lunedì 10 novembre 2014

Convegno futurista del 1938 a Milano ed altri cinque racconti

Convegno futurista con Marinetti

di Giacomo Varutti

Una cartolina "da visita" dei primi anni Trenta.


Milano, maggio 1938. Eravamo in piena campagna razziale. Si aveva discusso tante volte col mio amico, il dottor Penzo, sul problema sociale e su quello razziale, dissidendo entrambi dall’idea comune che andava imperando…
Una sera era nostro ospite non tanto gradito il fondatore e capo dei futuristi italiani. Aprendo il convegno pronunciò poche, ma eleganti frasi di pragmatica, cedendo la parola ad uno dei due oratori designati. Non ricordo con precisione il titolo di quel convegno; l’argomento, però, molto bene. In quella sera si erano dato appuntamento, provenienti dalle principali città d’Italia, le due primarie correnti letterarie: i classici e i futuristi. I primi capitanati da Renato Simoni, gli altri da Filippo Tommaso Marinetti, poeta strambo, ma non fesso, come lui si dichiarava.
Finita l’esposizione dei due oratori, diametralmente opposta, fu aperta la discussione generale sui due temi. Il relatore dei classici era dell’Università Cattolica, mentre l’altro, per i futuristi, non ricordo più chi fosse. La discussione assunse un tono caldo, per degenerare in una buffa e pericolosa tragicommedia. Dichiaro apertamente che in seno a quella scuola si poteva cantar fuori il proprio volere senza timore di confine. Ho l’impressione che fosse l’unico ambiente in cui, durante i dolorosi anni dello schiavismo fascista, si potesse far la barba anche a Mussolini.
Quando Marinetti – in seguito ad un mio appunto – mi chiese quale fosse la disciplina che insegnavo ed in quale università, con quella crapa pelata sospettò che volessi burlarmi di lui quando gli dissi che ero un operaio della Pirelli. Per consolarlo, tuttavia, aggiunsi che mi dilettavo già da qualche anno nella prosa e nella poesia, per la qual cosa ero stato anche nominato corrispondente di due accademie letterarie francesi: la “Latinitas” e la “Jereaux de la Mediterranée”.
Disse a chiusura del nostro diverbio: “Tu sei il futurista dei futuristi”. Non mi piaceva il futurismo, né condividevo la testardaggine dei classici. Il duello serrato aveva assunto il calore del ferro rovente. Qualcuno disse: “Vedo il soffitto luccicare di schiaffi”. Fu la scintilla dalla quale sprizzò l’infernale pandemonio della memorabile serata. Nessuno poteva parlare, perché a un certo punto le parole venivano sommerse da fischi e urli della parte avversa. I classici dal loggione sputavano bava velenosa. I futuristi, elettrizzati dalla presenza del loro “papà” saettavano contro tutto e tutti. I neutrali si davano da fare per calmare i bollenti spiriti, ma inutilmente.
In platea vedevi un roteare di pugni tesi e visi rubicondi. I volti erano fiammeggianti e le bocche sghembe e atteggiate alle più banali forme. Non c’era speranza di tregua. Il direttore scampanellava inutilmente. Marinetti gesticolava come un ossesso. Per precauzione in fondo alla sala gironzolavano, sfaccendati e noncuranti della buffa scena, alcuni carabinieri.
Dissi tra me, dopo un consiglio privato col mio amico Penzo: “Mi pianto in mezzo, e vediamo un po’ se si può fare qualche cosa”. Mi faceva pena veramente il pallore cadaverico del viso del buon Giani (1) . Detto e fatto. Mi pianto davanti al tavolo di Marinetti e di fronte alle prime file delle lussuose poltrone, ove sedevano, non so se umiliati o intimoriti i padreterni della scienza milanese. Tesi le braccia coi pugni chiusi e pronunciai con voce altissima queste parole: “Amici, stiamo recitando una vergognosa farsa. Sarebbe bene che sciogliessimo questo infernale pandemonio”.
Ero riuscito ad ottenere un momento di tregua. Le mie parole furono accolte non da mormorio, ma da ruggito belluino male represso. Quindi una voce da baritono mi apostrofò: “Vada via Marinetti e lei passi al suo posto”.
La proposta presentava una seria difficoltà. Tuttavia non me la feci ripetere. Mi volsi e già Marinetti se ne allontanava facendomi cenno con ambo le mani di prendere il suo posto.
“Che cosa devo dirvi? Io non sono né futurista e neppure classico: vi assicuro che questa sera mi hanno fatto ribrezzo gli uni e gli altri. Sarebbe bene quindi, come ho già detto – e in così dire guardai nel viso il direttore, che approvò col capo -, che noi ce ne andassimo via di qui mandando a vuoto quest’unico convegno”.
Altro ruggito: ma la bolgia si placò. Va notato che Marinetti non si fece più vedere.


