martedì 18 luglio 2017

La Dalmazia raccontata a Tarcento, con l’ANVGD di Udine

Qualche volta nei piccoli paesi succedono cose grandi. È capitato allora che al Centro Sociale di Coja di Tarcento ci sia stata una originale conferenza con una discussione pubblica altrettanto interessante sui fatti dell’esodo giuliano dalmata. L’evento in questione si è verificato la sera del 14 luglio 2017 in un paesino che potrebbe essere “il balcone sul Friuli”, per il suo stupendo panorama.
Tra il folto pubblico, in prima fila, Giorgio Ius, coi baffi, e Giovanni Picco.

Il dottor Bruno Bonetti, bibliotecario di Tarcento, ha esposto l’argomento intitolato “La Dalmazia. Croati, serbi e italiani”. L’organizzazione dell’incontro pubblico con oltre cinquanta presenti si deve all’Associazione “Int di Cuje”, in collaborazione con l’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine.
Come mai quel tema in una frazioncina di Tarcento, che conta appena 30 anime? Presto spiegato. Alcuni abitanti del posto sono reduci da un viaggio a Mostar e in altri luoghi della Bosnia, all’interno del progetto “I care for Europe”. Come dice alla stampa Corrado Aitran, responsabile a Tarcento di queste attività del terzo settore «siamo collegati in un network con altre località, come ad esempio Aquileia, Recanati, Pirano, Bač e Rab, per organizzare dei campi volontariato sui temi dell’ambiente e del Mare Adriatico nelle cittadine collegate a noi, che sono Stolac e Čapljina, che si trovano tra Mostar e Ragusa».
Bruno Bonetti durante la lezione - conferenza 

Torniamo alla conferenza. Ha aperto i lavori dell’incontro culturale Luca Toso, vice sindaco di Tarcento. 
«Questo evento nasce da un meeting sulla Bosnia di oggi cui partecipa anche la città di Tarcento. Volevamo capire di più la storia. Bisogna sapere che gli italiani fuggiti dalla Dalmazia dopo la seconda guerra mondiale – ha detto Toso – convivevano con i serbi ed i croati, ma con i nazionalismi e con la Jugoslavia di Tito è cambiato tutto».
Il vice sindaco ha dato poi la parola a Elio Varutti, vice presidente dell’ANVGD di Udine, che ha portato i saluti di Bruna Zuccolin, presidente del sodalizio degli esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia. Varutti ha ricordato ai presenti la figura storica dell’ingegnere Silvio Cattalini, esule da Zara, scomparso nella notte fra il 28 febbraio e il 1° marzo scorso. «Cattalini ha presieduto l’ANVGD di Udine dal 1972 al 2017 – ha concluso Varutti – con uno spirito di pacificazione tra le due sponde dell’Adriatico, organizzando numerosi incontri culturali e gite in nave per visitare Pola, Fiume, Zara, Spalato e Ragusa».
Luca Toso, vice sindaco di Tarcento apre i lavori della conferenza di Coja

Poi ha parlato Luca Cossa, dell’Associazione Culturale Ricreativa “Int di Cuje” per fare un quadro storico di riferimento della Dalmazia austroungarica fino al Regno di Jugoslavia e a alla Repubblica Federativa di Tito, menzionando la strage di Vergarolla del 1946, con circa 70 italiani uccisi in un attentato, per finire con i viaggi da Pola del piroscafo Toscana per portare gli esuli italiani a Trieste o a Venezia
Ha preso infine la parola Bruno Bonetti, che tra l’altro è segretario dell’ANVGD di Udine. Si è fatto aiutare dalle diapositive in Power Point preparate con Luca Paoloni, consigliere comunale di Tarcento. Bonetti ha parlato con cognizione di causa, essendo discendente dei Bonetti di Zara (di sentimenti italiani) e di quelli di Spalato (di sentimenti croati), con una nonna serba.
Ha presentato all’attento pubblico il risultato delle sue ricerche genealogiche, con vari collegamenti storici e geografici, per mostrare come pure nelle famiglie si siano riverberati i fatti politici dell’Ottocento e del Novecento sui nazionalismi in Dalmazia, fino alle guerre balcaniche 1991-2001
Ha parlato poi degli esodi italiani del 1921 e 1929 da Traù, Spalato, Sebenico, Ragusa e dalle isole dalmate fino al più noto esodo dei 350 mila italiani iniziato nel 1943, sotto la pressione dei partigiani titini, e andato avanti lungo tutto gli anni Cinquanta del Novecento.
Il saluto dell'ANVGD di Udine da parte del professor Elio Varutti, vice presidente del sodalizio. Fotografia di Giorgio Gorlato.

