isontino, provincia di Gorizia, 1930, intervista del 13 novembre 2014) il trincerone si trovava tra via Baldasseria Bassa e viale Palmanova, all’altezza del civico n. 231 della Baldasseria Bassa, vicino alla sede del Messaggero Veneto.

I Cosacchi a Udine

Non è facile trovare notizie sui Cosacchi a Udine. Intanto bisogna dire che i Cosacchi dell’Ucraina erano alleati dei nazifascisti. Con decine di tradotte furono portati in Friuli dalla Polonia, dove Hitler li aveva usati nella repressione contro la breve resistenza polacca. In Friuli Hitler aveva promesso per loro una nuova terra “Kosakenland in Nord Italien”. Loro se l’erano… bevuta! Erano profondamente filozaristi ed anticomunisti, perciò si trovarono molto bene a combattere contro i partigiani. Aiutarono i nazisti nelle feroci rappresaglie, bruciando paesi come Nimis, Faedis ed Attimis, come ha ricordato la signora Iole Croatto, vedova Falzone, nata ad Attimis nel 1917.

 Iole Croatto, Attimis 1917-Udine 2013

Dopo la costruzione delle Case Fanfani nel 1950, la signora Iole abitava in Via delle Fornaci, assieme a Salvatore Falzone, suo figlio (Udine 1945) e al resto della famiglia. Sono loro ad avermi raccontato tante storie sugli esuli giuliani che hanno vissuto nella zona, dove nel 1958 nacque la parrocchia di San Pio X. 
Verso la fine di luglio del 1944 alla stazione della Carnia cominciarono ad affluire i primi convogli di Cosacchi e di caucasici con le famiglie; ne arrivarono circa 40 mila. Un numero considerevole se si pensa che la Carnia di allora contava 60 mila abitanti. Il Comune di Verzegnis (1800 abitanti) fu occupato nell'ottobre del 1944 da 1567 Cosacchi con al seguito 465 cavalli, 58 mucche e 20 cammelli e ribattezzato Stanitsa Térskaja (villaggio cosacco).
Ovvio che tra le loro prime necessità ci fosse quella del foraggio per gli animali, soprattutto per i cavalli, che utilizzavano nelle scorribande contro i partigiani. Verso la fine del conflitto i Cosacchi dilagarono anche nella Bassa friulana e a Udine, nella speranza di fare bottino di fieno, di alcol e di donne.

Continua così il racconto della professoressa Secco. “A Udin, te fin dal Unvier dal 1945, in borc di Glemone li dal cjanton cun Vie di Santa Chiara, i cosacs a àn tucât ae puarte par domandâ di durmî li de famee Talotti – mi raccontava la signora Alberta Talotti – e, cence mostrâ pôre, mê mari, Luigia Zugolo e me pari Eustacchio Talotti, a àn vierzût il puarton di cjase” (A Udine, alla fine dell'inverno 1945, in borgo Gemona sull'angolo con via Santa Chiara, i cosacchi hanno battuto sulla porta per domandare da dormire alla famiglia Talotti e, senza mostrare paura mia madre, Luigia Zugolo e mio padre Eustracchio Talotti hanno aperto il portone di casa).
Come è stato il contatto? “A son stâts avonde zentîls, a àn ufrît pan neri e margarine, che no si le veve mai viodude – diceva Alberta Talotti – i cosacs, cul colbac scûr, a erin in une desene cuntune cjarete tirade des bestiis e un di lôr al veve il colbac blanc, a àn metût pistolis e i fusii su la taule, si son metûts a durmì te stanzie plui grande, tant che une agne e parave vie lis fantatis di cjase li di altre int dal borc, parcè chescj militârs no si profitassin di lôr, ma la matine buinore i cosacs a àn bevût il cafè e dopo son lâts vie” (Sono stati abbastanza gentili, hanno offerto pane nero e margarina, che non avevamo mai visto i cosacchi, col colbacco scuro, erano una decina con una carretta trainata dagli animali e uno di loro aveva il colbacco bianco, hanno posato le pistole e i fucili sulla tavola, e si sono messi a dormire nella stanza più grande, mentre una zia spingeva via le ragazze di casa presso altra gente del borgo, perché questi militari non si approfittassero di loro, ma la mattina presto i cosacchi hanno bevuto il caffè e poi sono partiti).

Cosacchi con carriaggi e famiglie a Villa Santina, 1944. 

Alcuni di loro però erano nervosi e rubavano di tutto. Sono stati visti in Porta Aquileia e in Via Gaeta avevano una caserma. “Mia madre Erminia, detta Elvira – ha detto Loredana Smedile, Udine 1953, che ha abitato in Via delle Fornaci – verso il 1945 viveva in Via Gaeta a Udine e ricordava che i Cosacchi per fare festa, dopo aver bevuto, sparavano alla gente con i mitra.

Cosacchi sul Friuli collinare
Poi ci sono altri racconti di furti e di tentativi di stupri. “E jere fam e pôc di gustâ a Sante Margarite, dongje Murùs, ma i cosacs nus àn puartât vie la pocje robe che si veve a nô che a stavin dongje de glesie – ha detto Milena Rosso Moro, di Santa Margherita del Gruagno – come patatis, blave e dopo un di lôr al voleve vê une zovine e par puartâle vie, al à tirât fûr parfin une bombe a man e nus à mostrât la bombe e al voleve la fantate, par fâi violence sessuâl, alore une femine di famee e je lade di corse li dal comant e un uficiâl un pôc galantom lu à cuietât, se no e vignive fûr une maçalizi” (C'era fame e poco da mangiare a Santa Margherita del Gruagno, vicino a Moruzzo, ma i cosacchi ci hanno portato via la poca roba che si aveva, noi si stava vicino alla chiesa, come patate, mais, e dopo uno di loro voleva avere una giovane e per portarla via, ha mostrato perfino una bomba a mano, voleva la ragazza per farle violenza sessuale, allora una donna di famiglia è andata di corsa al comando e un ufficiale un po' galantuomo lo ha calmato, altrimenti finiva in una strage).
A Tarcento, i Cosacchi, una strage l’hanno fatta di sicuro. Era il 3 maggio 1945, quando gli ultimi nazisti se la davano a gambe e i Cosacchi facevano da retroguardia. Sono rimasti i “cadaveri dello sterminio”. Così ha scritto in una relazione “Mikros”, nome di battaglia di don Giuseppe Grillo, come si vede nell’Archivio Osoppo della Resistenza in Friuli.
Violenti e cattivi. Così erano per Carmen B., nata a Udine nel 1936. “Par colpe dai bombardaments si jere sfolâts a Cicunins, tal 1945, intune cjase dongje la fermade dal tram e li dongje,  intune cjase di siôrs, al jere il comant dai todescs – ha raccontato – intant che a fasevin une ristielade, doi cosacs, vistûts mâl cun piels di anemai e cul curtìs, a volevin cjapâ Lucia Anderloni, mê mari, nassude a Udin tal 1908, alore gno pari Jacum ur à dât une butiliute di “sgnape di fossâl”, fate a San Vît di Feagne, cussì a si son incjocâts e a àn durmît cul cjâf su la taule. Si jere frutins, in cuatri fradis e i cosacs a volevin parânus vie, ma il plui grant di nô nus diseve: “Se o restin culì nô, lôr no fasaran mâl ae mari”. Nô o sin restâts te stanzie fintremai che i Cosacs a àn cjapât sium. Dopo il pari ur à mandâts vie” (A causa dei bombardamenti si era sfollati a Ciconicco, nel 1945, in una casa vicino alla fernata del tram, e lì vicino in una casa signorile c'era il comando tedesco, mentre si svolgeva un rastrellamento, due cosacchi, vestiti male con pelli di animali e il coltello volevano prendere L. A. mia madre nata a Udine nel 1908, allora mio padre Giacomo ha dato loro una bottiglietta di grappa fatta in casa, a San Vito di Fagagna, così si cono ubriacati e hanno dormito con la testa sul tavolo. Si era bambini, in quattro fratellini e i cosacchi volevano mandarci via, ma il più grande di noi diceva: 'Se restiamo qui, loro non faranno male alla mamma'. Noi siamo restati nella stanza finché i cosacchi di sono addormentati. Dopo il papà li ha cacciati).
Un brutto momento lo passò pure Maria Romaniello Savino, classe 1916, che era a Udine in Via Mazzini. Due Cosacchi ubriachi sono entrati di notte in casa e lei col figlio piccino in braccio cercò di scacciarli. Prima di andarsene loro hanno rovinato le immagini delle madonne e dei santini che la signora teneva in casa con devozione. Così mi ha raccontato la professoressa Clelia Savino, di Udine.