Nonna Verrina e Zio Valentino

San Vito di Fagagna, 1910-1913. La famiglia patriarcale da cui proveniva mio padre, Giovanni Maria Varutti, figlio pure di Giovanni Maria, era una delle più vecchie ed antiche del paese. Era formata da quaranta individui, tra piccoli e grandi. A questa carovana appartenni anch’io fino ai sei anni. Il ricordo sfuma come nube evanescente. Proprio collocati in quell’epoca ricordo bene le due figure più caratteristiche ed emergenti: Zio Valentino e la Nonna Verrina (2) . Costei mi è rimasta impressa nella mente per la sua maschia robustezza, per quel suo vocione roco, grasso, largo e fastidiosissimo. Immagina alle sue dipendenze sei o sette nuore, tutte in gamba che prolificavano bene. Lei in mezzo ad esse, come un’autentica regina. Faceva filare dritto!
Le chiavi della madia e della cantina sempre appese alla cordella del grembiule. Seria e burbera con tutti, non era priva di carezze, ma per un male si distruggeva. Guai essere misurati coi bambini. Quelli dovevano essere sempre pasciuti senza misura. Non incline al perdono, per qualunque mancanza piccola o grande che fosse vi era la sua pena. Con quelle mani tondeggianti, ti menava certi ceffoni sul viso che sentivi scottare la guancia per un bel pezzo. Li ricordavi a lungo, evitando con ogni astuzia di ricadere sotto quello sguardo burbero. Lei imperava. Tuttavia diminuiva d’autorità, quando gli uomini, reduci dalla Germania, erano in casa a trascorrere l’inverno.
Pensa che tuo nonno (3) , Giovanni Maria, fece la spola Germania Italia per ben trent’anni. Come altri del paese, oppure di Fagagna e di Majano, andava a fare mattoni nelle fornaci tedesche, oppure il muratore. Sempre raminghi questi italiani, a lustrare le scarpe in giro per il mondo per un pezzo di pane. Brutto destino che umilia e colpisce la dignità umana. Appena ripartiti i suoi figlioli, con la già numerosa schiera dei nipoti, ella riprendeva il dominio di piccola tiranna. Partivano tutti i maschi dagli undici o dodici anni in su.
Colui che più di tutti riusciva a desautorare (sminuire) Nonna Verrina, sempre nella stagione invernale, era Zio Valentino. Faceva il capomastro in Germania e il contabile della famiglia in Italia, sapendo egli un po’ di scrittura e come far di conto.
Avessi sentito, certi concioni. Quale semplicità e quanta reciproca confidenza e fede questi nostri buoni vecchi ci hanno insegnato. Hanno costruito mattone su mattone la non trascurabile esperienza per i loro figlioli.
Zio Valentino ci raccoglieva in crocchio nel tepore accogliente della stalla, ove ruminavano attaccate al legno grosso della greppia, nell’aromatico profumo di fieno, quindici e più mucche. Munito di una sottile bacchetta ci distribuiva i primi elementi del sapere e della fede dei nostri padri. Io imparai a leggere sotto la sua verga. Quando mi presentai per la prima volta alla scuola comunale, avevo otto anni circa ed ero già uno dei più giovani della classe prima, la maestra fu non poco sorpresa del mio strano ed inaspettato sapere. In quel tempo la scuola non era mista per via del sesso, come oggi avviene, ma perché univano due classi assieme. Soltanto la terza classe era veramente mista e vi insegnava il buon maestro Paolo. Dunque frequentavo la prima nella stessa aula di quelli di seconda.
Come oggi, così allora, i primi elementi dell’apprendere erano le famose aste che copiavamo dalla lavagna, dove le aveva appena segnate, ben ordinate in fila, la maestra. Intanto lei faceva dettatura a quelli di seconda. Per conto mio, tiravo presto i quattro “bastoni” e poi mi ingegnavo a scrivere su di un foglio a parte le parole dettate per quelli di seconda. Stavo ben attento che non si accorgesse la
maestra, perché mi pareva di fare cosa proibita.
La buona maestra mi teneva d’occhio. Dopo poco tempo, era da prevedersi, venni scoperto con le mani nel sacco. Non feci in tempo a nascondere il foglio traditore. Rimasi a bocca aperta, col fiato sospeso in attesa della condanna. La maestra lesse il foglio in un attimo e, tanto era sicura, non mi chiese neppure se l’avessi scritto io. Corse difilato al piano superiore per chiamare il maestro. Non appena si rese conto della faccenda, il maestro Paolo venne giù precipitando per le scale. Gridava forte, perché lo sentissero il sindaco e il segretario comunale. Nello stesso fabbricato, al piano superiore, infatti, di fianco all’aula grande della terza, c’erano gli uffici del Municipio. Il maestro sventolava il mio foglietto come fosse un trofeo di vittoria.
Quando lo vidi entrare in classe con quell’aria di trionfo, ebbi paura veramente di essere castigato. Invece, quel buon uomo, quando mi fu vicino, mi strappò dal mio posto a viva forza. Mi sollevò sulle sue robuste braccia, mostrandomi alla ciurma allibita. Scandì le seguenti parole: “Questo con oggi passa alla seconda”. Così, finalmente, terminò l’indiavolato putiferio. Occorreva tutto quel can can per mandarmi in seconda! Penso che il maestro Paolo fosse psicologo profondo e raro. Sapeva egli sfruttare tutte le occasioni per i suoi scolari.
Non ho raccontato tale fatto per evidenziare, diciamo così, un mio meritato alloro, bensì per fare risaltare l’efficacia del rudimentale insegnamento dello Zio Valentino.


