domenica 15 aprile 2018

Architetture in terra cruda del Friuli, recensione al libro di Ganis e Fiappo


Qualcuno penserà, dopo aver letto il lungo titolo di questo libro, che sia necessario un break coffe. In realtà il titolo è presentato nella versione di altre due lingue, perciò il tutto risulta lungo da leggere. 
Parete con la tecnica del graticcio a Topolò. Fotografia di Giovanni Carlo Fiappo 

La traduzione dalla lingua italiana a quella friulana e a quella inglese è stata indicata in copertina perché solo alcune parti dell’interessante volume sono in queste altre due lingue. Il titolo è, infatti: “Architetture in terra del Friuli. Tipologie, tecnologie, materiali: 20 anni di ricerche. / Architeturis di tiere in Friûl. Tipologjiis, tecnologjiis, materiâi: 20 agns di ricercjis. / Earthen architecture in Friuli. Typologies, technologies, materials: 20 years of researchs”. Curatori dell’opera singolare sono Giorgio Ganis e Giovanni Carlo Fiappo. Il primo è architetto, mentre il secondo è Ispettore Onorario della Sovrintendenza Archeologica.
Come è segnato in quarta di copertina il libro analizza la tecnica costruttiva della terra cruda. È una tecnica antica come il mondo. Ossia mediante l’utilizzo di mattoni essiccati e non cotti, detta “adobe”. È una tecnica costruttiva collegata al territorio, non fosse altro perché la cava d’argilla per il mattone a secco si trova nelle vicinanze dell’edificio in costruzione. Un secondo gruppo di edifici, come spiega in modo esemplare il professor Mauro Bertagnin, dell’Università di Udine, è costituito da una struttura a graticcio ligneo riempito di impasto di terra mescolata a paglia (torchis). Ci sono infine le case rurali edificate mediante l’uso di mattoni di terra cruda non formati (o formati in modo veloce ed approssimativo) e messi in posa in modo contrapposto e compresso (bauge-cob). Queste sono le originali varianti tecnologiche evidenziate dalla ricerca sul campo.


 Lumignacco - parete in bauge-cob, con laterizi pressati e livellati senza l'ausilio di casseri. Fotografia di Giovanni Carlo Fiappo 

La pubblicazione si è avvalsa del contributo della Provincia di Udine. L’aiuto della Società Filologica Friulana e dell’Università di Udine è ben segnalato nel DVD allegato al testo. È per tale motivo che nelle prime pagine del volume trovano spazio in forma trilingue (friulano, italiano e inglese) gli interventi di Pietro Fontanini, presidente della Provincia di Udine e di Federico Vicario, presidente della Società Filologica Friulana. Fontanini intitola il suo contributo “Ancje in Friûl si fasevin sù cjasis in tiere” (Anche in Friuli si costruivano le abitazioni in terra). Vicario, con “Tiere furlane” (Terra friulana) propone un titolo e un saggio introduttivo incentrato sul lessico fondamentale della “marilenghe” (lingua madre), ossia il friulano.
La lingua inglese viene utilizzata per alcuni “summary” (sunti) iniziali per ogni parte del volume, oltre che per la traduzioni complete delle sezioni introduttive, inclusa la Prefazione dei curatori stessi. Le ricerche dei due curatori sono state ampliate con la collaborazione di altri professionisti e con il coinvolgimento dell’Università di Udine, come già accennato.
La prima parte del libro mostra alcuni saggi sul tema delle costruzioni con la terra cruda in Friuli e in altri luoghi del globo, dalla preistoria ai tempi nostri. È diventata di attualità nel solco della bioarchitettura (cioè dell’insieme di discipline architettoniche fondate su comportamenti corretti nei confronti dell’ecosistema) e dell’edilizia a chilometro zero.
Risano, pareti con mattoni in terra cruda, essiccati al sole. Fotografia di Giovanni Carlo Fiappo 

Nella seconda parte del volume, ricco di fotografie, carte geografiche e disegni progettuali, sono raccolte oltre 40 schede di edifici studiati. Il materiale di ricerca si divide in tre gruppi. La prima serie di 5 costruzioni è stata esaminata in forma approfondita e consultabile anche nel DVD allegato, nelle forme linguistiche della popolazione intervistata: friulano e sloveno di Resia e delle Valli del Natisone. Queste interviste sono state raccolte da Giovanni Carlo Fiappo, mentre la realizzazione del DVD si deve al professor Mauro Bertagnin, dell’Università di Udine.
Catocis di Codroipo, muro con mattoni in terra cruda. Fotografia di Giovanni Carlo Fiappo 

Altri edifici sono stati sondati più sommariamente, con la produzione di 24 materiali di rilevazione. Qui possiamo trovare varie schede tecniche e altre testimonianze orali, data la assoluta mancanza di altre fonti documentarie. Si ricorda che la ricostruzione del Friuli, dopo il disastroso sisma del 1976, ha spazzato via, in alcuni casi, l’antico modo di costruire.
Ecco l’elenco dei luoghi del Friuli sondati nelle ricerche e menzionati nel volume: Savorgnano del Torre, Val Resia, Topolò, Lumignacco, in provincia di Udine e Tiezzo, in provincia di Pordenone (riprodotti nel video DVD). Poi ci sono altre 24 schede meno dense di informazioni, ma ugualmente significative, sui luoghi di: Ludaria, Valpicetto, Casera Cimadors, Val Rauna di Ugovizza, Illegio, Vergnacco, Cividale del Friuli, Risano, Percoto, Clauiano, San Vito al Torre, Aiello del Friuli, Tapogliano, Fiumicello, Cervignano, Palmanova, Gonars, Codroipo, Teor (in provincia di Udine), Le Fratte, Cimpello, Maron, San Cassiano del Livenza (in provincia di Pordenone).
Gli ultimi siti citati si riferiscono al ricordo delle fonti orali sulle costruzioni di terra e riguardano le località di: Cassaso, Tolmezzo, Taipana, Farla, Savorgnano del Torre, Pagnacco, Udine, Chiasottis, Persereano, Gonars, Casali Franceschinis, Ronchis, Goriciza e Sedegliano (in provincia di Udine) e Valvasone e San Lorenzo (in provincia di Pordenone). I curatori si premurano di scrivere che quelle citate sono le sole località da loro indagate, senza escludere che ve ne siano altre nelle stesse provincie o nel resto del Friuli Venezia Giulia. 
Gli interessanti contributi di questo volume, in conclusione, sono opera di: Mauro Bertagnin, Désirée De Antoni, Elena Feruglio, Giovanni Carlo Fiappo, Pietro Fontanini, Giorgio Ganis, Federico Vicario e Federico Zendron.
La copertina del volume
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Giorgio Ganis, Giovanni Carlo Fiappo (a cura di), Architetture in terra del Friuli. Tipologie, tecnologie, materiali: 20 anni di ricerche. / Architeturis di tiere in Friûl. Tipologjiis, tecnologjiis, materiâi: 20 agns di ricercjis. / Earthen architecture in Friuli. Typologies, technologies, materials: 20 years of researchs, Milano – Udine, Mimesis, 2016, pagg. 162, varie fotografie b/n + DVD.