Maria Romaniello Savino, anni ‘40. Collezione Mario Savino, Udine

Rina Bassi, classe 1924 di Cassacco, ha raccontato che “i Cosacs a erin triscj e tal mê paîs a àn fusilât un frutat di cutuardis agns, dome parcé che al veve metût sù une gjachete militâr dai todescs e gno pari al jere li cuant che a àn sbarât” (i cosacchi erano cattivi e nel mio paese hanno fucilato un ragazzo di quattordici anni solo perché aveva recuperato e indossato una giacca militare tedesca e mio padre era lì quando gli hanno sparato).
Un'altra fonte orale ha parlato con me a Udine, il 9 giugno 2015, dopo aver saputo della pubblicazione del volume  OSPITI DI GENTE VARIA. Cosacchi, Esuli Giuliano Dalmati e il centro di smistamento profughi di Udine 1943-1960, di Roberto Bruno, Elisabetta Marioni, Giancarlo Martina, Elio Varutti. Editore Istituto Statale d’Istruzione Superiore “Bonaldo Stringher” di Udine, 2015, pagine 128. Disponibile anche nel web, per leggerlo, clicca qui.
Si tratta di Arrigo Melchior, classe 1940, di Coseano, provincia di Udine. Mi ha detto che ha avuto a che fare con i cosacchi sin da bimbo, quando era in braccio a sua madre. Ecco la sua testimonianza. "Qui non si ammazza nessuno! - disse mia madre a Coseano, mentre si era piazzata, con me in braccio, davanti a due compaesani, accusati dai cosacchi di essere partigiani. I cosacchi volevano fucilarli sul posto, ma così non avvenne. Poi lei fu accusata di essere partigiana. Eh! Altro che partigiana! Pensare che mio papà era fascista, come un sacco di italiani a quel tempo. La caricarono su un camion, assieme a tanti altri prigionieri con le mani alzate, mi ricordo ancora la scena. Ecco cosa ricordo di cosacchi, repubblichini e nazisti".


Riferimenti bibliografici e sitologia
La prima versione del presente articolo è stata pubblicata sul Numero Unico della parrocchia di San Pio X di Udine, «Festa Insieme Baldasseria 2012», alle pagine 20 e 21.

- Gianfranco Ellero, Storia di Udine, Pordenone, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2012.
- Elio Varutti, Il Centro di Smistamento Profughi di Via Pradamano accolse oltre centomila persone dell’esodo dal 1947 al 1960, «Festa Insieme Baldasseria», Udine, 2004, pp. 18-20.
- E. Varutti, Il Campo Profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo, 1945-2007, Udine, Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Comitato Provinciale di Udine, 2007.
- E. Varutti, Cara maestra, le scrivo dal Campo Profughi. Bambini di Zara e dell’Istria scolari a Udine, 1948-1963, «Sot la Nape», 4, 2008, pp. 73-86.
- E. Varutti, Rifugi antiaerei a Udine. Profughi istriani, preti e parrocchiani, «Festa Insieme Baldasseria», Udine, 2013, pp. 34-35.
- E. Varutti, La Cappella dei profughi istriani, «Festa Insieme Baldasseria», Udine, 2014, pp. 34-35.
Sitologia

Sono stati utilizzati vari siti istituzionali sull’esodo giuliano dalmata, sul Centro di Smistamento Profughi di Udine e sulle vicende cosacche a Udine e nel Friuli. Molto utili a questo elaborato nel suo complesso sono state le informazioni della pubblicistica e dei servizi giornalistici disponibili sui seguenti siti:

- Anita Clara, Il campo di via Pradamano, 19 marzo 2008.

- E. Varutti, Il Campo Profughi di Udine 1947-1960. Esodo da Zara, Fiume e Pola, UISP, 2009

- Matteo Ermacora, recensione al libro di Varutti del 2007 su: «DEP, Deportate, esuli, profughe. Rivista telematica di studi sulla memoria femminile», 12, 2012, pp. 320-322.

- E. Varutti, Chi ricorda a Udine il campo profughi di via Pradamano?, 2013.

- E. Varutti, Itinerario giuliano a Udine. Esodo istriano, un brano sconosciuto di storia locale, 2013.

- E. Varutti, Miranda, Cisa e le altre, 1945. L’esodo da Fiume, da Zara e dall’Istria. Esperienze didattiche in una scuola di Udine, 2014, pp. 21. Vedi pure il sito web dell’Istituto Stringher di Udine, relativo al progetto "Il Novecento in Friuli Venezia Giulia", del Laboratorio di Storia della scuola.


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Istituto Statale d’Istruzione Superiore “B. Stringher” Udine. Laboratorio di Storia, Progetto «Il Secolo breve in Friuli Venezia Giulia», sostenuto dalla Fondazione CRUP. Hanno collaborato alla elaborazione di questo prodotto gli allievi, della classe 5 ^ D Dolciaria. Anno scolastico 2014-2015. Coordinamento didattico: professoressa Carla Maffeo (Italiano e Storia). Dirigente scolastico: Anna Maria Zilli. Networking: prof. Elio Varutti, Diritto e Tecniche Amministrative della Struttura Ricettiva; novembre 2014.

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Nella fotografia: Il comandante della Divisione cosacca Domanov e il maggiore delle SS Von Alvensleben con gli altri ufficiali al seguito attraversano il Tagliamento. Al seguito dei nazifascisti e dei cosacchi c’era un fotografo ufficiale, Markert, che riprese una quarantina di immagini ritraenti il sopralluogo del capo dei cosacchi in Italia, il generale Domanov e del Comandante delle Waffen SS e della Polizia della Provincia di Udine, von Alvensleben, intenti ad attraversare il Tagliamento per spingersi sino ad Alesso, a “suggellare” la conclusione della vittoriosa operazione. Le immagini del fotografo documentano però anche due importanti fenomeni contemporanei: lo sfollamento dei civili di Trasaghis e Braulins e l’avvio del trasferimento delle popolazioni cosacche da oltre Tagliamento ai paesi del Comune di Trasaghis, per occupare la terra che era loro stata promessa. Grazie alla disponibilità del Muzej Novejše Zgodovine (Museo di Storia Moderna) di Lubiana (Slovenia), il Comune di Trasaghis ha acquistato copia dell’intero fondo, riprodotto poi integralmente in una pubblicazione, Memorie di un esodo. I giorni dello sfollamento dell’ottobre 1944 e dell’occupazione cosacca nel Comune di Trasaghis, stampato nel 2003 dalle Arti Grafiche Friulane. Una mostra fotografica si è tenuta al Centro civico di Alesso, 8-12 ottobre 2014, a cura di Pieri Stefanutti e Zuan Cucchiaro (che sono da ringraziare per il puntuale ed originale commento all'immagine riportata poco sopra).

venerdì 14 novembre 2014

La villeggiatura a Lignano / La vacance a Lignan


LA VILLEGGIATURA A LIGNANO

La prima citazione di Lignano Pineta nei documenti di archivio, come un porto fluviale, è del Medioevo.
Agli inizi del Novecento a Porto Lignano, dove c’era solo una casermetta della Guardia di Finanza, iniziarono ad affluire i villeggianti in battello da Marano. Nel 1903 fu costruito il primo albergo, Hotel Marin Angelo di Marco e un piccolo impianto balneare. Era il 15 aprile 1903 e nasceva lo Stabilimento dei bagni di Porto Lignano. Tal 1910 c’era la trattoria Calderara Augusto di Carlo e la “Società Popolare Bagni”.
Nel 1924 fu eretta la Terrazza sul mare, su disegno dell’architetto Provino Valle. Il vero sviluppo turistico giunse con il miglioramento delle comunicazioni, quando nel 1926 fu aperta la strada per Latisana. Nel 1935 Lignano ottenne l’istituzione di un’Azienda di Soggiorno e Turismo, oltre al nome di Sabbiadoro. Negli anni del boom sorse Lignano Pineta (1953-1956), su progetto di Marcello d’Olivo, esponente dell’architettura organica. In seguito fu istituito il Parco Hemingway, per ricordare le visite e i soggiorni del celebre scrittore statunitense Ernest Hemingway. Negli anni ’60, vicino alla foce del Fiume Tagliamento, fu costruita Lignano Riviera. Le terme marine sono del 1963. Dagli anni ’70 Lignano divenne la terza spiaggia italiana, dopo Rimini e Jesolo. L’Aquasplash, il primo parco per giochi acquatici d’Italia, è del 1985. Nel 1987 è sorta la moderna Arena, su progetto dello studio Zizzoli.
Cartolina non viaggiata, edita da Giulio Marino di Vittorio Veneto. Molto interessante la didascalia, poichè reca la dicitura "Lignano Sabbia d'Oro". Le parole sono ancora staccate. La costruzione fu terminata nel 1939. L'editore non si era ancora aggiornato su quanto accaduto il 23 marzo 1935, quando Lignano, diventò dunque "Sabbiadoro" (parola unita), per la felice pensata di un giornalista. Fu dichiarata stazione di cura e soggiorno, con la nascita dell relativa Azienda autonoma. Bisogna dire che più di un qualsiasi "Ospizio marino", l'edificio, come documentano Ferruccio Luppi e Paolo Nicoloso nel loro bel libro "Lignano. Guida all'architettura", del 2002, è la "Colonia marina" progettata e costruita dall'architetto Pietro Zanini dal 1934 al 1939. Zanini vinse un concorso bandito dall'Opera Nazionale Balilla per una colonia di 600 bambini, oltre al personale di servizio. 
Collezione: Elio Varutti, Udine.
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Inizio delle ricerche: Gruppo di studio della classe 5^ C Turistica, anno scolastico 2010-2011, sotto la guida del prof. Elio Varutti, Discipline economico aziendali, che ha seguito il Networking, anno scolastico 2014-2015. Versione friulana della studentessa Nadia Giacomuzzi, Risano, Pavia di Udine. Classe 4^ E Enogastronomia - prof.ssa Paola Longhino, Storia - dott.ssa Anna Maria Zilli, dirigente scolastico. ISTITUTO STATALE D’ISTRUZIONE SUPERIORE “BONALDO STRINGHER” Udine - Progetto Lingua e Cultura Friulana, in collaborazione con Progetto Secolo breve in Friuli Venezia Giulia, sostenuto dalla Fondazione CRUP.