Un sogno

Da un alto poggio che come guglia dominava una immensa valle, contemplavo lo spettacolo incantevole che mi si presentava nuovo.
E nel mio cuore gioivo, gustando quella dolcezza che prova il bambino quando vede la mamma. Qui, solo tra questa solitudine, tra queste fiere, in questo verde profumato, lontano dal mondo, accanto ad un angelo vorrei scorrere la mia vita. Qui ammirare cantando le bellezze della natura, le sue glorie… qui vivere nell’amore. Vivere… vivere. E la parola di vita scendeva sul vento a valle.
Girava lo sguardo da ogni parte e non scorgevo che monti e monti e l’immenso piano interminabile che sembrava cogliere nel suo grembo l’infinito. Preso un ramo lo strappai; mi parve udire un lamento. Tesi l’orecchio e rimasi in ascolto… Ma nulla. Quindi levai di tasca il temperino e mi misi a tagliuzzare i rami piccoli di quel bastone per farne uno polito e di mio gusto.
E già mi avviavo a non so qual meta, quando seguita da un lieve fruscio, sentii una voce. Una voce languida dapprima; poi squillante e canora come quella degli amorosi augelli, indi fievole e morente sul vento che fuggiva dolce. Di scatto volsi lo sguardo dond’era venuto l’insolito grido, e tra i rami frondosi vidi un rosseggiare di vesti confuso. Rimasi fermo, quasi intimorito… poi con moto naturale e di sfida chiesi con accento:
– Chi va là?…
– Sono io… che cerco la vita. –
Lesto mi avviai verso quel fantasma. Ma non ero neppure giunto appresso che quello, tutto liberato dai rami, si presentava nella sua persona più bello che angelo. Biondi i capelli inanellati gli scendevano come velo d’oro giù per le spalle. Rosso scarlatto il vestito lo copriva fino alle ginocchia. Una cinghia celeste gli stringeva i lombi. Calze bianche gli coprivano le gambe ed un paio di sandali verdi si confondevano tra il verde dell’erba profumata.
Rimasi muto dinanzi a quella figura. E vidi due braccia candide nello stesso tempo alzarsi e protendersi verso di me come per chiedermi vita. Ed io caddi sul prato, colpito da una forza misteriosa. Quando mi ridestai da quel lieve stordimento mi trovai in grembo di quel caro angioletto.
– Chi sei tu? – Chiesi trasognato.
– Io sono – rispose – io sono tua sorella. Io sono Marina – E piangeva. – Io sono Marina –seguitava più forte – la prediletta fanciulla che involontariamente trafisse il cuore della mamma. Quella mamma e quel cuore che tu trafiggi volontariamente e coscientemente.
Ah! La mamma! Quanto ha sofferto per me, e per te quanto soffre! E lei custodisce nel cassetto la bionda ciocca che mi tagliò quando morii. E mi ama… e mi prega, perché preghi Gesù per lei. Ed io prego pace e conforto, nelle sue tribolazioni, nelle sue angosce che tu, crudele, le procuri. Ma perché, Gino, perché fai così? Perché?
E tacque.
– Mia dolce sorella! Quanto dolci sono le tue parole. Insegnami a non far soffrire più la mamma.
E piangevo come un bambino.
– Oh, non piangere, Gino; piuttosto nel tuo cuore fermamente proponi di attuare ciò che io ti ho detto.
Ed io seguitavo ancor più nel mio pianto…
– Oh! Il tuo pianto scenda come rugiada benefica nel tuo cuore fremente e fecondi le forze del tuo ferreo proposito. Oh! Scenda nel tuo cuore, Gino, avvelenato dalle false gioie della vita, e ti ridoni il primo fiore, ti ridoni la prima gioia, la vera gioia dell’anima. Solleva la tua fronte… guarda il cielo… ecco la meta che devi raggiungere.
Cessai di piangere… e in quell’amplesso fraterno attinsi la forza per combattere nella vita.
                                                                                                                             GIAVA

La bomba, 1944

Sono appena tornato a casa dalla nonna proveniente da Ciconicco (4) . È il 6 giungo 1944. Il cielo è coperto e minaccia l’ennesimo diluvio della giornata. Sono stordito e svogliato; non so se sia sonno o stanchezza. Si dorme un po’ a rate; si è sempre sul chi va là. Non si può più andare avanti così. Almeno oggi non avremo la solita cavalcata delle Walchirie. Quel rumore sordo, ininterrotto ti soffoca. Gli schianti vicini ti squartano la vita. Oggi, in grazia della benedetta pioggia avremo una giornata di sosta. Niente bombardamenti aerei angloamericani. Qualche apparecchio randagio da caccia e basta. Quando finirà questo mortale supplizio?
Anna Maria non voleva che partissi per San Vito di Fagagna senza di lei. Vorrebbe che me la portassi sempre dietro, come un cagnetto. Benedetta bambina, tanto cara e buona. Anche tua madre dal balcone mi sorrise di mala voglia salutandomi, mentre inforcavo la bicicletta. Ha sempre paura che non torni. Spesso l’uomo dimentica gli altri, col dimenticare se stesso. Pare che tradisca gli affetti più cari. Se si dovesse essere accorti e non esporsi al pericolo, non si dovrebbe mai uscire dalla porta di casa. Questi tedeschi sono una ossessione delirante. Non lasciano in pace neppure i morti.
Era destino che oggi fossi venuto da mia madre, dalla mia buona vecchia, che mi tende le braccia al vedermi, come fossi sempre il suo “fantolin”, il suo piccino. Sono invece grande e robusto, papà anch’io di quattro bei figlioli. E gli anni cominciano a pesare, anche se alcun segno esteriore palesa l’ormai eccessivo inoltro nella vita. Per lei, povera mamma, sono sempre il suo “frut” (bambino), il suo frutto. Com’è simpatica e patetica questa espressione friulana: “frut”.
Tuoi zii e tue zie stanno preparandosi per la Santa Messa. Si vestono di festa nelle proprie camere. Anche Ines, che si dà le arie di una signorina, canta mentre si riannoda i capelli nelle lunghe trecce, alle quali tu ti appigli quando lei non di dà retta. Soliti scherzi tra fratelli.