Riferimenti nel web

Architetture in terra del Friuli, on-line dal 2 settembre 2016. Da questo blog sono tratte alcune fotografie del servizio attuale.
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Servizio giornalistico, di ricerca e di networking a cura di Elio Varutti e Sebastiano Pio Zucchiatti.
Fotografie dal sito web "Architetture in terra del Friuli" e di Leoleo Lulu, che si ringraziano per la pubblicazione e diffusione nel presente blog.


Udine, la vetrina di una libreria in Via Piave nel 2016, in occasione della uscita del libro di Ganis e Fiappo

Giorgio Ganis, in una foto di Leoleo Lulu, 2018

mercoledì 4 aprile 2018

Ebrei al Campo di concentramento fascista di Arbe,1942-1943

È come un tour fotografico al Parco della Rimembranza di Arbe (Rab in croato).
Arbe - Rab (Croazia), Lapide coi nomi dei caduti al Campo di concentramento fascista, Parco della Rimembranza. Fotografia di Giovanni Doronzo

Qui esisteva un campo di concentramento fascista per prigionieri civili, politici croati, sloveni e per ebrei jugoslavi. In base a quanto ha scritto, nel 2008, Loris Palmerini nel suo articolo “Quegli ebrei deportati dall’Istria in nome della razza italiana” è ben documentata l’esistenza del campo di concentramento di Arbe, isola oggi chiamata Rab, in Croazia. L’11 aprile 1941 le truppe italiane occupavano Lubiana, issando il tricolore sabaudo sul castello. L’isola croata di Arbe è occupata dalle truppe fasciste nel 1941 ed annessa il 18 maggio successivo al Regno d’Italia. 
Il 31 gennaio 2018 è stato l’ambasciatore a riposo Gianfranco Giorgolo a sollevare il caso dei 5.000 ebrei salvati dai militari italiani di occupazione in Jugoslavia, con un articolo – lettera aperta al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Citando autori ebrei jugoslavi, Giorgolo riferisce “come alti funzionari del ministero degli Esteri italiano, con l'autorizzazione dello stesso ministro Galeazzo Ciano - che ottenne il relativo nullaosta da Benito Mussolini - insieme ad ufficiali superiori delle nostre truppe di occupazione nella ex Jugoslavia per due anni si opposero alle ripetute ed insistenti richieste ustascia e naziste rifiutandosi di consegnare circa 5.000 ebrei fuggiti dalle altre zone della ex Jugoslavia per rifugiarsi in quella occupata dagli Italiani. Eloquente e significativa è anche l'affermazione che gli ebrei salvati – sottolinea Giorgolo – devono la vita agli sforzi compiuti da funzionari e ufficiali italiani, fascisti certo, ma non disposti a partecipare ad un genocidio”.

1. La storia del Campo di Arbe
L’isola di Arbe è oggi una località turistica della Croazia. Come si legge nel sito web “Campi fascisti”, in essa fu attivo l’omonimo Campo di concentramento dal 29 luglio 1942 al giorno 8 settembre 1943. Variano di un paio di giorni, invece, le date nelle tabelle turistiche del Parco della Rimembranza ad Arbe, allestito dalla Repubblica slovena (27 luglio e 11 settembre).
La struttura di detenzione era alle dipendenze del Regio Esercito, II Armata, Intendenza. Il Comandante era Vincenzo Cujuli, Tenente colonnello, dal luglio 1942 all'8 settembre 1943. Il Corpo di guardia era costituito da circa duemila tra militari e carabinieri. Il numero complessivo degli internati, secondo i dati del sito “Campi fascisti”, era circa di 10 mila individui, non presenti contemporaneamente. Il numero accertato dei detenuti deceduti nel campo è di 1.477. Leggendo sempre le stesse pagine web la causa dei decessi è dovuta all’alimentazione insufficiente (cachessia, grave deperimento organico) e a malattie varie.
Un'infilata di tombe al Parco della Rimembranza di Arbe. Fotografia di Giovanni Doronzo 
Nel Parco della Rimembranza, istituito nel 1953, su progetto dell’architetto sloveno Edvard Ravnikar, tuttavia, le tombe con i nomi menzionate sulle tabelle turistiche sono 1.056, mentre sulla lapide è scolpito il numero di 1.433 “vittime del fascismo”. Nell’area museale e di memoria è molto apprezzabile il fatto che le tabelle di indicazione storica siano trilingui: croato, sloveno e italiano.
C’è tuttavia un aspetto inquietante riguardo al Memoriale di Rab del 1953, come si legge nella relativa scheda del sito “A Est Ovest, Osservatorio dei Balcani”. Vero è che fu edificato in onore delle vittime del Campo di concentramento fascista, ma ciò avvenne con il lavoro forzato degli internati di una altro campo di detenzione. Erano essi i detenuti politici rinchiusi sulla vicina isola di Goli Otok (Isola Calva), utilizzata dal regime comunista jugoslavo come carcere per dissidenti, compresi gli italiani stalinisti, emigrati nel 1946 dai cantieri di Monfalcone, in provincia di Gorizia, ai cantieri di Fiume e di Pola, convinti di contribuire alla edificazione del paradiso socialista di Tito. Ancora una volta la storia di Arbe – Rab si tinge di sangue e di violenza politica. Il memoriale diviene strumento di un nuovo regime autoritario, anziché un sito solenne dove onorare i morti causati dal fascismo.
Gli autori delle indicazioni turistiche e storiche dell’attuale Parco della Rimembranza si sono guardati bene dal segnare le atrocità del regime di Tito. Il memoriale di Rab evidentemente non cita il lavoro forzato dei prigionieri politici del regime comunista jugoslavo che lo costruirono. Né a maggior ragione è stato costruito alcun memoriale a Goli Otok, dove gli edifici dell’isola-prigione sono addirittura in stato di degrado. Per la sua capacità evocativa del periodo più buio della storia del comunismo jugoslavo, Goli Otok è di fatto divenuto un luogo della memoria, pur in assenza di un monumento commemorativo. 
Per ricordare eventi del proprio passato, le società si affidano a rappresentazioni che possono prendere la forma di rituali collettivi quali giornate commemorative, o assumere forme materiali come monumenti, musei e toponimi. Lo storico francese Pierre Nora, tra i primi, ha definito tutte queste rappresentazioni i “luoghi della memoria”. Così concludono gli autori del sito web “A Est Ovest, Osservatorio dei Balcani”.
Il medesimo sito web “Campi fascisti” menziona lo storico Tone Ferenc (da una sua opera del 2000, p. 20) con i dati sulla nascita del luogo di detenzione fascista di Arbe. Pare che l’idea di erigere un grande campo di concentramento sull’isola di Rab risalga al mese di maggio del 1942. Ciò perché si stavano esaurendo i posti nei campi di prigionia di Lovran, Bakar e Kraljevica. Il sito individuato per la costruzione del nuovo campo di concentramento si trova in località Kampor, non lontano dall’abitato di Arbe – Rab. Esso si estende lungo un’ampia spianata che si trova tra due insenature, perciò vicino al mare.
Il progetto iniziale, secondo i ricercatori di “Campi fascisti”, prevede la costruzione di quattro diverse aree di prigionia (campo 1, campo 2, campo 3, campo 4), per una capienza complessiva di oltre 16 mila posti. Tra la fine di luglio e i primi giorni di agosto, quando giungono i primi internati provenienti da Lubiana e dalla zona di Cabar – Čabar, sono state costruite solo alcune baracche di servizio e sono state montate le piccole tende da sei posti nel primo campo. Più tardi verrà aperto il campo 3, dove saranno spostati gli internati del campo 1. Nell’autunno del 1942 ha inizio la costruzione delle prime baracche in legno. Nella primavera del 1943 prendono il via i lavori del campo 3, destinato ad accogliere gli ebrei già internati nel campo di Kraljevica e in diverse altre località della Dalmazia (ciò secondo Capogreco, in un libro del 2004, pp. 268-269; citato nel sito web: Campi fascisti). 
In seguito alla capitolazione dell’Italia, nel 1943, i superstiti del Campo di concentramento costituirono incredibilmente la Brigata Arbese (Rapska Brigada) con 1.700 uomini suddivisi in cinque battaglioni, fra i quali un Battaglione Ebraico e una compagnia di Croati di Castua (Kastav), vicino a Fiume.