Alex Franz, presidente dell’Associazione “Int di Cuje” nel suo intervento di chiusura ha ricordato come «sia importante conoscere questi argomenti perché sono brani di storia poco noti, perciò diamo appuntamento a tutti per i prossimi incontri su temi analoghi, sempre per la rassegna Cognossi la storie».
Nel dibattito che è seguito sono intervenuti numerose persone con domande e contributi. Giorgio Gorlato ha detto: «i miei avi stavano a Pola e a Dignano d’Istria dal Quattrocento, poi nel 1945 mio padre che era notaio è stato preso dai titini e non l’abbiamo più rivisto, ci hanno detto che è finito in una foiba».
Giorgio Ius, in un colorito intervento in lingua friulana, ha chiesto di parlare di più dei fatti dell’esodo giuliano dalmata e di insegnarlo nelle scuole, perché è importante conoscere questo pezzo di storia del paese.
Tra gli altri, è intervenuto Giovanni Picco, presidente regionale dell’Associazione Nazionale Mutilati Invalidi di Guerra (ANMIG). «Desidero donare a Bonetti e all’ANVGD di Udine, in ricordo di Silvio Cattalini, una cartolina con speciale annullo filatelico – ha detto Picco – nel  90° anniversario del Gruppo Associazione Nazionale Alpini (ANA) di Tarcento e nel centenario dell’ANMIG».

Giovanni Picco, dell'ANMIG porta i suoi omaggi all'ANVGD di Udine. Fotografia di Giorgio Gorlato.
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Il Gruppo Giovanile Adriatico di Udine, 1956-1970
Il professor Varutti, in occasione della dotta lezione di Bruno Bonetti, col permesso di Bruna Zuccolin, presidente del Comitato Esecutivo dell’ANVGD di Udine, ha esposto un gagliardetto dell’associazionismo giuliano dalmata degli anni Cinquanta del Novecento. Si tratta quasi di un cimelio. È il drappo del Gruppo Giovanile Adriatico (GGA) di Udine, aderente all’ANVGD. Tale gruppo giovanile fu attivo in Friuli dal 1956 al 1970 circa. È una bandierina triangolare finemente ricamata e ornata di frangia d’oro, per cm 40 x 60.
Gagliardetto del Gruppo Giovanile Adriatico di Udine, stoffa ricamata, cm 40 x 60. Archivio del Comitato Provinciale di Udine dell'ANVGD

Come ha ricordato il 27 aprile 2006 Sergio Satti, esule da Pola e per decenni alla vicepresidenza dell’ANVGD di Udine, sotto la guida di Silvio Cattalini «il Gruppo Giovanile Adriatico di Udine operò dal 1956 al 1960 organizzando campeggi a Lignano Sabbiadoro per i GGA delle zone limitrofe». Poi che altro faceva? C’era una orchestrina che suonava motivi per i ragazzi di allora. C’erano i veglioni tricolori al Mocambo di Udine, oppure le feste del Carnevale a Mossa, in provincia di Gorizia. C’erano poi le gite sociali e patriottiche a Ronchi dei Legionari, al Vittoriale e a Redipuglia.
Non è tutto, perché il GGA di Udine stampò pure un giornale ciclostilato “El Cucal” (Il Gabbiano) dal 1957 al 1963, con notizie sulla vita associativa e sul dibattito interno. Le discussioni erano forti e vertevano sulle difficoltà di conciliare le azioni dei giovani con quelle degli anziani. Parve quindi una crisi generazionale, che colpì pure il Comitato Provinciale di Torino e di altre città italiane.
I dati sulle iscrizioni all’ANVGD parlano chiaro. La crisi generazionale a Udine finì per far crollare il numero dei soci. Nel 1969 erano scesi a 29 persone, come ha riferito la segreteria dell’ANVGD di Udine nel 2004, mente Varutti stava preparando il libro sul Campo Profughi, pubblicato nel 2007.
In precedenza c’era stato un vero e proprio boom delle iscrizioni, forse sull’onda emotiva del ritorno di Trieste all’Italia, nel 1954, dopo l’esperienza fallimentare del Territorio Libero di Trieste.
Dai 187 soci del 1954 il Comitato di Udine dell'ANVGD passa agli oltre 1200 iscritti del 1957, sotto la presidenza onoraria dell’architetto Carlo Leopoldo Conighi, nato a Fiume e legionario fiumano. L’architetto Conighi, assieme all’impresa del padre ingegnere Carlo Alessandro Conighi, costruì numerosi edifici a Fiume, nonché ville ed alberghi di Abbazia.
Lato b del gagliardetto del Gruppo Giovanile Adriatico di Udine, stoffa ricamata, cm 40 x 60. Archivio del Comitato Provinciale di Udine dell'ANVGD

Renato Capellari, uno dei giovani del GGA di Udine nel 1963 scrisse una lettera a «L’Arena di Pola» riguardo alla crisi e alle accuse mosse dagli anziani contro i giovani. Nello scritto si parla della crisi di iscritti dovuta alle “iniziative tzigane” dei ragazzi (balli e feste). «Ma i giovani – ribatte Cappellari – sono stanchi di sentire slogan come “torneremo”, anche dai politici, mentre poco o nulla si fa per tornare veramente nelle terre perse». I giovani respingono le accuse riguardo ai “the danzanti”, dove avvengono “sfrenati cha cha cha”. Essi dicono di «non volere essere complici della avvilente divisione di 400 mila lire in ottocento sussidi, effettuata nel 1961».
Nel 1967 ci fu una riunione nel capoluogo friulano dei GGA di Udine, Padova, Venezia e Treviso con gite sociali nelle colline friulane. Le ultime attività sono segnalate intorno al 1970, poi più nulla.


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Rassegna stampa dell'evento a Coja, relatore Bruno Bonetti

- Tra gli eventi del sito web di turismofvg.it

- Sui settimanali della provincia di Udine...