E tu, mio bell’angelo, sei già pronto, perché già sei stato in paese, in chiesa alla prima Messa a ricevere il Signore. Gironzoli attediato per il cortile, sgridando il Nello, tuo cugino, che non la finisce più coi suoi misteriosi traffici. Vi osservo perché il vostro comportamento mi fa sorgere dei sospetti brutti. Le mie raccomandazioni sono all’ordine del giorno, perché non tocchiate nulle, dei tanti ordigni disseminati per la campagna.
Oggi è Corpus Domini e vi siete muniti di una rame verde ciascuno, che portate a bilanciere sulle spalle per la benedizione. Le ultime corse per il cortile bagnato, gli ultimi reciproci dispetti, gli ultimi motteggi lanciati alla Ines che non la smette di cantare, le ultime chiamate ai vostri cugini di fronte. La ennesima raccomandazione di non toccare nulla delle cose abbandonate in terra. Finalmente partite in fila indiana, cantando contenti e beati.
Un triste presentimento mi scosse la vita quando ti vidi di ritorno a prendere la rama abbandonata dal Nello fuori del cancello. Pensai istintivamente che le sue mani fossero impegnate a giocare con qualche pericolosa bomba a mano. Una voce potente mi imponeva di correre verso di voi a verificare. Litigavo un po’ con me stesso, se dar retta al mio impulso. Ero indeciso, ma l’insistenza della voce non mi dava requie.
Non erano passati che pochi istanti dacché tu avevi lasciato il cortile, quando una rimbombante detonazione mi squarciò il cuore e la vita. Il triste presentimento mi agghiacciò il cuore nella constatazione del fatto.