 Il cancello nell'area Parco della Rimembranza di Arbe. Fotografia di Giovanni Doronzo

2. Se è lo storico a dare i numeri
Ad Arbe 10.564 persone furono internate dai fascisti, tra di essi ci sono 1.027 ebrei. Pochi sono gli italiani, molti deportati sono invece civili croati, sloveni o di altre nazionalità jugoslave. Come per i deportati dissidenti croati e sloveni (prigionieri politici), anche fra gli ebrei molti erano i bambini. Se ne contano 287. Secondo Palmerini “i fini del campo erano lo sterminio e la deportazione e non la sicurezza pubblica”. Lo stesso autore conclude: “Ad Arbe i prigionieri stavano in vecchie tende marcescenti, senza riparo dal freddo, frustati, pieni di pidocchi e cimici, allora dobbiamo ricordarci anche di quelli che furono perseguitati perché diversi nella Venezia orientale, ed erano cittadini italiani del Regno”.
Gli storici, tuttavia, non sono concordi e forniscono cifre differenti sul caso in questione. Per certi studiosi il Campo di concentramento di oppositori slavi a Arbe conteneva 21 mila internati a dicembre 1942. Secondo Marina Cattaruzza (pag. 214 del suo L’Italia e il confine orientale) ed altri esperti gli ebrei in fuga dalla Croazia degli ustascia (alleati dei nazisti) e rinchiusi a Arbe dai fascisti ammontano a 3.500-4.000 individui a novembre 1942. C’è discordanza persino sui morti di tale campo di concentramento: si va dai 1400-1500 defunti secondo gran parte degli storici, fino ai 3500 o, addirittura, ai 4500 individui. Uno tra i primi studiosi a descrivere il campo di concentramento di Arbe è stato Franc Potočnik, con il suo “Il campo di sterminio fascista: l’isola di Rab”, edito a Torino dall’ANPI nel 1979.
Arbe, Parco della Rimembranza, una lapide ricordo della Fondazione "Ferramonti di Tarsia". Il campo di internamento di Ferramonti, nel comune di Tarsia in provincia di Cosenza, è stato il principale (per consistenza numerica) tra i luoghi di internamento per ebrei, apolidi, stranieri nemici e slavi aperti dal regime fascista tra il giugno e il settembre 1940. Fotografia di Giovanni Doronzo

In linea di massima è tuttavia difficile destreggiarsi tra le interpretazioni degli storici, soprattutto se si tratta dei cosiddetti deviazionisti, ossia di coloro che ingigantiscono oppure che riducono le cifre delle tragedie del confine orientale italiano, secondo il proprio tornaconto ideologico.
Dal sito web: Loris Palmerini, “Quegli ebrei deportati dall’Istria in nome della razza italiana”, on-line dal 26 gennaio 2008.