L'intervento di Luca Cossa, dell'Associazione "Int di Cuje".

Il saluto del vice sindaco Luca Toso alla conferenza
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Servizio giornalistico e di networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti, in collaborazione con E. Varutti. Fotografie e didascalie di E. Varutti, ove non altrimenti indicato. Si ringrazia Giorgio Gorlato, esule da Dignano d'Istria, per le fotografie gentilmente concesse per il presente articolo.
Le cartoline con speciale annullo filatelico nel 90° anniversario del Gruppo ANA di Tarcento e nel 100° anniversario dell'ANMIG, donate da Giovanni Picco al relatore Bonetti e all'ANVGD di Udine, in ricordo del compianto presidente ingegner Silvio Cattalini.



Sitologia e cenni bibliografici

- Renato Cappellari “Uno spirito nuovo”, «L’Arena di Pola», 5 marzo 1963.

- E. Varutti, Il Campo Profughi di Via Pradamano e l’Associazionismo giuliano dalmata a Udine. Ricerca storico sociologica tra la gente del quartiere e degli adriatici dell’esodo 1945-2007, ANVGD, Comitato Provinciale di Udine, 2007. [esaurito dal 2013, ma c'è questa versione nel web].

- Roberto Bruno, Elisabetta Marioni, Giancarlo Martina e Elio Varutti, Ospiti di gente varia. Cosacchi, esuli giuliano dalmati e il Centro di Smistamento Profughi di Udine 1943-1960, Istituto Stringher, Udine, 2015. [disponibile pure nel web, clicca qui].


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Una delle carte geografiche usate da Silvio Cattalini durante le sue varie conferenze, ora utilizzata dai soci ANVGD di Udine

mercoledì 12 luglio 2017

Manuele Braico morto a Trieste, dirigente di esuli istriani

Dopo una malattia di circa tre anni, si è spento serenamente in casa a Trieste Manuele Braico. La morte è avvenuta durante la notte del giorno 8 luglio 2017. Braico era l’apprezzato presidente delle Associazioni delle Comunità Istriane.

Manuele Braico era nato il 6 luglio 1957 nel campo profughi di Padriciano (Trieste) da una famiglia proveniente da Briz di Collalto, una località istriana dell’Alto Buiese, tra Momiano, Oscurus e Vergnacco. Ha trascorso una vita lavorando alla Ferriera di Servola, come responsabile dell’area cokeria. Si è sempre occupato del mondo degli esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia.
La moglie Dina con la figlia Giulia hanno dato l’annuncio della scomparsa con un comunicato stampa nel profilo Facebook dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Trieste. Manuele Braico era pure vicepresidente dell’Università Popolare di Trieste, vicepresidente di “FederEsuli”, nonché consigliere dell’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-Fiumano-Dalmata (I.R.C.I.) di Trieste.
La famiglia ha voluto esprime un particolare ringraziamento il 6 luglio scorso a tutti gli amici e parenti intervenuti a festeggiare il suo sessantesimo compleanno e a salutarlo.
Ulteriori ringraziamenti sono stati rivolti a tutto lo staff medico, infermieristico e di supporto della struttura oncologica dell’Ospedale Maggiore di Trieste e dell’assistenza domiciliare del Distretto Sanitario di Valmaura, per il supporto psicologico e clinico ricevuto, in particolare nell’ultimo periodo.
La cerimonia funebre si è tenuta in forma strettamente privata. La firma del comunicato è stata affidata alla figlia Giulia Braico e all’Anvgd Comitato di Trieste, con Federica Cocolo Relli e il presidente Renzo Codarin.
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Una breve riflessione da Udine
«Manuele Braico era un cucciolo dell’esodo giuliano dalmata – ha dichiarato il professor Elio Varutti, vice presidente del Comitato Esecutivo dell’ANVGD di Udine – Era nato, infatti in un Centro di Raccolta Profughi di Trieste nel 1957. La indovinata definizione di “cucciolo dell’esodo” è di Michele Zacchigna, pure lui nato in un CRP triestino e cresciuto in un villaggio giuliano. La perdita di Braico per le associazioni dell’esodo giuliano dalmata è un duro colpo. Avrebbe potuto fare tanto ancora per il ricordo, per la lingua e per le tradizioni delle genti italiane d’Istria, Fiume e Dalmazia».
Su Michele Zacchigna, nato a Umago d’Istria, nel 1953 e morto a Gemona del Friuli nel 2008, è stato pubblicato a Trieste, per Nonostante Edizioni nel 2013 il Piccolo elogio della non appartenenza. Una storia istriana, con una Postfazione di Paolo Cammarosano.