Rimasi inchiodato e impietrito sulla sedia, come se avessi ricevuto una forte mazzata sulla testa. Girai gli occhi verso la strada e una mano di ferro rovente mi strinse il cuore. Due donne, che abitano nella casa di fronte, succintamente vestite, come una folata di vento sfrecciavano sulla strada che conduce al paese. Era la tragedia. Davanti agli occhi si disegnò il fosco quadro del sangue. La potente reazione mi aveva annichilito. Sospinto da una forza disperata, che non era della mia vita, mi svincolai dalla mortale stretta del dolore, precipitandomi sulla strada. L’istinto più che la ragione mi strappò la giacca di dosso che gettai svolazzante sul ciglio della strada.
Respirai a stento. Un peso enorme, mortale pareva mi schiacciasse la vita. Una mano di ferro mi stritolava il petto, fino a soffocare. La lotta con il dolore atroce che mi dilaniava era terribile, spaventosa. Mi sentivo morire. La vita sotto l’impeto sterminatore di un soffio violento, mi sfuggiva. Nella lotta titanica mi sentii imbestialito. Opposi contro tutto quanto mi inchiodasse all’inattività tutte le mie forze, chiamate a rispondere col proprio sangue.
Quale spettacolo di frenetico dolore! Scusa, figlio mio, se le lacrime cocenti bagnano anche questi fogli. Soltanto il ricordo produce in me un irresistibile, mortale stillicidio di pianto. Eravate a terra tutti e cinque, distesi come morti. Cinque bambini a terra insanguinati.
Che momenti d’angoscia! Attimi mortali, indimenticabili. Un tappo di ferro rovente ti chiude la bocca. Il dubbio lancinante nega a te stesso la vita che dubiti non sia più in tuo figlio. Come un lampo volai sulla strada umida. È morto? Vive ancora? Mi ripeteva disperata la voce del cuore trafitto. Mi buttai a capo fitto sulla strada, senza rendermi conto di nulla. Senza vedere neppure dove mettevo i piedi, come avvolto da un nembo infernale. Durante il tragitto, foste tutti in piedi, meno uno. Mi sentivo le ali ai piedi. Ma chi era quello a terra con le gambe leggermente sollevate a ponte? Chi era? Poggiava i gomiti sul ventre e sollevava all’altezza del mento squarciato, immobili verso il cielo – muta tragica preghiera dell’uomo diventato bestia – quei pietosi… moncherini. Chi era? Immobile, quasi morto, chi era? Dubbio terribile, al quale solamente la voce di Dio avrebbe potuto rispondere.
I miei occhi non distinguevano più. Il cuore traboccante mi sorresse tuttavia e giunsi sul campo insanguinato della morte. Avevo l’impressione di aver conquistato una vetta altissima. Mi sentivo sfinito, affranto. Un languore mortale invadeva tutto il mio essere. Mi sentii roteare gli occhi nelle orbite e uno strano scricchiolio mi scosse la testa. Temetti di impazzire. Con sforzo erculeo apersi violentemente le braccia e mi parve di reggere sulle palme un peso enorme. Dove mettere le mani tra tanto scempio?
Chi era il disgraziato immobile? Beffa terrificante della morte nel suo sangue caldo. Non lo si riconosceva più. Aveva sangue dalla testa, dal viso sbrecciato e da altre parti. Fiotti di sangue bluastro colavano da quei pietosi moncherini. Erano tesi verso il cielo. Verso Dio, nella supplica disperata del morituro. Quel corpo orrendamente maciullato faceva paura.
Tu, a dieci metri, mi osservi con gli occhi terrorizzati. Tremi in tutto il corpo, come una foglia agitata dal vento. Gli altri tre, agguantati dalle mani impazzite della loro mamma e della loro zia, tornavano a casa strillando e urlando come dannati.
A Milano, in cantina adattata a rifugio antiaereo, quando aspettavamo che dal cielo ci piovesse una bomba da un momento all’altro e la casa tremava per gli scoppi vicini, certi boati cavernosi davano l’impressione che stesse per finire il mondo. Certi ospiti notturni pregavano, altri piangevano. Altri ancora, rannicchiati in un oscuro angolo, bestemmiavano come demoni. Qualche donna impazzita urlava come un’ossessa, turandosi tremante le orecchie con le dita. In tanto infernale pandemonio mai ti vidi così stravolto e contraffatto. Il pallore del tuo viso era quello di un cadavere. Rividi nel tuo volto di cera quel pallore freddo e mortale soltanto poche ore prima che tu ci abbandonassi il 22 ottobre 1945, dopo indicibili dolori (5)  .
Ti chiesi, avvicinandoti, se avevi fatto molto male. Modulasti a fior di labbra, con voce stentata e roca, come volessi chiedermi perdono: “No, papà, ma il Nello?”. Suprema abnegazione di un cuore veramente elevato.
“Non ti preoccupare per il momento – ti risposi – ora pensa a te, che ne hai abbastanza!”.
Mi parve rinascere. Uscivo da un oscuro baratro, dal sepolcro della vita. Poterti stringere a me, poter sentire la tua voce non mi parve vero. Riacquistai forza e mi si allargò il cuore in un lungo respiro. Divenni un leone. Colsi nel pugno un po’ d’acqua dal ruscelletto che corre a lato della strada e ti bagnai le labbra aride. Feci per sollevarti in braccio, ma ti avviasti per camminare, gradendo soltanto che sorreggessi sotto le ascelle. Di nuovo gettai lo sguardo spaurito sul povero corpo dilaniato di tuo cugino Nello. Non l’avessi mai fatto.
In quell’istante quel povero essere ebbe un sussulto, un fremito. Sembrò lo spasimo atroce della morte. Un urlo strozzato, sordo uscì da quella bocca massacrata, dalla quale colava sangue raggrumato come lava vulcanica. Intanto sopraggiungevano tuoi zii Angelo e Olivo, mezzo vestiti, scalzi. Dietro ad essi, tua nonna, vecchia com’è la morte personificata. Più giù, inginocchiata in mezzo alla strada, sola, tua zia Jole, che urlava con le mani congiunte, il viso bagnato di lagrime e gli occhi rivolti al cielo, con capelli disciolti lunghi sulle spalle, dato che poco prima era in camera a pettinarsi.
“El me frut, el me frut!”. E, poi, rivolta a suo marito: “Ah Poldo, perché non mi uccidi?”. Tentava di alzarsi la poveretta, ma ricadeva su se stessa. Povera donna, in quale stato miserando era ridotta. Anche i sassi dovevano sentire compassione per lei. Vaneggiava e nel delirio chiamava suo marito, morto sette mesi prima. Con voce angosciosa chiamava il suo unico figliolo. Il Nello era in una pozza di sangue.
Non riuscii a trovare nella mia gola arida neppure una parola per lei. Tesi la mano per sollevarla, ma lei ricusava. In quel mentre, per grazia, giunse una vicina, che la sollevò di peso sulle braccia portandosela via. Era il quadro vivente, tremendo e tragico della Vergine Addolorata. O che so: pareva una tragedia greca. Non saprei se sprecavo lagrime più per lei, che per il suo figlio dilaniato, mio nipote.
“Ti senti male?” – ti chiesi, riacquistando la cognizione di ciò che era successo, come uscissi da una elettrizzante nebulosa.
“Non posso più camminare, papà. Mi fa male nella schiena”. Così dicendo, appoggiasti la testa pesante sul mio braccio. Ti sollevai sulle braccia e feci in un attimo i pochi metri che ci separavano dalla casa avita. Volli subito constatare la ferita sulla schiena. Intorno a me si era formato un piccolo ospedale da campo. Garze, cotone, sublimato, alcol, ittiolo e non so cosa altro. In quella, giunse trafelato in bicicletta mio cugino il medico. Esaminò brevemente la tua ferita, assicurandomi che non fosse grave. Guardò in fretta gli altri, raccomandandosi di lavare solo con alcol e mettere molte garze sulle ferite, poi corse di filato a soccorrere il morituro.
Intanto nel cortile e nei pressi della casa si era ammassato un nugolo di gente, la maggior parte per curiosità, che per solidarietà. Il silenzio grave di morte regnava su quelle bocche impietrite. Tra i primi erano arrivati il parroco e cappellano e si erano inginocchiati uno per parte ai lati del ferito mortalmente. Pregavano, mentre uno di essi somministrava l’estrema unzione. Il medico proseguiva il suo doloroso lavoro.
Scienza e fede. Com’è bello vederle fuse assieme sul letto della morte. Quale conforto per i presenti, ma soprattutto per colui che deve andarsene. Era pure arrivato un camioncino sul quale immediatamente caricammo il Nello, adagiandolo su di un materasso. In ginocchio lo vegliava nella terribile agonia tuo zio Angelo e un suo commilitone. Davanti, vicino all’autista sedemmo te. Stringendomi alla meno peggio riuscii a salire anch’io. Poi infilammo la strada per l’Ospedale di San Daniele.