     D'Olivo (a destra) insieme ad Ernest Hemingway nel 1954 
(Foto: it.wikipedia.org/wiki)
La visita di Ernest Hemingway nella pineta di Lignano nel 1954. Da sinistra: la signora D'Olivo, l'architetto Marcello D'Olivo, Hemingway, la figlia dell'avvocato Anzil, lì accanto (Fotografia Mario Kechler, Archivio Antonio D'Olivo). Tratto da: Davide Lorigliola, "1948-1954: Ernest Hemingway in Friuli e a Lignano Sabbadoro", in M. Bortolotti (par cure di), Lignan, Societât Filologjiche Furlane, Udin, 2014.
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Version in lenghe furlane

LA VACANCE A LIGNAN

Par cure dal Grup di studi de classe 5^ C Turistiche, an scolastic 2010-2011, sot la vuide dal prof. Elio Varutti, che al à fat il Networking, an scolastic 2014-2015. Version furlane de arleve Nadia Giacomuzzi, Risan, Pavie di Udin. Classe 4^ E enogastronomie – professore Paola Longhino, Storie – dotore Anna Maria Zilli, dirigjent scolastic, Istitût Statâl di Istruzion Superiôr “Bonaldo Stringher” Udin – Progetto Lingua e Cultura Friulana, in collaborazion cul Progetto Secolo breve in Friuli Venezia Giulia, cofinanziât de Fondazione CRUP.
Cartolina viaggiata nel 1959. Edizione Paolini & Guerin, Latisana. Vera fotografia. Collezione: Elio Varutti, Udine

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La prime citazion di Lignan Pinede tai documents di archivi, tant che un puart di flum, e ven fate te Ete di Mieç.
Intai prins agns dal Nûfcent a Puart Lignan, dulà che e jere dome une caserme dai Finanziots, a tacavin a rivâ i vacancîrs in batel di Maran. Tal 1903 al ven fat sù il prin albierc, clamât Hotel Marin Angelo di Marco e un piçul stabiliment di balneazion. Al jere il 15 di Avrîl dal 1903 e al nasseve il Stabiliment dai bagns di Puart Lignan. Tal 1910 e jere la ostarie Calderara Augusto di Carlo e la “Società Popolare Bagni”.
Tal 1924 e fo tirade sù la Terace sul mâr, su dissen dal architet Provino Valle. Il vêr svilup turistic al ven cu lis gnovis stradis, cuant che, tal 1926, e fo vierte la strade par Tisane. Tal 1935 Lignan e à vût une Aziende di Insozornament e Turisim, oltri al non di “Sabbiadoro”.
Intai agns dal svilup al nas Lignan Pinede (1953-1956), su progjet di Marcello D’Olivo, esponent de architeture organiche. Dopo al ven fat il Parc Hemingway, par visâsi des visitis e de vacance dal scritôr cognossût american Ernest Hemingway. Intai agns ’60, dongje de fin dal Tiliment, e je stade costruide Lignan Riviere. Lis termis marinis a son dal 1963. Dai agns ’70 Lignan al jere il tierçs savalon talian, dopo Rimini e Jesolo. L’Aquasplash, il prin parc pai zûcs in aghe  d’Italie, al è dal 1985. Tal 1987 e ven costruide la moderne Rene, su progjet dal studi Zizzoli. 

Brida A., Terrazza a Mare, Lignano, 1904-1909

Finita la seconda guerra mondiale, evacuati gli sfollati, con tanta grinta riparte la stagione di balneazione a Lignano Sabbiadoro, come si vede dal bozzetto pubblicitario ripreso dal giornale quotidiano di Udine e provincia "Libertà" del 28 maggio 1946, pag. 2. Si ringraziano gli operatori della biblioteca dell'Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione di Udine

Bibliografia / Bibliografie:

- G. Bergamini – G. Ellero, Udine e il Friuli. Una storia per immagini, Udine, Biblioteca del Messaggero Veneto, vol. 3, 2006.
- M. Bortolotti (par cure di), Lignan, Societât Filologjiche Furlane, Udin, 2014.
- Gualtiero Valentinis, Guida delle industrie e del commercio del Friuli, Udine, 1910.
- Friuli Venezia Giulia. Dalle Alpi all’Adriatico. Arte, natura, enogastronomia. Guide d’Italia, Milano, Touring Club Italiano, 2004.
- Ferruccio Luppi, Paolo Nicoloso, Lignano. Guida all'architettura, Pordenone, Comune di Lignano Sabbiadoro, Edizioni Biblioteca dell'Immagine, 2002.
- Eugenio Marin, Alle origini della Lignano sacra. Note storiche su Santa Maria già a Bevazzana e San Zaccaria di Pineda, Estratto da: Lignan, a cura di M. Bortolotti, Udine, Società filologica friulana, pp. 269-304 , 2014.


Lignano Sabbiadoro, cartolina viaggiata nel 1954 (Collezione E. Varutti, Udine) 
Lignan, cartuline viazade tal 1954 (Colezion E. Varutti, Udin)

Dall'Albun di famiglia. Lignano 1963 (didascalia originale). La vecchia Terrazza a Mare e le barche dei bagnini, dove era vietatissimo sedersi... Si riconoscono nella fotografia: prima a destra, Anna Maria Varutti, Ines Varutti, in piedi e Ernesta, a sinistra. Collezione: Elio Varutti, Udine.

Qui di seguito c'è un link sulla storia delle cartoline postali e di quelle illustrate, partendo da una cartolina di Lignano; clicca  QUI.  Testi a cura di Antonio Giusa, docente di Storia e tecnica della fotografia all'Università di Udine.
Per gli interessati qui c'è il riferimento ad un articolo sul 91° congresso della Società Filologica Friulana, svoltosi a Lignano Sabbiadoro il 28 settembre 2014. /

Culì a si cjate un leam su la storie des cartulinis puestâlis e di chês ilustradis, a tacâ di une cartuline di Lignan; frache:  CULI'.  Tescj par cure di Antonio Giusa, docent di Storie e tecniche de fotografie ae Universitât dal Friûl
Par cui che al è interessât culì si cjate il riferiment a un articul sul 91.m congrès de Societât Filologjiche Furlane, tignût a Lignan (Savalon di Aur) ai 28 di Setembar dal 2014.

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Lignano Sabbiadoro, venerdì 8 maggio 2015: presentazione del volume a cura della Società Filologica Friulana su Lignano Sabbiadoro in lingua tedesca e in inglese.
“Lignano Sabbiadoro between sky and sea / Lignano Sabbiadoro Zwischen Himmel und Meer”. 
(Dal profilo Facebook del Comune di Lignano Sabbiadoro)



Un amico di Facebook del gruppo "Sei di Udine se..." ha "postato" questa immagine di Lignano ai primi del '900 e la ripropongo qui sotto per i lettori del mio blog:



Immagini di Annalisa Mansutti

C’era una volta il fotografo ambulante. Era la fine dell’Ottocento. Aveva lo stabilimento fotografico – si diceva così – in una città o paese grosso con mercato (e disponibilità finanziaria). I clienti si rivolgevano a lui per i “carte de visite”: fotografie, tipo figurina o santino, usati come biglietto da visita “visivo”, appunto. Ma si curava degli scatti fotografici alle famiglie, ai ritratti singoli e ai gruppi. Poi, all’occorrenza, si metteva a girare per le valli, o le città vicine, cercando clientela per i ritratti, nello stesso tempo – e siamo già nel Novecento – certi bei panorami erano l’ispirazione per un istantanea per le prime cartoline illustrate.
Passato il secolo breve, ecco che determinati fotografi con una buona stoffa, si cimentano ancora nella fotografia itinerante, anzi ne fanno uno stato d’animo, come nel caso di Annalisa Mansutti. Molto bella è stata l’esposizione di sue fotografie al Salone della Cassa di Risparmio del Friuli Venezia Giulia, della sede di Udine in via del Monte (25 ottobre – 8 novembre 2014).
Fare fotografie, per qualcuno, è l’esteriorizzazione dei propri sentimenti – come ha scritto Giséle Freund nel suo Fotografia e società. Riflessione teorica ed esperienza pratica di un’allieva di Adorno, Torino, Einaudi, 1976, edizione originale francese Photographie et societe, 1974 – è una sorta di creazione. Quello che crea la Mansutti è veramente un reportage tutto particolare dei viaggi intrapresi. Il visitatore e l'osservatore delle sue immagini può sognare, guardando le sue opere. Gli scatti sono anche improbabili. Da un finestrino del treno della Transiberiana, da un finestrino aperto, dal riflesso dell’immagine in una superficie riflettente e così via. Oppure, incontrando un premio Nobel che passeggia per Udine.
A mio modesto parere c’è del realismo nelle immagini proposte nella mostra di Mansutti. Poi non saprei bene se parlare di rivisitazione del neo-realismo, oppure se parlare di tardo neo-realismo. Il suo background è costituito senz’altro dalla poderosa lezione del Gruppo Friulano per la Nuova Fotografia, sorto a Spilimbergo il 1° dicembre 1955, con i Borghesan (Gianni e Giuliano) e Italo Zannier in prima fila. Se fossi un giapponese, mi inchinerei davanti a certe foto.