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Si ringrazia per la fotografia il seguente sito web: https://enriconeami.net/
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Redactional e networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti, in collaborazione con E. Varutti.

giovedì 29 giugno 2017

Riapre Plodarkelder, festa a Sappada

Il 30 giugno 2017 riapre la antica latteria di Sappada. È la Plodarkelder, che in tedesco sappadino vuol dire la “Cantina di Sappada”. 
Festa di inaugurazione del 29.6.2017. Fotografia di D&C

Ritorneranno così nei nostri piatti la sana produzione di stracchino, di caciotte erborinate e aromatizzate. Cibi gustosi di raro sapore. Poi ci sono la ricotta, il burro e i formaggi stagionati a latte crudo. Non da trascurare il celebre yogurt, noto per la sua delicatezza e per il suo forte gusto di latte.
Il negozio – laboratorio ha subito lavori di restauro ed ampliamento, con una saletta interna per le degustazioni del pubblico. Tutti gli interni sono in legno, con uno stile sappadino assai caratteristico, che trasmette molto calore familiare.
I salumi sono salati e speziati, seguendo le antiche ricette. Sono affumicati per la conservazione con legno di faggio e rami di ginepro, in una stanza detta “Selke” o la stanza per l’affumicatura.
La pancetta stesa e arrotolata, poi c’è la lonza, il carré. Che dire poi del salame, del cotechino (il muset furlan), la lingua, il lardo e il senkl. È un particolare speck il senkl, affumicato e stagionato per circa quattro mesi, viene poi aromatizzato con cumino e bacche di ginepro. È una specialità della casa. Da bere la birra artigianale a calice di produzione trevigiana: bionda o a doppio malto.
Come lavorano alla Plodarkelder? Ci mettono tradizione, rispetto per la natura e una grande passione. Le materie prime sono di elevata qualità. La pura e salubre aria di montagna e le vecchie cantine per la stagionatura consentono di produrre latticini e affettati con un profumo ed un sapore inimitabile. Se lo provate, lo vorrete ancora.
Mucche di Sappada. Fotografia di E. Varutti
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Redactional e networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti, in collaborazione con E. Varutti.
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Interno del negozio. Fotografia dal profilo di Solder Chalet Dolomiti in Facebook


Un altro scatto nel giorno dell'inaugurazione. Fotografia di Elio Varutti

Uno scorcio dell'interno rinnovato di Plodarkelder. Fotografia di Elio Varutti

mercoledì 28 giugno 2017

Apertura al Centro Profughi Giuliano Dalmati di Padriciano, museo a Trieste

L’Unione degli Istriani ha comunicato che il Museo di Padriciano sarà aperto sabato 1 luglio 2017, dalle ore 10 alle 13. È conosciuto anche come ex Campo profughi istriani e dalmati. Padriciano è una frazione del Comune di Trieste.

Si ricorda che si tratta di un Museo di Carattere Nazionale. È noto col nome di C.R.P. di Padriciano (Centro Raccolta Profughi). È l’unico allestimento espositivo in Italia di questo genere. È situato in un’area esclusiva che conserva inalterata la sua struttura originaria. Aperto nei primi anni Cinquanta, è stato dismesso verso il 1975.
Il Museo di Carattere Nazionale C.R.P. di Padriciano è, quindi, una meta obbligata per chi volesse conoscere o approfondire il dramma dell’esodo giuliano dalmata. In queste sale espositive il visitatore può farsi un’idea precisa e circostanziata della difficile accoglienza riservata agli esuli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia in fuga dalle persecuzioni della Jugoslavia di Tito.
All’ingresso dell’area museale si può notare una tabella multilingue: inglese, tedesco e sloveno. Il museo è una zona ad alto interesse culturale e turistico. Anche il sito web di questo museo è multilingue.

Scolaresca in visita al Museo del Campo Profughi di Padriciano nel 2011. «Il museo di Padriciano, tra i simboli dell’esodo giuliano-dalmata, è un luogo unico, in quanto tocca le corde dell’animo, infonde un impatto emotivo che altri monumenti non possono rappresentare». Dal sito web: Associazione Culturale “Cristian Pertan”, che si ringrazia per la diffusione e pubblicazione dell’immagine

Come nacque il museo
Nel 2004 in questi ambienti del Campo profughi fu allestita una mostra permanente dall’Unione degli Istriani sui fatti dell’esodo giuliano dalmata. Fu un esperimento riuscito. Il Museo di Carattere Nazionale C.R.P. di Padriciano è oggi una delle strutture più visitate nella provincia di Trieste. Costituisce una tappa fondamentale nell’ambito dei "viaggi della Memoria", che fanno del capoluogo giuliano un sito unico in Italia. Hanno già fatto visita qui numerose scolaresche, coi loro professori, gruppi di alpini dell’ANA ed altri gruppi legati all’associazionismo giuliano dalmata, come l'Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD).
Il comprensorio venne progettato quale installazione periferica per le forze armate angloamericane di stanza nel Territorio Libero di Trieste (1945-1954). Ben presto dismesso, venne prontamente riutilizzato per far fronte all’emergenza profughi, sempre più pressante a partire dagli anni ’50, con dei picchi nel 1954-55 (Esodo dalla Zona B, passata alla Jugoslavia). Fu una delle infrastrutture militari alleate che, come previsto dai protocolli connessi al passaggio della Zona A del Territorio Libero di Trieste all’Italia, venne destinata al ricovero ed all’assistenza dei profughi istriani che transitavano sul territorio per venire smistati nei 140 Centri Raccolta Profughi della penisola. Oltre cento mila di loro passarono per il Centro di Smistamento Profughi di Udine, che operò dal 1947 al 1960, nella parte meridionale del capoluogo friulano.