La liberazione, 1945

Il maggio radioso della tanto aspettata liberazione era finalmente giunto. Un lungo supplizio ci aveva ridotti apatici, abulici, degli autentici automi. Ci si guardava negli occhi stupiti, assonnati, come chi torna da una lunga prigionia. Era un fissarci reciproco e insistente. A poco a poco ci aveva riportati a vivere la realtà. Finalmente ci si poteva coricare con l’animo tranquillo, sicuri che né i tedeschi, né Pippo (6)  ci avrebbero svegliati di soprassalto. Quante ne avevamo passate!
La morte, con brevi parentesi, ci era stata fedele e ingrata compagna per quasi cinque anni. Notti angosciose avevamo vissuto coi bombardamenti a Milano in cantina, nella nostra casetta di Via Ornato e nei rifugi delle scuole. Giornate splendide di pace e di sole ci avevano accolti profughi dalla grande metropoli lombarda, qui nel nostro pacifico Friuli. Da qui la guerra stette lontana per i primi tre anni del conflitto. Ritornammo qui, dove tutto mi sorrideva, dall’ampia cerchia azzurra dei monti, alle placide colline verdeggianti che si adagiano quiete e serene, come buone figliole ai piedi dei grandi mostri. Qui, dove tutto mi salutava, fin l’ultimo stelo d’erbetta, fin l’ultimo sassolino delle tante straducce, che come serpi si snodano nella nostra lussureggiante campagna. Qui, dove un manifesto atavismo inchioda tutti i friulani alla costante avversione per tutto ciò che sa di teutonico e di slavo. Qui, dove pulsa forse più che altrove, quell’altissima passione di patria da tanti, da troppi misconosciuta, che ha donato fulgidi campioni di valore e di eroismo.
Questo nostro popolo, umile, taciturno, grezzo, è altresì splendido e chiaro, come l’azzurro dei suoi monti. È aduso alla dura fatica, che gli sterpi e fin il greto bianco dei monti ha trasformato in redditizio terreno. Questo popolo che piega mite il collo, come il suo placido bue, ai più duri sacrifici, che sopporta tenace ogni eventi, nel silenzio, nell’ultima guerra, come nell’altra, ha scritto col proprio sangue una splendida pagina di storia.
Qui non si blatera, perbacco, come si costuma altrove. Qui nel più umile dei silenzi si lottò con la morte fino all’ultimo giorno, senza chiedere o pretendere mai nulla. Non allori o prebende di sorta, ma l’intima soddisfazione di avere fatto del bene ai propri fratelli, alla propria madre, alla grande e tanto bistrattata Italia.
Forse neppure l’intima soddisfazione di portare un fazzoletto verde dei partigiani osovani ci è stata concessa. Non importa. Seppure qui qualche imbelle ciarlatano ha creduto e crede, sotto tinte avverse, di rinnovare le sporche e infami gesta di venti anni fa. Si ricordi il buffone che questa volta non ha di fronte soltanto forche e bastoni, ma moschetti, mitra e mitraglie. Siamo pronti, prontissimi e decisi a rispondere con le stesse armi.

La Taviele

1.    In quel di Fagagna, quando si dice la “Taviele”, si allude alla Madonna che porta quel nome da secoli. Non si vuol profanare il nome santo di Maria e nemmeno il luogo dove da secoli riposa, tra il verde dei campi la sua rustica chiesuola, se si afferma che ivi, forse, sorgeva un tempio ad un nume pagano tanti tanti secoli addietro. Così dicasi delle processioni salmodianti, che dai paesi vicini si snodano sulle strade polverose, dirette alla Taviele (7)  , per supplicare un po’ di pioggia. “Lustramos agros”, dice il poeta latino.
Veramente sempre madre amorosa e solerte, la Chiesa non rigetta nulla dell’uomo che sia buono, ma lo trasforma, lo ingentilisce, lo rende più umano e santo. Io penso che questo sia il senso dell’ultima Enciclica “Mater et magistra”, definita dagli americani “monumento di sbalorditivo amore”. Ammansire questo re del creato, fare in modo che questa terra, tana di lupi, impari il senso del bello, del buono e della pace: questi sono elementi essenziali che instradano gli uomini sul luminoso viale che conduce al cielo.
Torniamo alla Taviele. Qui, da bambino, accovacciato tra le gonne abbondanti della mia mamma, ho sentito il primo gemere della povera gente, che supplicava la Mamma di tutti perché non la lasciasse morire di fame. Ho ammirato da vicino quella rozza statua, tramite giocondo tra la terra e il cielo dei palpiti più commoventi e nobili della povera gente. Sin da allora ho cominciato a volerLe bene. A mandarLe i bacini. A supplicarLa, su invito materno con le manine giunte, perché ci mandasse la pioggia. Qualche volta si è fatta pregare a lungo prima di esaudire il suo popolo, ma sempre lo ha ascoltato.