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Ora ecco qualche dato biografico dal web-site dell’autrice. Annalisa Mansutti nasce nel 1962 a San Vito al Tagliamento (Pordenone, Italia). Figlia d’arte, cresce nel laboratorio fotografico di suo padre, che condurrà per alcuni anni. Dopo una pausa durante la quale si dedica principalmente alla famiglia e a corsi di specializzazione, nel 2005 Annalisa inizia ad utilizzare la tecnologia digitale, iavvicinandosi anche al bianco e nero.
Agli inizi del 2000, l’incontro con Serenella Zoppolat attraverso comuni amici architetti, segna l’inizio di una profonda e proficua collaborazione, che porta a sviluppare competenze fondamentali che vanno oltre la semplice fotografia o la progettazione architettonica. Lo studio della visione spaziale da punti focali diversi produce nuove forme d’espressione e apre ad entrambe le porte a nuovi discorsi culturali.
Nel 2005 in Austria, Annalisa fotografa i progetti architettonici di Serenella Zoppolat, componendo immagini importanti, utilizzate in seguito per concorsi e pubblicazioni.
Nel 2012 Annalisa apre a Udine lo studio itinerante “annalisamansutti immagina”: risultante del progetto di fotografare le persone partendo dalla sua casa-studio, e continuando poi esternamente, negli ambienti frequentati dalla gente.
Il catalogo della sua ultima mostra “Del guardare“, edito da Gaspari Editore, di Udine, dà pieno risalto al suo grande talento artistico.



lunedì 10 novembre 2014

Convegno futurista del 1938 a Milano ed altri cinque racconti

Convegno futurista con Marinetti

di Giacomo Varutti

Una cartolina "da visita" dei primi anni Trenta.


Milano, maggio 1938. Eravamo in piena campagna razziale. Si aveva discusso tante volte col mio amico, il dottor Penzo, sul problema sociale e su quello razziale, dissidendo entrambi dall’idea comune che andava imperando…
Una sera era nostro ospite non tanto gradito il fondatore e capo dei futuristi italiani. Aprendo il convegno pronunciò poche, ma eleganti frasi di pragmatica, cedendo la parola ad uno dei due oratori designati. Non ricordo con precisione il titolo di quel convegno; l’argomento, però, molto bene. In quella sera si erano dato appuntamento, provenienti dalle principali città d’Italia, le due primarie correnti letterarie: i classici e i futuristi. I primi capitanati da Renato Simoni, gli altri da Filippo Tommaso Marinetti, poeta strambo, ma non fesso, come lui si dichiarava.
Finita l’esposizione dei due oratori, diametralmente opposta, fu aperta la discussione generale sui due temi. Il relatore dei classici era dell’Università Cattolica, mentre l’altro, per i futuristi, non ricordo più chi fosse. La discussione assunse un tono caldo, per degenerare in una buffa e pericolosa tragicommedia. Dichiaro apertamente che in seno a quella scuola si poteva cantar fuori il proprio volere senza timore di confine. Ho l’impressione che fosse l’unico ambiente in cui, durante i dolorosi anni dello schiavismo fascista, si potesse far la barba anche a Mussolini.
Quando Marinetti – in seguito ad un mio appunto – mi chiese quale fosse la disciplina che insegnavo ed in quale università, con quella crapa pelata sospettò che volessi burlarmi di lui quando gli dissi che ero un operaio della Pirelli. Per consolarlo, tuttavia, aggiunsi che mi dilettavo già da qualche anno nella prosa e nella poesia, per la qual cosa ero stato anche nominato corrispondente di due accademie letterarie francesi: la “Latinitas” e la “Jereaux de la Mediterranée”.
Disse a chiusura del nostro diverbio: “Tu sei il futurista dei futuristi”. Non mi piaceva il futurismo, né condividevo la testardaggine dei classici. Il duello serrato aveva assunto il calore del ferro rovente. Qualcuno disse: “Vedo il soffitto luccicare di schiaffi”. Fu la scintilla dalla quale sprizzò l’infernale pandemonio della memorabile serata. Nessuno poteva parlare, perché a un certo punto le parole venivano sommerse da fischi e urli della parte avversa. I classici dal loggione sputavano bava velenosa. I futuristi, elettrizzati dalla presenza del loro “papà” saettavano contro tutto e tutti. I neutrali si davano da fare per calmare i bollenti spiriti, ma inutilmente.
In platea vedevi un roteare di pugni tesi e visi rubicondi. I volti erano fiammeggianti e le bocche sghembe e atteggiate alle più banali forme. Non c’era speranza di tregua. Il direttore scampanellava inutilmente. Marinetti gesticolava come un ossesso. Per precauzione in fondo alla sala gironzolavano, sfaccendati e noncuranti della buffa scena, alcuni carabinieri.
Dissi tra me, dopo un consiglio privato col mio amico Penzo: “Mi pianto in mezzo, e vediamo un po’ se si può fare qualche cosa”. Mi faceva pena veramente il pallore cadaverico del viso del buon Giani (1) . Detto e fatto. Mi pianto davanti al tavolo di Marinetti e di fronte alle prime file delle lussuose poltrone, ove sedevano, non so se umiliati o intimoriti i padreterni della scienza milanese. Tesi le braccia coi pugni chiusi e pronunciai con voce altissima queste parole: “Amici, stiamo recitando una vergognosa farsa. Sarebbe bene che sciogliessimo questo infernale pandemonio”.
Ero riuscito ad ottenere un momento di tregua. Le mie parole furono accolte non da mormorio, ma da ruggito belluino male represso. Quindi una voce da baritono mi apostrofò: “Vada via Marinetti e lei passi al suo posto”.
La proposta presentava una seria difficoltà. Tuttavia non me la feci ripetere. Mi volsi e già Marinetti se ne allontanava facendomi cenno con ambo le mani di prendere il suo posto.
“Che cosa devo dirvi? Io non sono né futurista e neppure classico: vi assicuro che questa sera mi hanno fatto ribrezzo gli uni e gli altri. Sarebbe bene quindi, come ho già detto – e in così dire guardai nel viso il direttore, che approvò col capo -, che noi ce ne andassimo via di qui mandando a vuoto quest’unico convegno”.
Altro ruggito: ma la bolgia si placò. Va notato che Marinetti non si fece più vedere.