Una sala del Museo di Padriciano, ex Campo Profughi istriano dalmati

L’intera superficie del Centro di Padriciano, dismesso come già accennato nei primi anni ’70, è tuttora delimitata dalla recinzione originaria. Il campo profughi, pur essendo state demolite le baracche in legno modello "Pasotti", conserva inalterata la sua struttura originaria. Si tratta di uno dei pochissimi campi profughi del territorio nazionale che non abbiano subito modifiche o stravolgimenti dopo la cessazione del loro utilizzo.
Il campo era dotato di un ingresso principale situato nella zona centrale del complesso. L’entrata al campo era dotata di un varco a doppia cancellata, ove era situato anche il posto di controllo della Polizia Civile, annesso alle palazzine in muratura dell’amministrazione.

Bella cartolina degli anni '50 sul Campo Profughi di Padriciano. Si ringrazia per la pubblicazione e diffusione il sito web: a Trieste.eu


C’erano ben diciotto Centri Raccolta Profughi a Trieste nel dopo guerra. Ciò secondo i dati della Prefettura del 20 ottobre 1958, come riportato nel volume a cura di Piero Delbello, a pag. 116, col titolo: C.R.P. Centro Raccolta Profughi. Per una storia dei campi profughi istriani, fiumani e dalmati in Italia (1945/1970), edito dal Gruppo Giovani dell’Unione degli Istriani e Istituto Istriano-fiumano-dalmata, Trieste, 2004.

Come arrivarci
Il Museo C.R.P. di Padriciano è situato sulla strada provinciale che da Opicina porta a Basovizza. Per chi voglia recarvisi in automobile provenendo dalla città, conviene innanzitutto raggiungere il ciglione carsico lungo l’itinerario via Fabio Severo, strada per Opicina, via Nazionale, superare il quadrivio che conduce da un lato all’autostrada per Venezia e dall’altro al porto, continuare diritti e, giunti nel centro della frazione di Opicina, svoltare a destra in direzione Basovizza.
Provenendo invece dall’autostrada, dopo la barriera del Lisert si prosegue lungo il raccordo autostradale in direzione Trieste - Porto e Zona industriale, si evita il bivio per il valico di Fernetti che condurrebbe a Lubiana, si prosegue fino all’uscita di Padriciano. Arrivati sulla strada provinciale si prosegue a destra in direzione Basovizza e dopo circa 900 metri, passato l’abitato di Padriciano, si trova sulla sinistra l’entrata dell’ex campo profughi.
Con i mezzi pubblici il sito è comodamente raggiungibile con il bus n. 39, il cui capolinea si trova in piazza della Libertà (Stazione Centrale).
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Informazioni
www.padriciano.org è il sito dove potete prenotare una visita per il museo Centro Raccolta Profughi. Ci sono tutte le informazioni e potete anche lasciare un vostro ricordo. 
In alternativa vi potete rivolgere telefonicamente dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 12 e dalle 16.30 alle 18.30 o il sabato dalle 10 alle 12 al numero 040.636.098. Vale la pena visitarlo.
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Riferimenti bibliografici nel web
Per comporre questo articolo e per le immagini ci si è avvalsi del sito web del museo di Padriciano, che si ringrazia per la presente diffusione e pubblicazione in Internet, ove non altrimenti indicato. Lo stesso museo ha pure un profilo in Facebook con originali commenti, filmati e immagini.

Ex campo profughi di Padriciano, uno dei simboli dell’esodo”, «Il Piccolo», 5 gennaio 2015.

Il campo profughi di Padriciano, filmato su youtube, 2009.


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Redactional e networking a cura di Sebastiano Pio Zucchiatti, in collaborazione con E. Varutti.

domenica 25 giugno 2017

L’arpista Chiara Rossi morta a Udine. Aveva suonato al Giorno del Ricordo

La professoressa Chiara Rossi è deceduta all’ospedale di Udine il 19 giugno 2017 a soli 27 anni. L’apprezzata arpista è stata colpita da un male poco tempo fa. La sua prematura scomparsa ha lasciato un profondo dolore in città e all’Istituto “Bearzi”, dove insegnava italiano e storia.

Udine - Chiara Rossi nel suo concerto con l'arpa al Giorno del Ricordo di Udine, 2017. Foto di E. Varutti

Il lutto della giovane arpista ha spezzato il cuore ai genitori, alla sorella Francesca, che è una violinista, al fratello Michele, al fidanzato Luca e a moti amici. Chiara era una giovane ricca di valori, dato che ha effettuato il servizio civile. Coltivava vari interessi culturali e faceva l’animatrice per i giovani. Appassionata di lettura, organizzava laboratori teatrali per ragazzi. Prima di ottenere la sua prima cattedra all’Istituto “Bearzi”, si era laureata in lettere all’Università di Udine, dopo il liceo classico “J. Stellini”. Ha svolto gli studi di arpa al conservatorio “J. Tomadini” di Udine. Faceva parte dell’associazione “Ventaglio d’arpe” e insegnava alla scuola di musica “Musicamia” di Udine, Remanzacco e Cividale. Era molto impegnata anche nelle attività della parrocchia di San Marco, che l’ha accompagnata per il suo ultimo mesto viaggio.