2. La Cite in testa faceva da battistrada alla lunga processione. Ancor nella penombra diafana del mattino fresco, venivano salmodiando, uomini, donne e bambini, guidati dal sacerdote. “Santa Maria”. Una cosa dolce e strana scendeva dentro di me. Ero studentello universitario, piena la testa di latino e greco, ma quella “passeggiata” a detta di qualcuno mi faceva tanto bene. Confuso tra quelle “pecore” maleodoranti di sudore, mi ci trovavo a mio agio, perché non potevo strozzare dentro di me, l’insorgente atavismo del bifolco. Con loro pregavo, andando in mezzo al polverone. Giunto dinanzi alla mia Madonnina, che mi ricordava piccino, tornavo bambino e mi perdevo quasi naufrago in quegli occhi azzurri di una mitezza infinita, in quel sorriso celestiale di mamma umana e divina.

3. Cara la mia Taviele! Lungo il corso della mia vita, tante volte sono venuto a salutarTi dalla finestra. Sono venuto da Te in bicicletta, quando il cuore era gonfio di dolore immenso. Da quella finestra, con le mani giunte, tremanti, Ti ho supplicata, cara Mamma. Da lì me ne sono andato sempre col cuor leggero, incontro alla vita, alle lotte tremende con il male, per il trionfo della civiltà cristiana.

Udine, 18.7.961                    Giacomo Varutti



Postfazione (di Elio Varutti)

Giacomo Varutti (padre del curatore del presente articolo), nacque a San Vito di Fagagna, in provincia di Udine, il 7 novembre 1905 e morì a Udine il 21 gennaio 1962. Dopo aver iniziato gli studi, nel 1919, presso il Seminario di Udine, nel 1925 fece il servizio militare a Bologna, dove fu presidente del Convegno Militare Cattolico “Guido Negri”. Dal 1926 al 1930 fu istitutore presso l’Istituto “Filippo Renati” di Udine. Dal 1936 al 1943 fu dipendente della Pirelli S.p.A. di Milano dove, tra l’altro, ebbe modo di conoscere la poetessa Ada Negri. Nel 1938 gli capitò di assistere ad un convegno futurista, guidato da Filippo Tommaso Marinetti. Rientrato in Friuli, affidò quei ricordi, nel 1945-1946, assieme ad altri appunti autobiografici, ad alcuni fogli dattiloscritti che, oggi, appartengono alla Collezione familiare. Lavorò, poi, alle dipendenze del Ministero dell’Agricoltura e all’Intendenza di Finanza di Udine. Sposato con Lucia Anderloni, ebbe sei figli: Elio (1932-1945), Ines (1934-2014), Carmen (1936), Anna Maria (1938), Giovanni Maria (1946-2009) e ancora Elio (1953).
Giacomo Varutti, quale autore, è citato in alcune antologie e giornali degli anni 1930-1956, come ad esempio nel volume di Mario Moles,
Scrittori. Antologia moderna illustrata di poesie, novelle e scritti vari, Napoli, Alcione, 1932-X. Nel 1932 diede alle stampe, a Udine, il romanzo intitolato L’italiano di Mussolini. Una sua poesia pubblicata a Napoli nel 1932, fu premiata in un concorso a Firenze, con una medaglia d’oro e, poi, essendo stata pubblicata pure su una rivista letteraria di Parigi, portò l’autore ad essere membro della Académie Littéraire Française “Latinitas”.
Suoi articoli, con lo pseudonimo Giava, sono apparsi su “Fiamma Giovanile” (1927-1930), quindicinale della gioventù cattolica friulana, su “Il pensiero letterario” bollettino mensile edito a Napoli (1934) e su “Politica Nuova” (1938), pure di Napoli. Scrisse sui quotidiani “Il Popolo del Friuli” (1943) e sul “Messaggero Veneto” (1946). Collaborò, nel 1958, con “Il Nuovo Friuli”, periodico della Democrazia Cristiana. Nel 1961 fu insignito dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine “Al Merito della Repubblica Italiana”.
I racconti inediti qui riportati appartengono al romanzo “Lui ed io”, scritto nel 1945-1946 e rimasto nel cassetto, eccezion fatta per un paragrafo intitolato “Il bambino Bof” apparso alle pagg. 59-60 del libro sul Campo Profughi di Udine (7) . Il racconto intitolato “Un sogno” è stato pubblicato sul n. 1 di “Fiamma Giovanile”, del 1° gennaio 1928, usando l’acronimo Giava come firma.
Nella parte finale del racconto intitolato Liberazione sembra che l’Autore sia a conoscenza di una organizzazione militare di ex aderenti alle Brigate Osoppo, in grado di contrastare con “moschetti, mitra e mitraglie” ogni eventuale insorgere di dittature.
Dopo la Caduta del Muro di Berlino (1989) si scoprì l’esistenza di una segreta Organizzazione “O”, che fu antesignana dell’Operazione “Stay Behind”, nota anche col termine di “Gladio”. Tale tipo di struttura, sorta sin dai tempi della Guerra Fredda, aveva il compito di contrastare l’eventuale presa del potere da parte dei comunisti.
Riguardo al divieto di portare il fazzoletto verde al collo, simbolo dei partigiani osovani, c’è da dire che vi erano ordini precisi dei comandi della Osoppo Friuli (8) , dai primi giorni di aprile 1945. I comandanti avranno voluto evitare atti di violenza provocati dall’ostentare un fazzoletto piuttosto che un altro. Ciò avvenne dopo l’eccidio di Porzûs, del 7 febbraio 1945.
Giacomo Varutti scrisse in un memoriale del 22 agosto 1945: “Dal novembre 1943 fino alla liberazione ho aiutato i partigiani. Chiedere a CIRO, capitano della 3° Divisione Osoppo Friuli”. Egli fu, inoltre, amico di Monsignore Aldo Moretti, detto LINO  dai partigiani. (Collezione familiare, Udine).
Potrebbe esserci un po’ di confusione tra CIRO e GINO. Nell’Archivio Osoppo della Resistenza in Friuli (AORF) si è individuato, infatti, un Comandante GINO, della III Divisione Osoppo Friuli. Si trattava di Gino Bricco. Le azioni militari sotto il suo comando si riferivano a località come Tricesimo, Reana Tarcento e Gemona (9) . Egli era in contatto col C.IN.PRO. (Centro Informazioni Provinciale). A detto ufficio partigiano dovevano essere convogliate tutte le notizie di qualsiasi specie e qualità. Venne affidato ad OTTAVIO tramite DON LINO (don Aldo Moretti) allora dell’esecutivo militare. La prima sede del C.IN.PRO. è stata in un vicolo del centro di Udine, nell’abitazione di don Conte. Poi, in seguito all’agglomerarsi di tutti gli incartamenti in quella canonica, la sede fu trasportata nella canonica della Beata Vergine del Carmine e nel teatro “Lelio Michelini”. Qui rimase fino al periodo in cui detta zona fu duramente colpita da bombardamenti alleati, poi ogni capo sezione ha portato a casa sua la sede dell’ufficio di spionaggio.
Giacomo Varutti era molto amico di don Felice Spagnolo, parroco della Beata Vergine del Carmine. Assieme operarono senz’altro per detto ufficio di “intelligence” partigiana.
Il curatore del presente articolo è grato, per la collaborazione ricevuta, alla direzione e agli operatori dell’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione di Udine e della biblioteca “Pietro Bertolla” del Seminario di Udine, dove è custodito l’Archivio Osoppo della Resistenza in Friuli (AORF).                                          