3. Notizie su Arbe dal sito Ebraismo e dintorni
Riguardo agli internati ebrei, ecco cosa ha scritto Marco Severa, nel suo saggio Il campo di concentramento di Rab, on-line dal giorno 11 marzo 2018. Tratto dal sito web:  Il campo di Arbe – sostiene Severa – va ricordato anche per aver ospitato 1027 ebrei, grazie alla protezione dell’esercito italiano, sfuggirono alla deportazione nei lager nazisti. Fin dall’occupazione le forze tedesche e gli ustascia croati, attuarono la deportazione della popolazione ebraica e alcuni dei suoi membri videro nell’esercito italiano, attestato sulla costa dalmata, la possibilità di sfuggire alla cattura. Ed in effetti un migliaio di essi, soprattutto croati, chiesero protezione al generale Mario Roatta che, respingendo non senza fatica le pressanti richieste dei tedeschi, li collocò ad Arbe in internamento protettivo. Fra la capitolazione dell’otto settembre e la riconquista del territorio da parte dei tedeschi, fecero in tempo a trovare riparo presso le truppe di Tito e ad evitare la deportazione.
Nello specifico - aggiunge Marco Severa -, alcune centinaia di ebrei erano concentrati soprattutto nella città di Mostar, l’attuale Bosnia, a cui si aggiunsero migliaia di profughi in fuga dallo Stato Indipendente di Croazia per sfuggire ai massacri commessi appunto dagli ustascia e dai loro alleati  tedeschi. Tranne una parte respinta alla frontiera di Fiume gli ebrei furono accolti nella Dalmazia annessa dall'Italia e la protezione fu estesa anche a quelli che si trovavano nelle zone occupate dalle truppe italiane in Croazia, i quali pur sottoposti a vigilanza continuarono a vivere liberamente. Alla fine del '42 la situazione si rese più complicata quando alle richieste croate di ottenere gli ebrei presenti nei territori occupati italiani si aggiunsero anche le pressioni tedesche. In totale, gli ebrei residenti o rifugiati nella zona di occupazione italiana in Croazia, furono 2.761.
Arbe – Parco della Rimembranza. Il Santuario, fatto al modo delle tende del campo di concentramento e il mosaico, opera del pittore sloveno Mario Pregelj. Fotografia di Giovanni Doronzo

La tragedia che avrebbe colpito gli ebrei in caso di consegna ai propri alleati, fece sì che il Regio Esercito escogitasse pretesti e oppose una serie di rinvii per non procedere ad alcuna consegna degli ebrei internati anche ad Arbe. Si ipotizzò in un primo tempo di internare gli ebrei in locande e alberghi dismessi nella città di Grado, poi si preferì la soluzione del campo di Arbe dove fu allestita appositamente un’area separata, in cui furono fatti confluire complessivamente gli oltre 3.500 nuovi internati. Qui vissero in una condizione sicuramente migliore degli internati slavi potendo ricevere visite esterne e svolgere attività ricreativa, come spiega Marco Severa. 
Le autorità militari e civili che operavano in Jugoslavia nel frattempo avevano esercitato pressioni su Mussolini che revocò le precedenti disposizioni e dispose che tutti gli ebrei sarebbero invece rimasti internati in territorio sotto giurisdizione italiana, une escamotage per sviare alle richieste di consegna degli ebrei con passaporto croato da parte del governo; inoltre gli organi italiani si impegnarono per avviare le pratiche di rinuncia alla cittadinanza croata. Insieme agli ebrei, ad Arbe  furono internati a scopo "protettivo", anche molti serbi sfuggiti alle persecuzioni croate.
Ancora nell’agosto '43 le autorità italiane si preoccuparono dell'incolumità degli internati ebrei immaginando, in caso di ritirata delle truppe italiane, di mantenere un presidio armato affinché gli internati protettivi non cadessero “in mani straniere”.
Arbe – Parco della Rimembranza. Tombe. Fotografia di Giovanni Doronzo

Questo atteggiamento benevolo, emerse anche da una relazione del Ministero degli Affari Esteri datata 1946, sugli atteggiamenti che lo stesso ministero adoperò per la tutela delle comunità ebraiche (1938–1943). Da questa relazione, si evinse che il ministero “ritenne suo dovere ostacolare come poté, nell’ambito della propria competenza, l’applicazione di tali leggi e di tali direttive (leggi antiebraiche)”. Il suo scopo era duplice: quello di proteggere la situazione degli ebrei stranieri in Italia e quello di proteggere la situazione degli ebrei italiani all’estero.
Addirittura, nell’estate del 41, un reparto italiano in Croazia, simulò un inesistente rastrellamento di partigiani per raggiungere  un gruppo di ebrei e portarli in salvo con carri armati. L’episodio suscitò violente reazioni da parte dei croati, tanto che il comando italiano si vide costretto a intervenire e a definire alla corte marziale gli ufficiali colpevoli che furono puniti, per cosi dire, con qualche giorno d'arresto.
Il comportamento degli italiani nei confronti degli ebrei in Croazia, venne analizzato anche da due saggi di Jacques Sabille, inseriti nel testo di  Leon Poliakov  “Le condition des juifs en France sous l’occupation italienne” pubblicato e tradotto in italiano nel '56.  Da essi emerse un giudizio lusinghiero nei confronti delle truppe d'occupazione italiane, come riferisce Marco Severa.
Arbe – Parco della Rimembranza. Una stele. Fotografia di Giovanni Doronzo

Secondo De Felice, invece, l‘intervento del ministero degli Affari Esteri e dei comandi militari italiani nei territori occupati dalle nostre truppe, in Francia, Jugoslavia e Grecia, permise che queste zone diventassero il riparo per migliaia di ebrei che con ogni mezzo vi affluirono dalle vicine zone di occupazione tedesca e da quelle sotto amministrazione collaborazionista.
Il fenomeno assunse misure cosi imponenti - aggiunge Marco Severa - da creare seri dissapori tra i comandi italo-tedeschi e con i governi collaborazionisti, da provocare addirittura una serie di passi ufficiali di protesta da parte della diplomazia nazista a Roma. Nella Jugoslavia occupata dagli italiani (metà Croazia, Dalmazia e Montenegro) divenne il rifugio degli ebrei. Nel '41  nei primi mesi del '42, l'azione di aiuto e soccorso furono realizzate più o meno tacitamente e individualmente dai vari comandi locali italiani, con il tacito consenso delle più alte autorità militari che reagirono in tal modo agli orrori commessi dagli ustascia.
Sull’isola, dopo la partenza della maggior parte degli internati, rimasero circa 250 ebrei, vecchi donne e bambini. Alcuni dei quali erano ammalati e dopo l’occupazione da parte dei tedeschi, furono trasferiti alla Risiera di San Sabba e  poi deportati ad Auschwitz. Un più ridotto gruppo di ex internati ebrei, servendosi di barche di pescatori, riuscì a raggiungere l’isola di Lissa (Vis). Da lì, poi approdarono dopo qualche giorno a Bari. Così conclude il suo acconto Marco Severa.
Arbe – Parco della Rimembranza. L'obelisco. Fotografia di Giovanni Doronzo