Chiara Rossi suona al matrimonio degli amici Laura e Marco, 12 settembre 2015 - Portogruaro. Fotografia dal profilo di Facebook

Sempre nella parrocchia di San Marco a Udine, lo scorso 11 febbraio 2017, Chiara Rossi si era esibita con l’arpa su invito dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, nell’ambito delle manifestazioni per il Giorno del Ricordo. L’auditorium ove si è svolta quella cerimonia religioso patriotica, in piazzale Chiavris, con le massime autorità cittadine, reca un nome come quello di Monsignore Leandro Comelli, molto legato alle vicende dell’esodo giuliano dalmata.
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Ecco il messaggio di cordoglio alla famiglia dell’arpista Chiara Rossi da parte di Bruna Zuccolin, presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine:
«Abbiamo avuto il piacere e l’onore di invitare Chiara Rossi a suonare la sua amata arpa in occasione delle celebrazioni ufficiali del Giorno del Ricordo a Udine. Con la magia del suono è riuscita a creare un’atmosfera speciale per un giorno speciale, riscuotendo notevole successo. A nome mio personale e di tutta l’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, invio la nostra sentita partecipazione per una perdita troppo grande.
Un abbraccio sincero.
Bruna Zuccolin

Chiara Rossi in concerto il 24 giugno 2016, presso la Sorgente del Gorgazzo, Polcenigo (PN). Fotografia dal profilo di Facebook
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Riferimenti nel web
- Cristian Rigo, “Ciao Chiara, la prof con l’arpa nel cuore”, «Messaggero Veneto», 20 giugno 2017.

- Paola Treppo, “Si ammala e muore in pochi mesi: addio Chiara, docente di 27 anni”, «Il Gazzettino», 20 giugno 2017.


domenica 18 giugno 2017

Prima messa al Villaggio Giuliano di Udine

C’è stata una cerimonia religiosa al Villaggio Giuliano di Via Casarsa a Udine. È stata una santa messa semplice, partecipata e di alto valore simbolico quella del 16 giugno 2017, alle ore 19.


È la prima volta che si celebra una funzione all’aperto vicino alla Madonna della Rinascita del Villaggio Giuliano, nella zona di Viale Venezia. L’icona è opera del 1952 dello scultore Domenico Mastroianni (Arpino, Frosinone 1876-Roma 1962). Si tratta di un bassorilievo in bronzo, intitolato appunto Madonna della Rinascita.
La cerimonia religiosa è stata animata da una rappresentanza del coro parrocchiale di San Rocco. Il gruppo corale è formato anche da alcuni residenti del Villaggio Giuliano. Si esibiscono sotto la direzione della cantante lirica Isabella Comand, del maestro d’organo Marco Turco e di Valentino Morellato. Alla messa all’aperto c’era poi la voce solista di Serena, abitante del Villaggio Giuliano. I chierichetti sono della nuova generazione discendenti di esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia.


Il sacerdote padre Juan Carlos Cerquera ha ringraziato per la magnifica accoglienza e la cura nel tenere il luogo sacro, come hanno raccontato i presenti. Ha aggiunto che è stato proprio bello celebrare una funzione cosi intensa, con oltre trenta persone. Ha affidato alla Santa Vergine tutte le intenzioni degli astanti. Don Juan Carlos le ha idealmente depositate nel calice e le ha offerte ai piedi della Madonnina.

Un altro parere di una signora presente. «Ecco una cosa bella che mi piace ricordare – ha detto Eugenia Pacco, con avi di Parenzo e di Dignano d’Istria – in questa funzione, alla quale ha partecipato anche gente estranea al Villaggio Giuliano, si è sentito certo il senso di appartenenza alla comunità istriana e dalmata, ma pure alla realtà parrocchiale. È una comunità grande che coinvolge ben quattro parrocchie: San Giuseppe, San Rocco, Cormor e Tempio Ossario; tutto ciò sta avvenendo grazie al nuovo sacerdote vincenziano don Juan Carlos Cerquera».

Alla cerimonia hanno partecipato pure alcuni soci dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine. Era presente anche il signor Alberto Nadbath, di Udine, col papà di Abbazia; è stato lui a pulire la scultura in bronzo, il cippo in pietra chiara e l'area ove sorge il luogo sacro del Villaggio Giuliano di Udine. 
Vedi:  Son mi a netar la Madonna del Villaggio Giuliano, Udine, 2017.

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Ringrazio Eugenia Pacco per le fotografie della cerimonia religiosa.

Domenico Mastroianni, Madonna della Rinascita, 1952. 
Fotografia di E. Varutti

sabato 17 giugno 2017

Presentato “Voci dal silenzio”, libro delle Candiloro sull’esodo dal Quarnaro

UDINE - È stato ricordato l’ingegnere Silvio Cattalini, nato a Zara nel 1927 e morto a Udine nel 2017, alla presentazione di un recente romanzo. Era lunedì 12 giugno 2017, quando lo scrivente ha illustrato al pubblico il libro di Elettra e Maria Serenella Candiloro, intitolato “Voci dal silenzio”. Edito a San Giuliano Terme, (PI), dalla casa editrice Dreambook nel 2016, il romanzo è sull’esodo da Fiume, nel Quarnaro e su un’intensa biografia familiare.
Federico Vicario, a sinistra, Maria Serenella e Elettra Candiloro con Elio Varutti. Fotografia di D&C