    Elio Varutti

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Note
Le note, come la Postfazione, sono state curate da  Elio Varutti.

1. Si tratta di Niccolò Giani, tenente degli alpini, che morirà sul fronte greco albanese il 14 marzo 1941.

2.  La nonna Verrina, cui fa cenno l’Autore, deve essere la sua nonna paterna Anna Maria Birini, che il 3 agosto 1875 mise al mondo Giovanni Maria Varutti (San Vito di Fagagna 3.8.1875 – 4.11.1943), padre dello scrittore. Ho consultato il Registro degli Atti di Nascita del Comune di San Vito di Fagagna del 1875, presso l’Archivio di Stato di Udine. Come scrive l’Autore, il marito di Anna Maria Birini portava pure lui il nome di Giovanni Maria Varutti ed era nato nel 1840. In famiglia, facilmente, Anna Maria Birini veniva chiamata, alla friulana, “La Birine”, dal suo cognome, con deformazione in “La Berine”, oppure “La Verine”, italianizzato infine in “Verrina”.

3.  L’Autore, Giacomo Varutti, si rivolge ai figli, nati tra il 1932 e il 1953.

4. In questo frangente l’Autore, Giacomo Varutti, si rivolge al  figlio primogenito Elio, nato nel 1932 e deceduto nel 1945.

5. Come si legge nel documento: Primario di Seconda Chirurgia prof. Travaglini, Referto medico di Elio Varutti, scolaro di anni 12, deceduto il 22 ottobre 1945 per setticopiemia, Ospedale Civile di Udine, dattiloscr., 31 gennaio 1955 (Collezione familiare, Udine).

6. Secondo il senso comune del tempo, “Pippo” era il nomignolo dato dal popolo a un aereo ricognitore inglese o addirittura della Repubblica Sociale Italiana, il quale, durante la notte, mitragliava ogni bagliore di luce. I partigiani delle Brigate Osoppo sostengono che fosse così chiamato ogni aviogetto inglese. Pippo è citato da diversi autori, tra i quali: Rina Bernardinis, Nel mio autunno ricordo, Aviani , Udine, 1982, pag. 172.
Ricordo che nella mia famiglia si ascoltava talvolta il racconto del cane dei nonni, di San Vito di Fagagna, che abbaiava coraggiosamente contro l’aereo Pippo, mentre rombava in cielo, all’imbrunire. Poi quando il velivolo scendeva in picchiata mitragliando, il cane lanciando vari guaiti si rifugiava nella cuccia in pietre e mattoni, ascoltando la sventagliata delle pallottole delle raffiche di Pippo. Per sua fortuna, il cane morì di vecchiaia.


7. In friulano con “taviele” si indica la campagna coltivata posta presso le case padronali.

8. Elio Varutti, Il Campo Profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo, 1945-2007, Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, Udine, 2007, p. 394 (esaurito). Per informazioni il telefono e il fax della sede udinese dell’ANVGD è : 0432.506203. Sita in Vicolo Sillio, al civico numero 5, la sede dell’Associazione è aperta il mercoledì, dalle ore 10 alle 12 e il sabato, dalle ore 16 alle 18. Di detta ricerca c’è una versione abbreviata nel web. Vedi: E. Varutti, Il Centro di Smistamento Profughi istriani di Udine, on line su blogspot.it dal 29 ottobre 2014.  http://eliovarutti.blogspot.it/2014/10/il-centro-di-smistamento-profughi.html


9. Tali ordini dattiloscritti si trovano nella Cartella H4, fascicolo 88 dell’Archivio Osoppo della Resistenza in Friuli (AORF).

10.  Vedi: AORF, Cartella H4, fascicolo 88, documenti n.ri 2,  6 e 7.