4. Quella spia ebrea jugoslava che passava da Sussak a Fiume
Qui non c’entra il Campo di concentramento di Arbe. Il periodo è quello, tuttavia; siamo intorno alla seconda guerra mondiale. C’era un pullulare di spie, come in tutte le realtà di frontiera, in provincia di Udine nel 1939. Il caso analizzato più sotto, come nei più loschi romanzi gialli, fa muovere le questure di Roma, Milano, Udine e Bolzano. Il fatto emerge dagli archivi, non dalla fantasia di un creativo storico.
Il regio questore di Udine, tale Cosenza, scrive di procedere secondo le emergenze agli Uffici di Pubblica Sicurezza di Tarvisio e di Tolmezzo e, per conoscenza, al Commissariato di P.S. della IV Zona di Frontiera di Bolzano “il 9 ottobre 1939 – XVII”. Ecco il testo della comunicazione di protocollo N° 030044 Gab.: “Per accurate ricerche trascrivo seguente telegramma della R. Questura di Roma del 7 corrente n° 07675/8: «Con anonimo proveniente da Zagabria viene segnalato che ebreo jugoslavo certo Ziga Stark recasi spesso Italia sotto falso nome Ziga Jegig et farebbe parte centro di spionaggio jugoslavo ove porterebbe importanti informazioni et fotografie riguardante potenza militare italiana varcando confine Sussak [presso Fiume]. Predetto straniero potrebbe identificarsi per ebreo jugoslavo Jagio Ziga fu Carlo et Anna Sor nato Zagabria 31/5/1877 commerciante che atti questo Ufficio risulta condannato locale Tribunale sentenza 1928 at anni uno reclusione et lire 500 multa per truffa pena condonata per amnistia e giusta segnalazione Questura Milano risulta che cattiva condotta morale. Caso rintraccio prego procedere secondo esigenze»”. Vedi: Archivio di Stato di Udine (ASUd). Questura di Udine, Categoria E 2, Vigilanza e controllo persone in transito, b 1.
Arbe – Parco della Rimembranza. Una targa ricordo dell'ANPI di Trento. Fotografia di Giovanni Doronzo

5. Ero a Arbe nel 1943, il racconto di Mirella Tainer Zocovich, fiumana
Il ricordo della fiumana Mirella Tainer Zocovich, esule negli USA, ci è pervenuto tramite un messaggio di Facebook, nel gruppo “ANVGD di Udine”. La ringraziamo per questo suo originale intervento che riportiamo con qualche piccola correzione negli accenti e poche note in parentesi riquadrate. (Elio Varutti)

“Io e mia sorella, come sempre durante l’estate, eravamo in Arbe bellissima isola della Dalmazia. Era il 1943 – scrive Mirella Tainer Zocovich. La sorella di mamma con la famiglia Usmiani aveva lì dimora stabile. Le nostre indimenticabili vacanze estive si alternavamo sempre tra Arbe e Bescanuova (Isola di Veglia la nostra famiglia là era dai Toich e Leban). In quelle isole, come del resto anche a Lussino, Cherso ecc..., si parlava il nostro bel dialetto, così problemi di lingua per me e mia sorella non ce n’erano davvero.
Quell’anno però, sembrava che le nostre vacanze si protraessero più a lungo del normale. Infatti era già quasi la fine di settembre e noi eravamo ancora là, nell’isola.
In Arbe, mi ricordo, c’era un distaccamento di soldati Italiani. Molti di questi soldati erano diventati amici di casa e venivano da noi volentieri per parlare soprattutto dei loro cari. C’era uno in particolare al quale, mia sorella ed io, ci eravamo molto affezionate. Avevamo avuto il permesso di chiamarlo zio Sandro. Di quel tempo mi sono rimaste impresse le forme di parmigiano, credo che fossero doni dei soldati addetti alla cucina della caserma. Quello era veramente un bene di Dio perché a quei tempi mia mamma ed i miei zii facevano fatica a mettere qualcosa sul fuoco ed il parmigiano aiutava parecchio.
Mi ricordo anche della casa vicina alla nostra. Mi viene in mente una stanza grande con tante donne sedute davanti ad altrettante macchine da cucire. Noi bambine, insieme alle nostre cuginette, andavamo là per farci cucire i vestiti delle bambole ed anche per aiutare a tagliare tanti piccoli pezzetti di pano rosso a forma di stelle [per i partigiani]. Noi ci divertivamo tanto senza naturalmente immaginare lo scopo di tutto quel gran daffare.
Una sera tardi mio zio invece di ritirarsi in camera sua si allontanò da casa insieme a degli amici e, con una barca a remi attraversando quel piccolo pezzetto di mare, attraccò sulla terra ferma dirimpetto a Segna. Ritornò ad Arbe il giorno dopo sempre con gli stessi amici e sulla stessa barca. Tutti avevano in testa un copricapo verde stile militare con, applicata sul davanti, una piccola stella rossa.
Arbe, 1941. Fotografia da Facebook

Da quel momento in casa cominciò un gran via-vai. A noi sembrava che tutti ascoltassero lo zio con deferenza, inclusi i soldati italiani. Dopo qualche giorno la mamma ci annunciò che aveva deciso di ritornare a casa, a Fiume, da papà, di cui non sapevamo la sorte da parecchio. Naturalmente gli zii avevano cercato di dissuaderla. Era troppo pericoloso e l’isola era completamente tagliata fuori da ogni comunicazione sia con Fiume che con il resto d’Italia. Lei non si voleva dar per vinta e proseguì con i preparativi.
Appena si sparse la notizia della nostra prossima partenza, le visite dei soldati italiani, ormai disarmati, si fecero molto più assidue. Questa volta però arrivavano in casa e consegnavano alla mamma dei pezzetti di carta. Sui quei pezzetti di carta c’erano scritti i loro nomi ed indirizzi delle loro abitazioni in Italia. L’idea era che una volta arrivate dall’altra parte [dato che Arbe era controllata dai partigiani], mamma avrebbe contattato le famiglie dei soldati nostri amici per tranquillizzarle sulla loro sorte.
La mamma ci chiese di memorizzarne più nomi ed indirizzi possibile e lei fece altrettanto. Sarebbe stato troppo pericoloso andare in giro con quei bigliettini visto che dovevamo, ad un certo punto, attraversare le linee di blocco dei tedeschi e perciò andavano distrutti.