Nonna Verrina e Zio Valentino

San Vito di Fagagna, 1910-1913. La famiglia patriarcale da cui proveniva mio padre, Giovanni Maria Varutti, figlio pure di Giovanni Maria, era una delle più vecchie ed antiche del paese. Era formata da quaranta individui, tra piccoli e grandi. A questa carovana appartenni anch’io fino ai sei anni. Il ricordo sfuma come nube evanescente. Proprio collocati in quell’epoca ricordo bene le due figure più caratteristiche ed emergenti: Zio Valentino e la Nonna Verrina (2) . Costei mi è rimasta impressa nella mente per la sua maschia robustezza, per quel suo vocione roco, grasso, largo e fastidiosissimo. Immagina alle sue dipendenze sei o sette nuore, tutte in gamba che prolificavano bene. Lei in mezzo ad esse, come un’autentica regina. Faceva filare dritto!
Le chiavi della madia e della cantina sempre appese alla cordella del grembiule. Seria e burbera con tutti, non era priva di carezze, ma per un male si distruggeva. Guai essere misurati coi bambini. Quelli dovevano essere sempre pasciuti senza misura. Non incline al perdono, per qualunque mancanza piccola o grande che fosse vi era la sua pena. Con quelle mani tondeggianti, ti menava certi ceffoni sul viso che sentivi scottare la guancia per un bel pezzo. Li ricordavi a lungo, evitando con ogni astuzia di ricadere sotto quello sguardo burbero. Lei imperava. Tuttavia diminuiva d’autorità, quando gli uomini, reduci dalla Germania, erano in casa a trascorrere l’inverno.
Pensa che tuo nonno (3) , Giovanni Maria, fece la spola Germania Italia per ben trent’anni. Come altri del paese, oppure di Fagagna e di Majano, andava a fare mattoni nelle fornaci tedesche, oppure il muratore. Sempre raminghi questi italiani, a lustrare le scarpe in giro per il mondo per un pezzo di pane. Brutto destino che umilia e colpisce la dignità umana. Appena ripartiti i suoi figlioli, con la già numerosa schiera dei nipoti, ella riprendeva il dominio di piccola tiranna. Partivano tutti i maschi dagli undici o dodici anni in su.
Colui che più di tutti riusciva a desautorare (sminuire) Nonna Verrina, sempre nella stagione invernale, era Zio Valentino. Faceva il capomastro in Germania e il contabile della famiglia in Italia, sapendo egli un po’ di scrittura e come far di conto.
Avessi sentito, certi concioni. Quale semplicità e quanta reciproca confidenza e fede questi nostri buoni vecchi ci hanno insegnato. Hanno costruito mattone su mattone la non trascurabile esperienza per i loro figlioli.
Zio Valentino ci raccoglieva in crocchio nel tepore accogliente della stalla, ove ruminavano attaccate al legno grosso della greppia, nell’aromatico profumo di fieno, quindici e più mucche. Munito di una sottile bacchetta ci distribuiva i primi elementi del sapere e della fede dei nostri padri. Io imparai a leggere sotto la sua verga. Quando mi presentai per la prima volta alla scuola comunale, avevo otto anni circa ed ero già uno dei più giovani della classe prima, la maestra fu non poco sorpresa del mio strano ed inaspettato sapere. In quel tempo la scuola non era mista per via del sesso, come oggi avviene, ma perché univano due classi assieme. Soltanto la terza classe era veramente mista e vi insegnava il buon maestro Paolo. Dunque frequentavo la prima nella stessa aula di quelli di seconda.
Come oggi, così allora, i primi elementi dell’apprendere erano le famose aste che copiavamo dalla lavagna, dove le aveva appena segnate, ben ordinate in fila, la maestra. Intanto lei faceva dettatura a quelli di seconda. Per conto mio, tiravo presto i quattro “bastoni” e poi mi ingegnavo a scrivere su di un foglio a parte le parole dettate per quelli di seconda. Stavo ben attento che non si accorgesse la
maestra, perché mi pareva di fare cosa proibita.
La buona maestra mi teneva d’occhio. Dopo poco tempo, era da prevedersi, venni scoperto con le mani nel sacco. Non feci in tempo a nascondere il foglio traditore. Rimasi a bocca aperta, col fiato sospeso in attesa della condanna. La maestra lesse il foglio in un attimo e, tanto era sicura, non mi chiese neppure se l’avessi scritto io. Corse difilato al piano superiore per chiamare il maestro. Non appena si rese conto della faccenda, il maestro Paolo venne giù precipitando per le scale. Gridava forte, perché lo sentissero il sindaco e il segretario comunale. Nello stesso fabbricato, al piano superiore, infatti, di fianco all’aula grande della terza, c’erano gli uffici del Municipio. Il maestro sventolava il mio foglietto come fosse un trofeo di vittoria.
Quando lo vidi entrare in classe con quell’aria di trionfo, ebbi paura veramente di essere castigato. Invece, quel buon uomo, quando mi fu vicino, mi strappò dal mio posto a viva forza. Mi sollevò sulle sue robuste braccia, mostrandomi alla ciurma allibita. Scandì le seguenti parole: “Questo con oggi passa alla seconda”. Così, finalmente, terminò l’indiavolato putiferio. Occorreva tutto quel can can per mandarmi in seconda! Penso che il maestro Paolo fosse psicologo profondo e raro. Sapeva egli sfruttare tutte le occasioni per i suoi scolari.
Non ho raccontato tale fatto per evidenziare, diciamo così, un mio meritato alloro, bensì per fare risaltare l’efficacia del rudimentale insegnamento dello Zio Valentino.


Un sogno

Da un alto poggio che come guglia dominava una immensa valle, contemplavo lo spettacolo incantevole che mi si presentava nuovo.
E nel mio cuore gioivo, gustando quella dolcezza che prova il bambino quando vede la mamma. Qui, solo tra questa solitudine, tra queste fiere, in questo verde profumato, lontano dal mondo, accanto ad un angelo vorrei scorrere la mia vita. Qui ammirare cantando le bellezze della natura, le sue glorie… qui vivere nell’amore. Vivere… vivere. E la parola di vita scendeva sul vento a valle.
Girava lo sguardo da ogni parte e non scorgevo che monti e monti e l’immenso piano interminabile che sembrava cogliere nel suo grembo l’infinito. Preso un ramo lo strappai; mi parve udire un lamento. Tesi l’orecchio e rimasi in ascolto… Ma nulla. Quindi levai di tasca il temperino e mi misi a tagliuzzare i rami piccoli di quel bastone per farne uno polito e di mio gusto.
E già mi avviavo a non so qual meta, quando seguita da un lieve fruscio, sentii una voce. Una voce languida dapprima; poi squillante e canora come quella degli amorosi augelli, indi fievole e morente sul vento che fuggiva dolce. Di scatto volsi lo sguardo dond’era venuto l’insolito grido, e tra i rami frondosi vidi un rosseggiare di vesti confuso. Rimasi fermo, quasi intimorito… poi con moto naturale e di sfida chiesi con accento:
– Chi va là?…
– Sono io… che cerco la vita. –
Lesto mi avviai verso quel fantasma. Ma non ero neppure giunto appresso che quello, tutto liberato dai rami, si presentava nella sua persona più bello che angelo. Biondi i capelli inanellati gli scendevano come velo d’oro giù per le spalle. Rosso scarlatto il vestito lo copriva fino alle ginocchia. Una cinghia celeste gli stringeva i lombi. Calze bianche gli coprivano le gambe ed un paio di sandali verdi si confondevano tra il verde dell’erba profumata.
Rimasi muto dinanzi a quella figura. E vidi due braccia candide nello stesso tempo alzarsi e protendersi verso di me come per chiedermi vita. Ed io caddi sul prato, colpito da una forza misteriosa. Quando mi ridestai da quel lieve stordimento mi trovai in grembo di quel caro angioletto.
– Chi sei tu? – Chiesi trasognato.
– Io sono – rispose – io sono tua sorella. Io sono Marina – E piangeva. – Io sono Marina –seguitava più forte – la prediletta fanciulla che involontariamente trafisse il cuore della mamma. Quella mamma e quel cuore che tu trafiggi volontariamente e coscientemente.
Ah! La mamma! Quanto ha sofferto per me, e per te quanto soffre! E lei custodisce nel cassetto la bionda ciocca che mi tagliò quando morii. E mi ama… e mi prega, perché preghi Gesù per lei. Ed io prego pace e conforto, nelle sue tribolazioni, nelle sue angosce che tu, crudele, le procuri. Ma perché, Gino, perché fai così? Perché?
E tacque.
– Mia dolce sorella! Quanto dolci sono le tue parole. Insegnami a non far soffrire più la mamma.
E piangevo come un bambino.
– Oh, non piangere, Gino; piuttosto nel tuo cuore fermamente proponi di attuare ciò che io ti ho detto.
Ed io seguitavo ancor più nel mio pianto…
– Oh! Il tuo pianto scenda come rugiada benefica nel tuo cuore fremente e fecondi le forze del tuo ferreo proposito. Oh! Scenda nel tuo cuore, Gino, avvelenato dalle false gioie della vita, e ti ridoni il primo fiore, ti ridoni la prima gioia, la vera gioia dell’anima. Solleva la tua fronte… guarda il cielo… ecco la meta che devi raggiungere.
Cessai di piangere… e in quell’amplesso fraterno attinsi la forza per combattere nella vita.
                                                                                                                             GIAVA

La bomba, 1944

Sono appena tornato a casa dalla nonna proveniente da Ciconicco (4) . È il 6 giungo 1944. Il cielo è coperto e minaccia l’ennesimo diluvio della giornata. Sono stordito e svogliato; non so se sia sonno o stanchezza. Si dorme un po’ a rate; si è sempre sul chi va là. Non si può più andare avanti così. Almeno oggi non avremo la solita cavalcata delle Walchirie. Quel rumore sordo, ininterrotto ti soffoca. Gli schianti vicini ti squartano la vita. Oggi, in grazia della benedetta pioggia avremo una giornata di sosta. Niente bombardamenti aerei angloamericani. Qualche apparecchio randagio da caccia e basta. Quando finirà questo mortale supplizio?
Anna Maria non voleva che partissi per San Vito di Fagagna senza di lei. Vorrebbe che me la portassi sempre dietro, come un cagnetto. Benedetta bambina, tanto cara e buona. Anche tua madre dal balcone mi sorrise di mala voglia salutandomi, mentre inforcavo la bicicletta. Ha sempre paura che non torni. Spesso l’uomo dimentica gli altri, col dimenticare se stesso. Pare che tradisca gli affetti più cari. Se si dovesse essere accorti e non esporsi al pericolo, non si dovrebbe mai uscire dalla porta di casa. Questi tedeschi sono una ossessione delirante. Non lasciano in pace neppure i morti.
Era destino che oggi fossi venuto da mia madre, dalla mia buona vecchia, che mi tende le braccia al vedermi, come fossi sempre il suo “fantolin”, il suo piccino. Sono invece grande e robusto, papà anch’io di quattro bei figlioli. E gli anni cominciano a pesare, anche se alcun segno esteriore palesa l’ormai eccessivo inoltro nella vita. Per lei, povera mamma, sono sempre il suo “frut” (bambino), il suo frutto. Com’è simpatica e patetica questa espressione friulana: “frut”.
Tuoi zii e tue zie stanno preparandosi per la Santa Messa. Si vestono di festa nelle proprie camere. Anche Ines, che si dà le arie di una signorina, canta mentre si riannoda i capelli nelle lunghe trecce, alle quali tu ti appigli quando lei non di dà retta. Soliti scherzi tra fratelli.