L’evento pubblico è stato organizzato dal Comitato Provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), in collaborazione con la Società Filologica Friulana. La presentazione si è tenuta presso la “Cjanive de Filologjiche” (La Cantina della Filologica), in Via Manin 18/a di Udine, alle ore 18.00.
Erano presenti le autrici. Il volume, oltre a una vicenda dell’esodo di italiani da Fiume (seconda guerra mondiale), contiene qualche termine in lingua friulana e una storia di emigrazione da Valeriano, vicino a Pordenone a Fiume, nel Golfo del Quarnaro, di fine Ottocento come terrazzai.
Ha fatto gli onori di casa il professor Federico Vicario, presidente della Società Filologica Friulana. Ha voluto salutare il folto pubblico in lingua friulana. Poi Varutti ha portato il saluto di Bruna Zuccolin, presidente del Comitato Provinciale di Udine dell’ANVGD. Varutti è intervenuto nella sua veste di vice presidente dell’ANVGD di Udine. Tra i presenti c’erano anche Bruna Traversa, esule da Albona, Giorgio Gorlato, esule da Dignano d’Istria e Eda Flego, profuga da Pinguente ed altri fuoriusciti da Fiume, Istria e Dalmazia.
Una parte del pubblico alla Cjanive de Filologjiche per le sorelle Candiloro. Fotografia di Giorgio Gorlato

Che romanzo è?
Questo avvincente volume appartiene in pieno alla seconda generazione della letteratura dell’esodo. Quella che non rivendica autoreferenzialità, ma che espone in modo pacato le vicende, senza rancori bollenti. Il testo presenta vari spunti di auto-riflessione. È impostato su una serie di biografie descritte dal personaggio immaginario nei brani, ma che ha un riscontro diretto nella realtà del clan familiare delle Candiloro. Queste sorelle, che oggi vivono a Piombino con gli attuali legami familiari, vantano delle ascendenze, oltre che da Fiume, anche dal Friuli e dalla Sicilia.
È questo un tipo di scrittura venuto a galla dopo gli anni 2004-2007. Ossia dopo l’approvazione della legge sul Giorno del Ricordo (2004) e dopo il celebre discorso (2007) del presidente Giorgio Napolitano di denuncia del silenzio della storia sui fatti delle foibe e dell’esodo giuliano dalmata dei 350 mila profughi italiani fuggiti dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia.
Alcuni di loro, a questo proposito, rifiutano il verbo “fuggire”, ma la paura c’era. La gente spariva di sera. Venivano a prenderla in sette-otto in divisa. Caricavano gli italiani su un camion “per precisazioni”, dicevano i titini. Sparivano così, non si sapeva più nulla di loro. Più tardi si scoprirono le uccisioni nelle foibe. Ammutolirono in molti. Qualcuno cercò informazioni dalle autorità titine. Sparì pure lui o lei. 
Oggi gli esuli ci tengono a precisare che fu un’uscita autorizzata, dopo avere optato per l’Italia. Con documenti regolari, insomma, anche se aspettati per vari anni dagli uffici di Zagabria.
Elio Varutti legge un brano del libro delle sorelle Candiloro. Fotografia di D&C

Ma quanto gli è costata quella uscita? È proprio vero che fu un trasloco qualsiasi, oppure fu un autentico fuggifuggi dalle prevaricazioni titine, dalle violenze e dalla paura di finire ucciso nella foiba?
Sin dalla copertina, che riporta un’elegante illustrazione acquerellata di Sara Angiolini, c’è una citazione dell’esodo giuliano dalmata, con bambini, ragazze in gruppo e due donne che portano una cesta, nella fuga dalla Jugoslavia di Tito. Quell'immagine è ormai un'icona dell'esodo degli italiani dall'Istria col piroscafo Toscana.
Tutto è incentrato sulla vita a Fiume, nel Quarnaro, di una coppia di giovani che si sposano nel 1938. Poi arrivano i venti di guerra e lui parte per la Libia, essendo stato richiamato militare, lasciando la giovane sposa in attesa di una bambina.
Il libro è tutto con nomi di fantasia, ma si incardina sulla storia vera ed avvincente della famiglia delle autrici e dei loro avi. Le stesse scrittrici mostrano, per così dire, una certa dicotomia nell’appartenenza socio-territoriale. Cerco di spiegare meglio. La primogenita è nata a Fiume, mentre la secondogenita nasce a Udine, durante l’esilio dei genitori, che come capita alle genti dell’esodo d’Istria, Fiume e Dalmazia, li porta in varie parti d’Italia: Friuli, Sicilia e Toscana. Alla fin fine sono questi i luoghi dei nonni e degli studi universitari delle giovani degli anni 1950-1960.