Cartolina di Arbe – Rab del 1940. Immagine da Internet

Ci preparavamo a partire e portavamo con noi, oltre che qualche vettovaglia, anche un paio di scarpe ciascuna. Queste scarpe erano nuove ed erano state fabbricate apposta per noi. Non erano da vestire subito, ma solo al nostro eventuale arrivo a Fiume. Il materiale adoperato era quasi tutto cartone e con la pioggia si sarebbe disfatto. Mamma avvolse i nostri piedi in innumerevoli stracci portandone altri di riserva. Pareva che una volta arrivati a Segna avremmo dovuto sgambettare parecchio non potendo contare su alcun mezzo di trasporto. E così fu. I partigiani, eseguendo gli ordini dello zio, ci fecero prima salire su un barcone e poi su un motoscafo. Mi ricordo che il mare era agitatissimo e che io e mia sorella stavamo parecchio male. Come Dio volle attraccammo a Novi sulla costa e di lì cominciò il nostro cammino verso Fiume e verso casa. Pioveva in continuazione durante il nostro viaggio e pioveva a dirotto anche al posto di blocco dei tedeschi. Eravamo bagnate fradicie tanto da farli intenerire vedendoci. Ci fecero passare attraverso il blocco senza problemi e senza chiedere spiegazioni, sembravano addirittura gentili. Dovemmo camminare ancora a lungo. Arrivate in vista di Fiume, la pioggia era finalmente cessata, avevamo avuto il permesso di vestire le nostre scarpe nuove e così papà ci avrebbe viste in ordine e senza gli stracci ai piedi. Quell’avventura, se si può chiamare così, sarebbe finita lì. C’erano però da contattare le persone delle quali avevamo tenuto a mente nomi ed indirizzi. Mamma scrisse le sue brave lettere e ricevette molti ringraziamenti in risposta. Dopo quel primo scambio di notizie tutto finì lì soprattutto a causa degli eventi bellici. Con zio Sandro però ci siamo tenuti in contatto. A fine guerra, aveva saputo della nostra situazione di profughi a Torino e, non avendo dimenticato il periodo e le vicissitudini passate insieme ad Arbe, volle avere me e mia sorella [ospiti], a casa sua a Chiusi, in provincia di Siena”.

Francobollo delle Poste di Fiume del 12 settembre 1919 di centesimi 5, con sovrastampa “Arbe Reggenza Italiana del Carnaro [centesimi] 55”. Arbe, infatti fu annessa alla effimera Reggenza Italiana del Carnaro di Gabriele D’Annunzio nel 1920. Immagine da Internet
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6. Per la storia di Fiume e Arbe
Dai censimenti austro-ungarici si sa che il paese di Arbe poteva registrare alla fine dell’Ottocento una schiacciante maggioranza italiana: il censimento austriaco del 1880 contava 567 Italiani su 811 abitanti. Per spiegare il francobollo si può ricordare che, il 13 novembre 1920, le isole di Arbe e di Veglia furono soggette ad un’effimera annessione alla Reggenza Italiana del Carnaro (1919-1920) di Gabriele D’Annunzio, in risposta al Trattato di Pace di Rapallo tra Italia e Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni. 
Il Natale di sangue vide le cannonate della corazzata “Andrea Doria” contro il Palazzo del Governo di D’Annunzio. Ciò provocò 54 morti. I legionari e D’Annunzio, entro il 18 gennaio 1921, evacuarono definitivamente da Fiume. 
Vedi in merito, in particolare a pag. 144: Pier Luigi Vercesi, Fiume. L’avventura che cambiò l’Italia, Vicenza, Neri Pozza, 2017. Vedi pure: Mimmo Franzinelli, Paolo Cavassini, Fiume, l’ultima impresa di D’Annunzio, Milano Mondadori, 2009, p. 220.

Bibliografia e sitologia
L’autore ringrazia, per la cortesia riservata, gli operatori e i direttori delle seguenti entità. Si ringraziano gentilmente pure gli studiosi dei seguenti siti di Internet per la diffusione e pubblicazione.

- Archivio di Stato di Udine (ASUd). Questura di Udine, Categoria E 2, Vigilanza e controllo persone in transito, Comunicazione del Questore Cosenza del 9 ottobre 1939, protocollo N° 030044 Gab., b 1.

I Campi Fascisti. Dalle guerre in Africa alla Repubblica di Salò, scheda del Campo di Rab (Arbe), dal sito web sui Campi Fascisti. 

- Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce. l'internamento civile nell'Italia fascista (1940-1943), Torino, Einaudi, 2004 (citato dal sito web: Campi fascisti).

- Marina Cattaruzza, L’Italia e il confine orientale, Bologna, Il Mulino, 2007.

- A Est Ovest, Osservatorio dei Balcani, Luoghi e memorie, Rab (con ampia bibliografia). 

-Tone Ferenc, Rab-Arbe-Arbissima. Confinamenti-Rastrellamenti-Internamenti nella provincia di Lubiana - 1941-1943. Documenti, Ljubljana, Inštitut za novejšo zgodovino – Društvo piscev zgodovine NOB, 2000 (citato dal sito web: Campi fascisti). 

Mimmo Franzinelli, Paolo Cavassini, Fiume, l’ultima impresa di D’Annunzio, Milano Mondadori, 2009.

- Gianfranco Giorgolo, “II salvataggio ignorato degli ebrei in Dalmazia. Lettera aperta a Mattarella. I militari italiani si rifiutarono di consegnare circa 5.000 persone a nazisti e ustascia”, «La Verità», 31 gennaio 2018, anche nel web. 

- Boris Mario Gombač (a cura di), “Nei campi di concentramento fascisti di Rab – Arbe e Gonars. Intervista a Marija Poje e a Herman Janež”, «DEP, Deportate, esuli, profughe. Rivista telematica di studi sulla memoria femminile», n. 7, 2007, pp. 199-215.

- Loris Palmerini, Quegli ebrei deportati dall’Istria in nome della razza italiana, on-line dal 26 gennaio 2008. 

- Arbe – Rab (Croazia), Parco della Rimembranza, In memoria delle Vittime del Campo, Repubblica di Slovenia.

- Franc Potočnik, Il campo di sterminio fascista: l’isola di Rab, Torino, ANPI, 1979.

- Marco Severa, Il campo di concentramento di Rab, on-line dal giorno 11 marzo 2018. 

Pier Luigi Vercesi, Fiume. L’avventura che cambiò l’Italia, Vicenza, Neri Pozza, 2017.

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Fonte digitale: Mirella Tainer Zocovich, nata a Fiume, messaggio in Facebook del 6 aprile 2018, vive a Deerfield, Illinois (USA).