E tu, mio bell’angelo, sei già pronto, perché già sei stato in paese, in chiesa alla prima Messa a ricevere il Signore. Gironzoli attediato per il cortile, sgridando il Nello, tuo cugino, che non la finisce più coi suoi misteriosi traffici. Vi osservo perché il vostro comportamento mi fa sorgere dei sospetti brutti. Le mie raccomandazioni sono all’ordine del giorno, perché non tocchiate nulle, dei tanti ordigni disseminati per la campagna.
Oggi è Corpus Domini e vi siete muniti di una rame verde ciascuno, che portate a bilanciere sulle spalle per la benedizione. Le ultime corse per il cortile bagnato, gli ultimi reciproci dispetti, gli ultimi motteggi lanciati alla Ines che non la smette di cantare, le ultime chiamate ai vostri cugini di fronte. La ennesima raccomandazione di non toccare nulla delle cose abbandonate in terra. Finalmente partite in fila indiana, cantando contenti e beati.
Un triste presentimento mi scosse la vita quando ti vidi di ritorno a prendere la rama abbandonata dal Nello fuori del cancello. Pensai istintivamente che le sue mani fossero impegnate a giocare con qualche pericolosa bomba a mano. Una voce potente mi imponeva di correre verso di voi a verificare. Litigavo un po’ con me stesso, se dar retta al mio impulso. Ero indeciso, ma l’insistenza della voce non mi dava requie.
Non erano passati che pochi istanti dacché tu avevi lasciato il cortile, quando una rimbombante detonazione mi squarciò il cuore e la vita. Il triste presentimento mi agghiacciò il cuore nella constatazione del fatto.

Rimasi inchiodato e impietrito sulla sedia, come se avessi ricevuto una forte mazzata sulla testa. Girai gli occhi verso la strada e una mano di ferro rovente mi strinse il cuore. Due donne, che abitano nella casa di fronte, succintamente vestite, come una folata di vento sfrecciavano sulla strada che conduce al paese. Era la tragedia. Davanti agli occhi si disegnò il fosco quadro del sangue. La potente reazione mi aveva annichilito. Sospinto da una forza disperata, che non era della mia vita, mi svincolai dalla mortale stretta del dolore, precipitandomi sulla strada. L’istinto più che la ragione mi strappò la giacca di dosso che gettai svolazzante sul ciglio della strada.
Respirai a stento. Un peso enorme, mortale pareva mi schiacciasse la vita. Una mano di ferro mi stritolava il petto, fino a soffocare. La lotta con il dolore atroce che mi dilaniava era terribile, spaventosa. Mi sentivo morire. La vita sotto l’impeto sterminatore di un soffio violento, mi sfuggiva. Nella lotta titanica mi sentii imbestialito. Opposi contro tutto quanto mi inchiodasse all’inattività tutte le mie forze, chiamate a rispondere col proprio sangue.
Quale spettacolo di frenetico dolore! Scusa, figlio mio, se le lacrime cocenti bagnano anche questi fogli. Soltanto il ricordo produce in me un irresistibile, mortale stillicidio di pianto. Eravate a terra tutti e cinque, distesi come morti. Cinque bambini a terra insanguinati.
Che momenti d’angoscia! Attimi mortali, indimenticabili. Un tappo di ferro rovente ti chiude la bocca. Il dubbio lancinante nega a te stesso la vita che dubiti non sia più in tuo figlio. Come un lampo volai sulla strada umida. È morto? Vive ancora? Mi ripeteva disperata la voce del cuore trafitto. Mi buttai a capo fitto sulla strada, senza rendermi conto di nulla. Senza vedere neppure dove mettevo i piedi, come avvolto da un nembo infernale. Durante il tragitto, foste tutti in piedi, meno uno. Mi sentivo le ali ai piedi. Ma chi era quello a terra con le gambe leggermente sollevate a ponte? Chi era? Poggiava i gomiti sul ventre e sollevava all’altezza del mento squarciato, immobili verso il cielo – muta tragica preghiera dell’uomo diventato bestia – quei pietosi… moncherini. Chi era? Immobile, quasi morto, chi era? Dubbio terribile, al quale solamente la voce di Dio avrebbe potuto rispondere.
I miei occhi non distinguevano più. Il cuore traboccante mi sorresse tuttavia e giunsi sul campo insanguinato della morte. Avevo l’impressione di aver conquistato una vetta altissima. Mi sentivo sfinito, affranto. Un languore mortale invadeva tutto il mio essere. Mi sentii roteare gli occhi nelle orbite e uno strano scricchiolio mi scosse la testa. Temetti di impazzire. Con sforzo erculeo apersi violentemente le braccia e mi parve di reggere sulle palme un peso enorme. Dove mettere le mani tra tanto scempio?
Chi era il disgraziato immobile? Beffa terrificante della morte nel suo sangue caldo. Non lo si riconosceva più. Aveva sangue dalla testa, dal viso sbrecciato e da altre parti. Fiotti di sangue bluastro colavano da quei pietosi moncherini. Erano tesi verso il cielo. Verso Dio, nella supplica disperata del morituro. Quel corpo orrendamente maciullato faceva paura.
Tu, a dieci metri, mi osservi con gli occhi terrorizzati. Tremi in tutto il corpo, come una foglia agitata dal vento. Gli altri tre, agguantati dalle mani impazzite della loro mamma e della loro zia, tornavano a casa strillando e urlando come dannati.
A Milano, in cantina adattata a rifugio antiaereo, quando aspettavamo che dal cielo ci piovesse una bomba da un momento all’altro e la casa tremava per gli scoppi vicini, certi boati cavernosi davano l’impressione che stesse per finire il mondo. Certi ospiti notturni pregavano, altri piangevano. Altri ancora, rannicchiati in un oscuro angolo, bestemmiavano come demoni. Qualche donna impazzita urlava come un’ossessa, turandosi tremante le orecchie con le dita. In tanto infernale pandemonio mai ti vidi così stravolto e contraffatto. Il pallore del tuo viso era quello di un cadavere. Rividi nel tuo volto di cera quel pallore freddo e mortale soltanto poche ore prima che tu ci abbandonassi il 22 ottobre 1945, dopo indicibili dolori (5)  .
Ti chiesi, avvicinandoti, se avevi fatto molto male. Modulasti a fior di labbra, con voce stentata e roca, come volessi chiedermi perdono: “No, papà, ma il Nello?”. Suprema abnegazione di un cuore veramente elevato.
“Non ti preoccupare per il momento – ti risposi – ora pensa a te, che ne hai abbastanza!”.
Mi parve rinascere. Uscivo da un oscuro baratro, dal sepolcro della vita. Poterti stringere a me, poter sentire la tua voce non mi parve vero. Riacquistai forza e mi si allargò il cuore in un lungo respiro. Divenni un leone. Colsi nel pugno un po’ d’acqua dal ruscelletto che corre a lato della strada e ti bagnai le labbra aride. Feci per sollevarti in braccio, ma ti avviasti per camminare, gradendo soltanto che sorreggessi sotto le ascelle. Di nuovo gettai lo sguardo spaurito sul povero corpo dilaniato di tuo cugino Nello. Non l’avessi mai fatto.
In quell’istante quel povero essere ebbe un sussulto, un fremito. Sembrò lo spasimo atroce della morte. Un urlo strozzato, sordo uscì da quella bocca massacrata, dalla quale colava sangue raggrumato come lava vulcanica. Intanto sopraggiungevano tuoi zii Angelo e Olivo, mezzo vestiti, scalzi. Dietro ad essi, tua nonna, vecchia com’è la morte personificata. Più giù, inginocchiata in mezzo alla strada, sola, tua zia Jole, che urlava con le mani congiunte, il viso bagnato di lagrime e gli occhi rivolti al cielo, con capelli disciolti lunghi sulle spalle, dato che poco prima era in camera a pettinarsi.
“El me frut, el me frut!”. E, poi, rivolta a suo marito: “Ah Poldo, perché non mi uccidi?”. Tentava di alzarsi la poveretta, ma ricadeva su se stessa. Povera donna, in quale stato miserando era ridotta. Anche i sassi dovevano sentire compassione per lei. Vaneggiava e nel delirio chiamava suo marito, morto sette mesi prima. Con voce angosciosa chiamava il suo unico figliolo. Il Nello era in una pozza di sangue.
Non riuscii a trovare nella mia gola arida neppure una parola per lei. Tesi la mano per sollevarla, ma lei ricusava. In quel mentre, per grazia, giunse una vicina, che la sollevò di peso sulle braccia portandosela via. Era il quadro vivente, tremendo e tragico della Vergine Addolorata. O che so: pareva una tragedia greca. Non saprei se sprecavo lagrime più per lei, che per il suo figlio dilaniato, mio nipote.
“Ti senti male?” – ti chiesi, riacquistando la cognizione di ciò che era successo, come uscissi da una elettrizzante nebulosa.
“Non posso più camminare, papà. Mi fa male nella schiena”. Così dicendo, appoggiasti la testa pesante sul mio braccio. Ti sollevai sulle braccia e feci in un attimo i pochi metri che ci separavano dalla casa avita. Volli subito constatare la ferita sulla schiena. Intorno a me si era formato un piccolo ospedale da campo. Garze, cotone, sublimato, alcol, ittiolo e non so cosa altro. In quella, giunse trafelato in bicicletta mio cugino il medico. Esaminò brevemente la tua ferita, assicurandomi che non fosse grave. Guardò in fretta gli altri, raccomandandosi di lavare solo con alcol e mettere molte garze sulle ferite, poi corse di filato a soccorrere il morituro.
Intanto nel cortile e nei pressi della casa si era ammassato un nugolo di gente, la maggior parte per curiosità, che per solidarietà. Il silenzio grave di morte regnava su quelle bocche impietrite. Tra i primi erano arrivati il parroco e cappellano e si erano inginocchiati uno per parte ai lati del ferito mortalmente. Pregavano, mentre uno di essi somministrava l’estrema unzione. Il medico proseguiva il suo doloroso lavoro.
Scienza e fede. Com’è bello vederle fuse assieme sul letto della morte. Quale conforto per i presenti, ma soprattutto per colui che deve andarsene. Era pure arrivato un camioncino sul quale immediatamente caricammo il Nello, adagiandolo su di un materasso. In ginocchio lo vegliava nella terribile agonia tuo zio Angelo e un suo commilitone. Davanti, vicino all’autista sedemmo te. Stringendomi alla meno peggio riuscii a salire anch’io. Poi infilammo la strada per l’Ospedale di San Daniele.