Una parte del pubblico. In primo piano la signora Maria Lunazzi Mansi, di Fiume. Fotografia di D&C

La prima autrice è molto legata alla città mitteleuropea di Fiume italiana. Ambra (questo è lo pseudonimo) descrive il legame profondo dei fiumani con la città. C’è il significato profondo della perdita dello spirito fiumano, oltre ai beni materiali, come le case, i negozi, i magazzini, i cantieri e  le industrie. «Quello che è andato perduto – è scritto a pag. 112 del volume – quello che i fiumani rimpiangono di più, è lo spirito di una città che sentivano diversa, amica, calda ed accogliente, anche con chi non vi era nato, ma vi era giunto in un momento della sua vita. No, se non si è vissuti a Fiume, non si può capire».
La sorella nasce a Udine, con la famiglia in esilio. Giuditta (nella finzione del libro romanzo) si sente cittadina udinese. Lo scrive (alle pagine 182 e 211). La vita della famigliola fiumana nel capoluogo friulano si sviluppa in Baldasseria Bassa, dove le giovani ricordano i lavatoi sul canale Ledra. Le donne andavano a lavare i panni presso tali lavatoi. Ce n’erano diversi in città.
Il volume rivela la storia di un insegnante di ragioneria e tecnica commerciale, divenuto preside dell’Istituto Zanon, del Deganutti e poi del Marinoni di Udine. Con Ignazio Candiloro l’istituto autonomo dei geometri, staccatosi dallo Zanon nel 1961, sarà intitolato a “Gian Giacomo Marinoni”. La proposta di dedicare la nuova scuola per i geometri friulani a un friulano del Seicento giunge curiosamente da un siculo, che fece il militare a Pola, emigrò a Fiume per lavoro e finì esule tra Friuli, Sicilia e Toscana. Marinoni era un patrizio udinese al servizio dell’imperatore d’Austria, come matematico capo di corte.
Francesco, alias Ignazio Candiloro, è il protagonista principale del libro. Nel volume c’è tanta storia: l’amore nato a Fiume, la guerra in Libia, il campo di prigionieri italiani di Yol (India), i titini, le foibe, Caporetto, la questione di Fiume con D’Annunzio che girava per la città del Quarnaro col suo cavallo bianco. C'è tanto Friuli, si va da Pinzano a Valeriano, Ragogna, San Daniele, ai baracconi di Udine (luna park e ambulanti) e molto altro.
Maria Serenella Candiloro, Elio Varutti e Elettra Candiloro. Fotografia di Giorgio Gorlato


Dibattito e contributi dei presenti
Nel ricco dibattito che si è svolto è intervenuta Annalisa Vucusa, di padre zaratino, autrice di Sradicamenti. La Vucusa ha pure accennato all’esistenza di una sindrome dello sradicamento, o di una sorta di lacerazione identitaria per certi discendenti dell’esodo giuliano dalmata. «Non ci sentiamo legati a nessun luogo – ha detto la professoressa Vucusa – perché siamo stati strappati dalle nostre terre».
Secondo gli psicologi la sindrome da sradicamento si avvicina a quella da abbandono. In quest’ultima c’è la sofferenza per aver perso qualcuno o per certi debiti affettivi. Ne soffrono gli umani, ma non solo. C’è il senso della perdita del genitore. Si sta persi ed indifesi nell’universo. Con la sindrome da sradicamento c’è chi ha vissuto interiormente il senso di perdere la patria.
Elettra Candiloro rispondendo alle domande del pubblico ha spiegato perché non ha voluto e non vuole mettere più piede a Fiume. «La città che io conoscevo da bambina e dai racconti dei miei genitori non c’è più – ha concluso – oggi c’è Rijeka».
C’è stato poi un contributo della signora Maria Lunazzi Mansi, cresciuta a Fiume. «Ricordo il Ricovero Branchetta – ha detto rivolgendosi alle sorelle Candiloro – e poi le scuole medie Silvio Pellico, la mia maestra era Maria Elisa Fortino… ah, io abitavo in Via Fratelli Branchetta, ricordate anche voi le scuole Silvio Pellico?» Tale scuola è citata alle pagine 42 e 43 di un altro volume intitolato Ricordo di Fiume., edito dai Giuliani nel Mondo

Ci sono state alcune risposte, altre domande o contributi. Le Candiloro hanno autografato vari libri, fatto le dediche ai presenti che si sono fermati al termine dell’incontro per varie ciacole.

Fiume in una foto dei Primi '900 che curiosamente taglia l'aquila della Torre civica

Cenni bibliografici
- Elettra e Maria Serenella Candiloro, Voci dal silenzio, San Giuliano Terme (Pisa), Dreambook, 2016, euro 13, pagg. 226.
ISBN 978-8899830052
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Un cenno bibliografico merita pure Ignazio Candiloro, per i più appassionati della “Partita doppia” e contabilità:            
- Candiloro, Ignazio, Uomini, numeri e conti : (biografie e saggi), Roma, Palombi, 1975-1985.

La pubblicazione suddetta contiene i seguenti temi: Leonardo Fibonacci, matematico e computista. Antonio Zanon, economista friulano del Settecento. La figura di Fabio Besta nella storia della ragioneria. Luca Pacioli, matematico del secolo XV. Vita e opere di G.G. Marinoni, scienziato friulano del Settecento. La computisteria negli scritti dei matematici del XIII, XIV e XV secolo. La partita doppia ed il «Tractatus XI» di Luca Pacioli. La letteratura contabile del secolo XVI. La letteratura contabile del secolo XVII (parte prima). La letteratura contabile del secolo XVII (seconda parte). Si tratta di un estratto da: «Istruzione tecnica e professionale», 1975-1985.