Arbe – Parco della Rimembranza. Un campo di... croci. Fotografia di Giovanni Doronzo
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Servizio giornalistico, di ricerca e di networking a cura di Elio Varutti e Sebastiano Pio Zucchiatti.
Fotografie di Giovanni Doronzo, 2018, che si ringrazia per la gentile collaborazione e per la concessione alla diffusione e pubblicazione.


Arbe – Parco della Rimembranza. La tomba di Martin Jaklic. Fotografia di Giovanni Doronzo

martedì 3 aprile 2018

Presentato a Udine il libro sul rione San Rocco, di Giorgio Stella

Sembrerebbe una pazzia fare un libro nell’era di Internet, partendo da Internet. Eppure Giorgio Stella ci si è cimentato. 
Federico Pirone, assessore alla Cultura del Comune di Udine, in piedi, Federico Vicario, Elio Varutti e Giorgio Stella, alla presentazione del suo libro. Fotografia di Giorgio Ganis

L’ha intitolato: “Ti racconto San Rocco. Storia di un suburbio  tra luoghi e identità”. Dopo che aveva visto tanti, troppi messaggi e fotografie nel gruppo di Facebook intitolato a “S. Rocco quartiere mitico”, ha voluto riordinare le idee, per così dire. Il contenitore digitale, infatti, se ha il pregio di diffondere velocemente foto, messaggi e ricordi, d’altro canto ha il grave difetto di accogliere di tutto e di più, comprese le notizie scorrette o le “fake news”, ossia le bubbole, le fandonie, le bugie. Stella ci è riuscito in pieno a mettere ordine. Il miglior complimento gli è giunto proprio dal popolo di Facebook e degli abitanti dei Casali di San Rocco che gli hanno detto: “Brâf Zorç, tu âs fat propit un biel libri!”.
Era pieno il Salone d'onore della Società Filologica Friulana a Udine per il libro di Stella il 29 marzo 2018. Fotografia di Giorgio Ganis
Non c’è dubbio che sia un biel libri (bel libro). A giudicare dall’alta gradevolezza ricevuta dal volume fresco di stampa, con le sue 254 pagine, nel giorno della presentazione pubblica. L’evento è accaduto il 29 marzo 2018, alle ore 18, nel salone d’onore della Società Filologica Friulana a Udine, in Via Manin, 18 intitolato a Guglielmo Pelizzo. Ha aperto l’incontro affollatissimo il professor Federico Vicario, presidente della Società Filologica Friulana. “Non si vede tanto spesso una sala con così tanta gente – ha detto Vicario – e sono molto contento della nostra collaborazione con l’autore”. Anzi le sue prime parole sono state in marilenghe, rilevando che “il salon al è complen” (posti esauriti).
Ha parlato poi Federico Pirone, assessore alla Cultura del Comune di Udine, che ha patrocinato la pubblicazione, assieme alla provincia di Udine. “Visto il grande successo di pubblico e la validità del libro di Stella – ha detto Pirone, portando il saluto della Civica amministrazione – vorrei sottolineare che San Rocco è proprio un quartiere vivo, non un suburbio, che fa venire in mente qualcosa di marginale e di vita periferica”.
Prima dell’autore, che ha mostrato alcune immagini del rione col computer, è intervenuto il professor Elio Varutti, di cui poco più sotto si presenta una parte della sua Prefazione al testo.
Molte diapositive mostrate da Giorgio Stella per raccontare San Rocco, quartiere udinese. Foto Giorgio Ganis

Dalla Prefazione di Elio Varutti al libro di Stella
Scrivere un libro sul proprio rione come fa Giorgio Stella è la dimostrazione dell’affetto provato per il proprio territorio. Sin dagli anni 1980-1990 in Italia si sviluppano gli studi sul tema dell’appartenenza socio territoriale, sulla spinta delle teorie classiche di Ferdinand Tönnies e Max Weber dedicate alla comunità, in campo sociologico.
Per alcuni studiosi il concetto è assimilabile al sentimento di patria, la “Heimat” del mondo tedesco (luogo natio, piccola patria). Il concetto di Heimat compare nella cultura tedesca a metà del XIX secolo, quando la nascente industrializzazione provocava, in Germania, l’esodo massiccio di popolazione dalle aree rurali verso le grandi città. Allo stesso tempo l’unificazione politica della grande Germania produceva la decomposizione degli staterelli per un unico nuovo Stato tedesco a egemonia prussiana.
Anche in Friuli, dal 1928 si è sviluppato il concetto di “Piccola Patria”, a partire da uno studio di Chino Ermacora, intitolato proprio “Piccola Patria”, per le Edizioni de La Panarie, 1928.
Per altri studiosi l’appartenenza socio territoriale è un fattore che tende a contrastare l’anomia delle città dormitorio e la folla solitaria delle periferie. È del 1950 l’analisi sociologica dal titolo “The Lonely Crowd”  (La folla solitaria) di David Riesman. Nell’era dei tablet, degli smartphone, dei computer e della tecnologia digitale, la folla appare ancor più solitaria. Sia benvenuta allora un po’ di appartenenza socio territoriale. Benvenuta sia l’identità specifica del quartiere pieno di associazioni, gruppi sportivi, circoli ed attività umane come è quello di San Rocco, nella città di Udine.
Elio Varutti al microfono. Foto Giorgio Ganis

Qui il lettore troverà la simpatia dimostrata per un’area geografica particolare con tutti i suoi annessi antropici. Ad interessare non è solo il territorio fisico geografico in sé, ma è l’ambiente antropizzato, cioè con i cambiamenti subiti a causa dell’intervento dell’uomo che ci vive e che ci abita. I ponti, le strade, la ferrovia, i negozi, i parcheggi, i pali della luce e, persino, le antenne della telefonia cellulare rappresentano l’elemento di antropizzazione di una zona, nel bene e nel male.
Il volume non è solo dedicato alla storia del quartiere di San Rocco, nel quadro di una storia della città di Udine. Siamo in presenza di uno specifico approccio di microstoria, in una dimensione europea, con interessanti tratti identitari e linguistici particolari, come certe parole in lingua friulana o in dialetto veneto udinese.
Dov’è il borgo di San Rocco a Udine? Stiamo parlando della zona Nord Ovest del capoluogo friulano. Più precisamente è ad Ovest – Nord Ovest. Uscendo dalla città lungo Viale Venezia, è la parte a sinistra. Il quartiere conta nel 2003 1.758 cittadini (italiani) e 151 stranieri (rappresentando il 7,9% della popolazione). Nel 2013 gli italiani scendono a 1.670 individui, mentre gli stranieri raddoppiano a 347 unità (divenendo il 17%), com’è segnato a pagina 71 del volume di Stella, secondo i dati anagrafici. Anche per loro il libro può essere utile, contenendo la storia, la geografia, l’etnografia e la storia dell’arte della zona.
Fruttivendolo "Da Bianca", anni 1960-1970. Fotografia ripresa dal gruppo di Facebook "SAN Rocco - mitico quartiere"