La liberazione, 1945

Il maggio radioso della tanto aspettata liberazione era finalmente giunto. Un lungo supplizio ci aveva ridotti apatici, abulici, degli autentici automi. Ci si guardava negli occhi stupiti, assonnati, come chi torna da una lunga prigionia. Era un fissarci reciproco e insistente. A poco a poco ci aveva riportati a vivere la realtà. Finalmente ci si poteva coricare con l’animo tranquillo, sicuri che né i tedeschi, né Pippo (6)  ci avrebbero svegliati di soprassalto. Quante ne avevamo passate!
La morte, con brevi parentesi, ci era stata fedele e ingrata compagna per quasi cinque anni. Notti angosciose avevamo vissuto coi bombardamenti a Milano in cantina, nella nostra casetta di Via Ornato e nei rifugi delle scuole. Giornate splendide di pace e di sole ci avevano accolti profughi dalla grande metropoli lombarda, qui nel nostro pacifico Friuli. Da qui la guerra stette lontana per i primi tre anni del conflitto. Ritornammo qui, dove tutto mi sorrideva, dall’ampia cerchia azzurra dei monti, alle placide colline verdeggianti che si adagiano quiete e serene, come buone figliole ai piedi dei grandi mostri. Qui, dove tutto mi salutava, fin l’ultimo stelo d’erbetta, fin l’ultimo sassolino delle tante straducce, che come serpi si snodano nella nostra lussureggiante campagna. Qui, dove un manifesto atavismo inchioda tutti i friulani alla costante avversione per tutto ciò che sa di teutonico e di slavo. Qui, dove pulsa forse più che altrove, quell’altissima passione di patria da tanti, da troppi misconosciuta, che ha donato fulgidi campioni di valore e di eroismo.
Questo nostro popolo, umile, taciturno, grezzo, è altresì splendido e chiaro, come l’azzurro dei suoi monti. È aduso alla dura fatica, che gli sterpi e fin il greto bianco dei monti ha trasformato in redditizio terreno. Questo popolo che piega mite il collo, come il suo placido bue, ai più duri sacrifici, che sopporta tenace ogni eventi, nel silenzio, nell’ultima guerra, come nell’altra, ha scritto col proprio sangue una splendida pagina di storia.
Qui non si blatera, perbacco, come si costuma altrove. Qui nel più umile dei silenzi si lottò con la morte fino all’ultimo giorno, senza chiedere o pretendere mai nulla. Non allori o prebende di sorta, ma l’intima soddisfazione di avere fatto del bene ai propri fratelli, alla propria madre, alla grande e tanto bistrattata Italia.
Forse neppure l’intima soddisfazione di portare un fazzoletto verde dei partigiani osovani ci è stata concessa. Non importa. Seppure qui qualche imbelle ciarlatano ha creduto e crede, sotto tinte avverse, di rinnovare le sporche e infami gesta di venti anni fa. Si ricordi il buffone che questa volta non ha di fronte soltanto forche e bastoni, ma moschetti, mitra e mitraglie. Siamo pronti, prontissimi e decisi a rispondere con le stesse armi.

La Taviele

1.    In quel di Fagagna, quando si dice la “Taviele”, si allude alla Madonna che porta quel nome da secoli. Non si vuol profanare il nome santo di Maria e nemmeno il luogo dove da secoli riposa, tra il verde dei campi la sua rustica chiesuola, se si afferma che ivi, forse, sorgeva un tempio ad un nume pagano tanti tanti secoli addietro. Così dicasi delle processioni salmodianti, che dai paesi vicini si snodano sulle strade polverose, dirette alla Taviele (7)  , per supplicare un po’ di pioggia. “Lustramos agros”, dice il poeta latino.
Veramente sempre madre amorosa e solerte, la Chiesa non rigetta nulla dell’uomo che sia buono, ma lo trasforma, lo ingentilisce, lo rende più umano e santo. Io penso che questo sia il senso dell’ultima Enciclica “Mater et magistra”, definita dagli americani “monumento di sbalorditivo amore”. Ammansire questo re del creato, fare in modo che questa terra, tana di lupi, impari il senso del bello, del buono e della pace: questi sono elementi essenziali che instradano gli uomini sul luminoso viale che conduce al cielo.
Torniamo alla Taviele. Qui, da bambino, accovacciato tra le gonne abbondanti della mia mamma, ho sentito il primo gemere della povera gente, che supplicava la Mamma di tutti perché non la lasciasse morire di fame. Ho ammirato da vicino quella rozza statua, tramite giocondo tra la terra e il cielo dei palpiti più commoventi e nobili della povera gente. Sin da allora ho cominciato a volerLe bene. A mandarLe i bacini. A supplicarLa, su invito materno con le manine giunte, perché ci mandasse la pioggia. Qualche volta si è fatta pregare a lungo prima di esaudire il suo popolo, ma sempre lo ha ascoltato.

2. La Cite in testa faceva da battistrada alla lunga processione. Ancor nella penombra diafana del mattino fresco, venivano salmodiando, uomini, donne e bambini, guidati dal sacerdote. “Santa Maria”. Una cosa dolce e strana scendeva dentro di me. Ero studentello universitario, piena la testa di latino e greco, ma quella “passeggiata” a detta di qualcuno mi faceva tanto bene. Confuso tra quelle “pecore” maleodoranti di sudore, mi ci trovavo a mio agio, perché non potevo strozzare dentro di me, l’insorgente atavismo del bifolco. Con loro pregavo, andando in mezzo al polverone. Giunto dinanzi alla mia Madonnina, che mi ricordava piccino, tornavo bambino e mi perdevo quasi naufrago in quegli occhi azzurri di una mitezza infinita, in quel sorriso celestiale di mamma umana e divina.

3. Cara la mia Taviele! Lungo il corso della mia vita, tante volte sono venuto a salutarTi dalla finestra. Sono venuto da Te in bicicletta, quando il cuore era gonfio di dolore immenso. Da quella finestra, con le mani giunte, tremanti, Ti ho supplicata, cara Mamma. Da lì me ne sono andato sempre col cuor leggero, incontro alla vita, alle lotte tremende con il male, per il trionfo della civiltà cristiana.