Oggi dal punto di vista amministrativo San Rocco è stata riunita appunto nella Circoscrizione n. 2 – Rizzi – S. Domenico – Cormôr – S. Rocco. Questo “quartierone” è il secondo più abitato della città con i suoi 21.072 abitanti nel 2017. Ha una superficie territoriale di 10,24 kmq, seconda in città per ampiezza. Come pure secondo in classifica S. Rocco e gli altri borghi, o frazioni, è per densità abitativa con 2.059 residenti per kmq. Vi abitano 10.650 famiglie su 49.781 della città. Poco meno della metà di esse sono mononucleari (4.876), ovvero con un solo componente. I residenti a Udine per cittadinanza straniera sono 2.746 sul totale cittadino di13.965. i maschi sono 1.224 e le femmine 1.522. Tra le principali cittadinanze si annoverano i seguenti paesi: Romania, Albania, Ucraina, Ghana, Serbia, Cina, Kosovo e Nigeria. Fonte dei dati: Anagrafe di Udine e ISTAT.
L'intervento di Elio Varutti, durante la presentazione del libro di Giorgio Stella, che è accanto al computer. Fotografia di Roberto Tuniz

Curiosa è poi la nascita di queste pagine. Tra l’altro l’autore, alla sua opera prima, aggiunge schernendosi, che sarà pure l’ultima. Egli è un appassionato navigatore di Internet. Nel gruppo di Facebook, dedicato all’area di San Rocco, ha trovato molte notizie utili alla storia della zona. Come capita ai lettori di Internet, si trovano pure tante informazioni imprecise, se non false. Soprattutto i dati appaiono mescolati come in uno splendido zibaldone digitale. Non c’è ordine. Non c’è collegamento tra un’informazione e l’altra. È un po’ tutto uno guazzabuglio. Tante fotografie sono commentate in modo utile ad ogni lettore, oppure con commenti della sfera amicale, o goliardica. Non mancano i dibattiti digitali con tanto di insulti, che in qualche caso vengono cancellati, per decenza, dagli amministratori del gruppo di Facebook o di altri siti web e dai social media: Yahoo, Google, LinkedIn e così via.
Presa carta, penna e computer, l’autore ha voluto fare un po’ di ordine in mezzo a tutte queste comunicazioni. A mio modesto parere l’intento è positivo e l’obiettivo è stato raggiunto. È chiaro che questa produzione editoriale non è una enciclopedia sul quartiere udinese di San Rocco. Qui non c’è tutto. Sicuramente qui c’è molto. Ai lettori, comunque, l’ardua sentenza.
Una delle 29 baracche costruite nel 1919 per i senzatetto di Sant'Osvaldo (esplosione polveriera del 1917). Casette semplici, senza acqua, ma con la luce, smantellate negli anni 1960-1970. Fotografia ripresa dal gruppo di Facebook "SAN Rocco - mitico quartiere"

Ho gradito che, tra le citazioni sin dalle prime pagine, vi siano autori come Marc Bloch, Gian Paolo Gri, Furio Bianco, per spaziare in campo nazionale ed europeo. Oppure autori di rango come Gianfranco Ellero e Franco Sguerzi, per restare in campo locale e, persino, progetti e ricerche di alcune scuole e musei friulani. Insomma l’aspetto specifico, il caso particolare, la ristretta vicenda vengono affrontati nelle pagine seguenti non in un’ottica campanilistica, ma secondo l’approccio di apertura ad una comunità più vasta e generale, com’è la Vecchia Europa pur attraversata da qualche sussulto, speriamo passeggero.
Sono stati utilizzati a man bassa anche i dati della cronaca ripresa dai giornali dell’epoca. Forse qualcosa sarà sfuggito, ma ciò dovrà essere fonte di stimolo per realizzare un’altra opera come questa.
Pubblico attentissimo alla presentazione del libro su San Rocco di Giorgio Stella. Fotografia di Roberto Tuniz

Mi sono piaciute molto le interviste effettuate alle perone notevoli, con l’intento di rimpinguare la storia del rione, anzi del suburbio, come era scritto nei documenti dell’Ottocento. Si è voluto dare spazio alle fonti orali, oltre che ai documenti, comunque studiati per le piste fondamentali del presente studio. L’uso delle testimonianze, tecnica di ricerca, peraltro, non da tutti gli studiosi condivisa, sono una parte interessante della storiografia. Rendono le opere più vivaci e la lettura più gradevole, proprio come mi auguro che sia per tutti voi.

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Giorgio Stella, Ti racconto San Rocco. Storia di un suburbio  tra luoghi e identità, [s.e.], Udine, tipografia Marioni, 2018, fotografie in b/n e colori, pp. 254.
Per chi fosse interessato può trovare il volume di Giorgio Stella alla Libreria Tarantola, in Via Vittorio Veneto, 20, 33100 Udine e all’edicola di Via San Rocco n. 150.


Riferimenti bibliografici e recensioni


Viviana Zamarian, “La storia del quartiere di San Rocco raccontata nel volume di Giorgio Stella”, «Messaggero Veneto» 22 marzo 2018.

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Servizio giornalistico, di ricerca e di networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti e E.V. Fotografie di Giorgio Ganis e di Roberto Tuniz che si ringraziano per la collaborazione prestata. Altre foto sono riprese dal gruppo di Facebook "SAN Rocco- mitico quartiere".
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L'effervescente pubblico, costituito soprattutto da sanrocchesi alla presentazione del libro di Giorgio Stella su San Rocco. Fotografia di Giorgio Ganis

Pal libri su Sant Roc, borc di Udin, al fevele Federico Vicario, president de Societât Filologjiche Furlane, inte sede de socie in Vie Manin 18. Fotografie di Roberto Tuniz