Udine, 18.7.961                    Giacomo Varutti



Postfazione (di Elio Varutti)

Giacomo Varutti (padre del curatore del presente articolo), nacque a San Vito di Fagagna, in provincia di Udine, il 7 novembre 1905 e morì a Udine il 21 gennaio 1962. Dopo aver iniziato gli studi, nel 1919, presso il Seminario di Udine, nel 1925 fece il servizio militare a Bologna, dove fu presidente del Convegno Militare Cattolico “Guido Negri”. Dal 1926 al 1930 fu istitutore presso l’Istituto “Filippo Renati” di Udine. Dal 1936 al 1943 fu dipendente della Pirelli S.p.A. di Milano dove, tra l’altro, ebbe modo di conoscere la poetessa Ada Negri. Nel 1938 gli capitò di assistere ad un convegno futurista, guidato da Filippo Tommaso Marinetti. Rientrato in Friuli, affidò quei ricordi, nel 1945-1946, assieme ad altri appunti autobiografici, ad alcuni fogli dattiloscritti che, oggi, appartengono alla Collezione familiare. Lavorò, poi, alle dipendenze del Ministero dell’Agricoltura e all’Intendenza di Finanza di Udine. Sposato con Lucia Anderloni, ebbe sei figli: Elio (1932-1945), Ines (1934-2014), Carmen (1936), Anna Maria (1938), Giovanni Maria (1946-2009) e ancora Elio (1953).
Giacomo Varutti, quale autore, è citato in alcune antologie e giornali degli anni 1930-1956, come ad esempio nel volume di Mario Moles,
Scrittori. Antologia moderna illustrata di poesie, novelle e scritti vari, Napoli, Alcione, 1932-X. Nel 1932 diede alle stampe, a Udine, il romanzo intitolato L’italiano di Mussolini. Una sua poesia pubblicata a Napoli nel 1932, fu premiata in un concorso a Firenze, con una medaglia d’oro e, poi, essendo stata pubblicata pure su una rivista letteraria di Parigi, portò l’autore ad essere membro della Académie Littéraire Française “Latinitas”.
Suoi articoli, con lo pseudonimo Giava, sono apparsi su “Fiamma Giovanile” (1927-1930), quindicinale della gioventù cattolica friulana, su “Il pensiero letterario” bollettino mensile edito a Napoli (1934) e su “Politica Nuova” (1938), pure di Napoli. Scrisse sui quotidiani “Il Popolo del Friuli” (1943) e sul “Messaggero Veneto” (1946). Collaborò, nel 1958, con “Il Nuovo Friuli”, periodico della Democrazia Cristiana. Nel 1961 fu insignito dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine “Al Merito della Repubblica Italiana”.
I racconti inediti qui riportati appartengono al romanzo “Lui ed io”, scritto nel 1945-1946 e rimasto nel cassetto, eccezion fatta per un paragrafo intitolato “Il bambino Bof” apparso alle pagg. 59-60 del libro sul Campo Profughi di Udine (7) . Il racconto intitolato “Un sogno” è stato pubblicato sul n. 1 di “Fiamma Giovanile”, del 1° gennaio 1928, usando l’acronimo Giava come firma.
Nella parte finale del racconto intitolato Liberazione sembra che l’Autore sia a conoscenza di una organizzazione militare di ex aderenti alle Brigate Osoppo, in grado di contrastare con “moschetti, mitra e mitraglie” ogni eventuale insorgere di dittature.
Dopo la Caduta del Muro di Berlino (1989) si scoprì l’esistenza di una segreta Organizzazione “O”, che fu antesignana dell’Operazione “Stay Behind”, nota anche col termine di “Gladio”. Tale tipo di struttura, sorta sin dai tempi della Guerra Fredda, aveva il compito di contrastare l’eventuale presa del potere da parte dei comunisti.
Riguardo al divieto di portare il fazzoletto verde al collo, simbolo dei partigiani osovani, c’è da dire che vi erano ordini precisi dei comandi della Osoppo Friuli (8) , dai primi giorni di aprile 1945. I comandanti avranno voluto evitare atti di violenza provocati dall’ostentare un fazzoletto piuttosto che un altro. Ciò avvenne dopo l’eccidio di Porzûs, del 7 febbraio 1945.
Giacomo Varutti scrisse in un memoriale del 22 agosto 1945: “Dal novembre 1943 fino alla liberazione ho aiutato i partigiani. Chiedere a CIRO, capitano della 3° Divisione Osoppo Friuli”. Egli fu, inoltre, amico di Monsignore Aldo Moretti, detto LINO  dai partigiani. (Collezione familiare, Udine).
Potrebbe esserci un po’ di confusione tra CIRO e GINO. Nell’Archivio Osoppo della Resistenza in Friuli (AORF) si è individuato, infatti, un Comandante GINO, della III Divisione Osoppo Friuli. Si trattava di Gino Bricco. Le azioni militari sotto il suo comando si riferivano a località come Tricesimo, Reana Tarcento e Gemona (9) . Egli era in contatto col C.IN.PRO. (Centro Informazioni Provinciale). A detto ufficio partigiano dovevano essere convogliate tutte le notizie di qualsiasi specie e qualità. Venne affidato ad OTTAVIO tramite DON LINO (don Aldo Moretti) allora dell’esecutivo militare. La prima sede del C.IN.PRO. è stata in un vicolo del centro di Udine, nell’abitazione di don Conte. Poi, in seguito all’agglomerarsi di tutti gli incartamenti in quella canonica, la sede fu trasportata nella canonica della Beata Vergine del Carmine e nel teatro “Lelio Michelini”. Qui rimase fino al periodo in cui detta zona fu duramente colpita da bombardamenti alleati, poi ogni capo sezione ha portato a casa sua la sede dell’ufficio di spionaggio.
Giacomo Varutti era molto amico di don Felice Spagnolo, parroco della Beata Vergine del Carmine. Assieme operarono senz’altro per detto ufficio di “intelligence” partigiana.
Il curatore del presente articolo è grato, per la collaborazione ricevuta, alla direzione e agli operatori dell’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione di Udine e della biblioteca “Pietro Bertolla” del Seminario di Udine, dove è custodito l’Archivio Osoppo della Resistenza in Friuli (AORF).                                          

    Elio Varutti

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Note
Le note, come la Postfazione, sono state curate da  Elio Varutti.

1. Si tratta di Niccolò Giani, tenente degli alpini, che morirà sul fronte greco albanese il 14 marzo 1941.

2.  La nonna Verrina, cui fa cenno l’Autore, deve essere la sua nonna paterna Anna Maria Birini, che il 3 agosto 1875 mise al mondo Giovanni Maria Varutti (San Vito di Fagagna 3.8.1875 – 4.11.1943), padre dello scrittore. Ho consultato il Registro degli Atti di Nascita del Comune di San Vito di Fagagna del 1875, presso l’Archivio di Stato di Udine. Come scrive l’Autore, il marito di Anna Maria Birini portava pure lui il nome di Giovanni Maria Varutti ed era nato nel 1840. In famiglia, facilmente, Anna Maria Birini veniva chiamata, alla friulana, “La Birine”, dal suo cognome, con deformazione in “La Berine”, oppure “La Verine”, italianizzato infine in “Verrina”.

3.  L’Autore, Giacomo Varutti, si rivolge ai figli, nati tra il 1932 e il 1953.

4. In questo frangente l’Autore, Giacomo Varutti, si rivolge al  figlio primogenito Elio, nato nel 1932 e deceduto nel 1945.

5. Come si legge nel documento: Primario di Seconda Chirurgia prof. Travaglini, Referto medico di Elio Varutti, scolaro di anni 12, deceduto il 22 ottobre 1945 per setticopiemia, Ospedale Civile di Udine, dattiloscr., 31 gennaio 1955 (Collezione familiare, Udine).

6. Secondo il senso comune del tempo, “Pippo” era il nomignolo dato dal popolo a un aereo ricognitore inglese o addirittura della Repubblica Sociale Italiana, il quale, durante la notte, mitragliava ogni bagliore di luce. I partigiani delle Brigate Osoppo sostengono che fosse così chiamato ogni aviogetto inglese. Pippo è citato da diversi autori, tra i quali: Rina Bernardinis, Nel mio autunno ricordo, Aviani , Udine, 1982, pag. 172.
Ricordo che nella mia famiglia si ascoltava talvolta il racconto del cane dei nonni, di San Vito di Fagagna, che abbaiava coraggiosamente contro l’aereo Pippo, mentre rombava in cielo, all’imbrunire. Poi quando il velivolo scendeva in picchiata mitragliando, il cane lanciando vari guaiti si rifugiava nella cuccia in pietre e mattoni, ascoltando la sventagliata delle pallottole delle raffiche di Pippo. Per sua fortuna, il cane morì di vecchiaia.


7. In friulano con “taviele” si indica la campagna coltivata posta presso le case padronali.

8. Elio Varutti, Il Campo Profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo, 1945-2007, Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, Udine, 2007, p. 394 (esaurito). Per informazioni il telefono e il fax della sede udinese dell’ANVGD è : 0432.506203. Sita in Vicolo Sillio, al civico numero 5, la sede dell’Associazione è aperta il mercoledì, dalle ore 10 alle 12 e il sabato, dalle ore 16 alle 18. Di detta ricerca c’è una versione abbreviata nel web. Vedi: E. Varutti, Il Centro di Smistamento Profughi istriani di Udine, on line su blogspot.it dal 29 ottobre 2014.  http://eliovarutti.blogspot.it/2014/10/il-centro-di-smistamento-profughi.html


9. Tali ordini dattiloscritti si trovano nella Cartella H4, fascicolo 88 dell’Archivio Osoppo della Resistenza in Friuli (AORF).

10.  Vedi: AORF, Cartella H4, fascicolo 88, documenti n.ri 2,  6 e 7.